Scene di ordinaria disperazione, nel “dire danzante” di Manfredini

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“Tre studi per una crocifissione”     

 Di e con Danio Manfredini

Teatro Area Nord, Napoli

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  A volte ritornano, e il loro è un ritorno gradito. Alludiamo a spettacoli di rara bellezza e di forte presa sul pubblico, come questo di e con Danio Manfredini (Tre studi per una crocifissione), che l’artista cremonese riprende di tanto in tanto, dall’ormai lontano 1992, fra rielaborazioni e perfezionamenti, ed ha quindi riproposto nei giorni scorsi a Napoli, al TAN. Si tratta – come è ormai noto – di tre storie di diversità, di dolore, di ricerca di umanità; e la riproposta è importante  anche per il luogo in cui è avvenuta: uno dei teatri della periferia napoletana (da Piscinola, nel caso specifico, fino ai più recenti, sorti a San Giovanni a Teduccio) che tanto contribuiscono a mutare il volto di realtà stravolte dal degrado, eppure bisognose – e desiderose – di quel riscatto culturale che il teatro, forse più o meglio degli altri linguaggi artistici, e delle relative prassi operative, riesce ad ottenere.

  Fassbinder (Un anno con tredici lune) e Koltès (La notte poco prima della foresta), ampiamente rimaneggiati, rispettivamente nel secondo e terzo studio, ma la stessa drammaturgia originale del regista nel primo, alimentano una storia a tre facce (un presumibile disturbato mentale, condannato a vivere la sua giornata senza calore e colori; un transessuale con parrucca, abitino di maglia e tacchi a spillo, che rifiuta un’identità stabilita una volta per sempre; uno straniero che vive la desolazione e i miasmi delle periferie nella grande città). Tre varianti di un unico tema: la disperata solitudine di tanta umanità contemporanea, espressa in un monologo che fila nervoso, complice, digressivo, a volte visionario come una ballata, e tuttavia discontinuo pur nel bisogno, lucido e poetico, di un unico getto di parole. Tre frammenti di un discorso doloroso, scanditi da quello spogliarsi in scena del personaggio per vestire i panni di un altro, in una sorta di rito cui lo spettatore partecipa, fra l’attonito e l’ipnotizzato: una preghiera profana che é al tempo stesso affabulazione, diario privato nonché monodico e notturno omaggio alla latitanza, non disgiunto da un inno all’amplesso, al sodalizio se non altro fra compagni di viaggio.

 Teatro di narrazione, comunque teatro di parola, quello di Manfredini? A prescindere dalla nostra personale allergia per le definizioni univoche di stile o di poetica, ci sembra poter dire – e questi Tre studi continuano a darne una conferma – che negli spettacoli dell’autore-attore dimori piuttosto la traccia di un pensiero danzante. Il teatro da sempre – ma negli ultimi tempi in particolare – si è mostrato indeciso nella scelta fra il dire e il gesto, quasi nel timore di essere solo dire o solo gesto. La contaminazione – in quel che di intrigante racchiude non il termine (secondo noi dal sapore moralistico) ma la funzione cui esso allude – ha reso praticabile un rapporto in precedenza sottaciuto, magari ritenuto impossibile: l’antidiscorso e l’assenza di peso proprie della voce contro il ben tornito discorso e la forza di gravità del corpo. Rifiutando, invece, proprio la forza di gravità e lanciandosi verso l’alto  (come fa il più intrigante dei quattro elementi, il fuoco), il corpo può stringere alleanza con la parola, sottraendola peraltro alla presuntuosa pretesa di offrire essa sola la verità.

  I brevi cenni di danza sull’onda del celebre adagietto dalla Quinta di Mahler, ma soprattutto – all’inizio e alla fine del terzo studio – i più numerosi e intensi minuti di ballo, energico e ritmato, su musiche di Bach (una sorta di tip-tap, non però alla Gene Kelly, perché assai poco frivolo, piuttosto rabbioso se non proprio drammatico), testimoniano  efficacemente questo dire danzante, in cui il corpo, mai sostituito interamente dalla voce, riesce a far vivere le visioni interne del personaggio, oltre alla sua fisicità precaria, all’instabilità psicoemotiva, senza gli equivoci che, negli attraversamenti di esistenze dolorose, la parola da sola poteva generare: emblematiche, a tal proposito, le battute iniziali, che hanno generato qualche risatina di troppo, giustificata forse solo dalla involontaria comicità che a volte l’assurdità del tragico finisce col comunicare.

 Ripetuti e  coinvolgenti gli applausi finali all’attore e alla sua partitura teatrale che sembra davvero  sfidare il tempo.

 

 

Autore: Francesco Tozza

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