Perfezione e imperfezione di due campioni. Riflessioni intorno a “Borg McEnroe”di Janus Metz Pedersen

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Perfezione e imperfezione di due campioni. Riflessioni intorno a “Borg McEnroe”di Janus Metz Pedersen

Odiavo Bjorn Borg, non potevo sopportare la sua perfezione, il fatto che vincesse sempre. Consideravo il suo rovescio un vezzo e comunque disprezzavo la sua mancanza di passione; ora capisco che per lui era solo una difesa: era stato un ragazzino chiuso e discriminato ma allora non ne sapevo niente. Forse lo odiavo perché era pieno di ragazzine urlanti che lo adoravano, perché era la tipica bellezza che avrei voluto esser io, cioè biondo, prestante e svedese, i miti fisiognomici della mia infanzia cicciottella e olivastra. Solo più tardi avrei compreso che era una specie di pentola a pressione: era l’uomo più solo di tutto il pianeta.

Odiavo McEnroe perché s’incazzava sempre. Faceva il maleducato e protestava sempre anche quando aveva torto. Ero stato educato a non urlare mai, a essere sempre cortese a non rispondere ai “grandi”. Lo odiavo anche perché capivo che il suo gioco al volo era una cosa soprannaturale. Lo odiavo perché come lui anche io ero mancino ma non sarei mai riuscito a chiudere una volée a rete come faceva lui nemmeno in altre cento vite. Lo odiavo perché aveva una zazzera incredibile che teneva con una fascia elastica e perché batteva sempre Jimmy Connors che era politicamente più corretto, rispettoso e aveva una frangetta liscia che sembrava un parrucchino. Jimmy mi piaceva insomma – soprattutto perché era mancino – anche se intuivo il mio scetticismo di fondo per un campione così così (lo so, è una specie di ossimoro) a confronto di quelli: e lo giustificavo sempre, anche quando perdeva tre set a zero.

Borg e McEnroe avevano in comune solo una cosa: non chiedevano mai scusa.

Adesso a così tanto tempo e dopo il film di Janus Metz mi trovo a pensarmi orfano di un campione a cui avrei potuto ispirarmi. Tutti i ragazzini ne hanno avuto uno: io no.

Solo adesso ho capito quanto l’uno e l’altro siano stati giocatori straordinari e uomini introversi e tormentati.

Se Pirandello ci aveva fatto sentire il fischio di quel treno lontano, Philip K. Dick ci fa entrare drammaticamente dentro. Ma l’illusione dell’illusione è surrettizia ed è la più infida delle illusioni: si sbriciola davanti ad una vita senza verità. (“The commuter”, Electric Dreams)

Autore: Giuseppe Condorelli

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