“Il velo nero del pastore”, W. Dafoe in uno spettacolo di R. Castellucci

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Il velo nero del pastore

Ovvero, l’ impossibilità dello svelamento

The Minister’s black veil
Liberamente ispirato alla parabola di Nathaniel Hawthorne
di Romeo Castellucci
con Willem Dafoe
testo Claudia Castellucci
musiche Scott Gibbons
collaborazione artistica Silvia Costa
Addetto alla produzione: Benedetta Briglia
Organizzazione e distribuzione: Gilda Biasini, Giulia Colla
Amministrazione: Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci e Massimiliano Coli
Produzione – deSingel art campus / Antwerpen – Societas / Cesena
Il progetto di Napoli è realizzato In collaborazione con Aldo Miguel Grompone -Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, Napoli The Minister’s black veil
Liberamente ispirato alla parabola di Nathaniel Hawthorne
di Romeo Castellucci
con Willem Dafoe
testo Claudia Castellucci
musiche Scott Gibbons
collaborazione artistica Silvia Costa
Addetto alla produzione: Benedetta Briglia
Organizzazione e distribuzione: Gilda Biasini, Giulia Colla
Amministrazione: Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci e Massimiliano Coli
Produzione – deSingel art campus / Antwerpen – Societas / Cesena
Il progetto di Napoli è realizzato In collaborazione con Aldo Miguel Grompone -Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, Napoli

The Minister’s black veil

(ispirato alla parabola di Nathaniel Hawthorne)  di Romeo Castellucci  testo di Claudia Castellucci  con Willem Dafoe  musiche di Scott Gibbons Napoli, Museo Diocesano Donnaregina Vecchia

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E’ interessante, per più versi emblematico – e probabilmente neppure casuale – che una rassegna di teatro (meglio sarebbe dire un progetto di ricognizione teatrale quale è Quartieri di vita in territorio campano) abbia concluso il suo secondo anno con una serata che alla liturgia della rappresentazione ha aggiunto spunti per riflessioni successive, magari sullo stesso modo di fare teatro, oggi. In coerenza, evidentemente, con scelte di fondo che, pur prestando l’ormai rara e sempre  encomiabile attenzione al “lavoro di scena” che si svolge in realtà marginali, quindi con obbiettivi non solo estetici, ma ampiamente pedagogico-culturali, se non addirittura “terapeutici”, non si lasciano però irretire da sterili dogmatismi in sede teorica o  da vecchie e vaghe forme di populismo che spesso  rischiano di annidarsi nell’approccio al c. d. popolare. E da  questo punto di vista, venendo allo specifico, quel dopoteatro sui generis cui si accennava, almeno per gli spettatori più accorti, non deve essere stato da meno dell’evento teatrale in sé, per lo sgomento, almeno l’inquietudine, o se preferite, le perplessità che esso ha determinato; forse non molto diversamente da quanto accaduto ai parrocchiani di Milford, un villaggio del New England, allorché videro entrare in chiesa il reverendo Hooper (ma era proprio lui? – si domandarono subito), “con un velo nero che [ne] circondava la fronte e [ne] copriva il volto fin dove era scosso dal suo alito”.

  Il celebre racconto  di Hawthorne (Il velo nero del pastore, appunto) era, infatti, alla base di quello che con un certo pudore si esiterebbe a definire spettacolo: pudore, a ripensarci, ingiustificato, per gli innegabili rapporti che sacro e teatro nella storia hanno sempre avuto. Seduti sulle panche della chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, dopo un breve preludio musicale, i fedeli di quell’antico rito, che è a sua volta il teatro, hanno visto entrare “con passo lento e meditativo” il pastore Hooper (alias Willem Dafoe); e magari qualcuno, anche qui, in un certo qual modo si sarà chiesto se era lui il reverendo Hooper , o – per meglio dire – se era davvero  il celebre attore a vestire quei panni per interpretarlo, visto che il velo nero effettivamente impediva il riconoscimento.

  Il libricino distribuito all’ingresso faceva presagire, almeno agli spettatori meno informati, che l’attore, giunto all’altare, vi avrebbe semplicemente letto il breve, intensissimo racconto di uno dei più grandi esponenti della letteratura americana d’inizio Ottocento: una “parabola” sull’ambigua, misteriosa stravaganza di un pastore d’anime che presentatosi, una domenica, con quel velo di crespo nero, fra la sorpresa, poi lo sbigottimento dei fedeli, non lo avrebbe abbandonato più, anche nel corso delle successive funzioni, persino in privato, quando era solo con se stesso, fino alla morte e oltre, avendo vietato agli astanti in quell’ultimo momento della sua vita di toglierli il velo, che quindi lo avrebbe accompagnato anche da cadavere.

  Di sicuro la semplice lettura, nella vibrante traduzione del testo appena distribuita, magari offerta da un attore meno noto, ma che si fosse prodotto nella lingua della maggior parte degli spettatori, li avrebbe coinvolti assai di più; li avrebbe meglio informati sulla complessità di un racconto che continua a porre domande senza dare risposta alcuna: nella sfera simbolica del velo nero non c’è, evidentemente, un eccentrico capriccio o un segno di follia, ma la strenua e infruttuosa ricerca di senso che da tempo (da sempre?) ci accompagna, che Hawthorne  ha – con estremo fascino e sottile ambiguità – espresso in questo che è uno dei suoi più intriganti “racconti raccontati due volte” (il titolo della raccolta allude alla prima pubblicazione su giornali e riviste, poi a quella avvenuta in volume, in edizione riveduta e corretta). Un racconto, in realtà, che meriterebbe di essere raccontato anche più volte, dal momento che mantiene sempre aperto il problema dell’ enigmaticità del reale, il mistero dell’identità, la vertigine – quando non addirittura il terrore! – che può comportare la sottrazione del volto, fondamento ed enigma della nostra persona; onde il caos delle sue sempre imprecise definizioni, l’impossibilità dello svelamento se non attraverso sempre nuovi velamenti, per la presenza di quella “ barriera resistente alla significazione” di cui avrebbe parlato Lacan, ma qui sapientemente già intuita ed espressa da Hawthorne: ciò che infatti rende addirittura spaventoso (seppur seducente) il gesto del reverendo Hooper è l’incapacità (giocoforza) di spiegarlo esaurientemente, quel gesto.

  Ma lo spettacolo di cui ci occupiamo (anche se le riflessioni generate sembrano portare ben lontano, come si diceva) non è stato un reading, né voleva esserlo, da parte di un regista non certo noto per accostamenti al c. d. teatro di parola, quindi per proposte della sua celebre Compagnia (la Socìetas Raffaello Sanzio) in tal senso, quanto piuttosto per una seducente visionarietà  che sembra costituire la cifra dominante dei suoi spettacoli, prodotti sempre da un’autentica cultura (non solo teatrale), tuttavia – almeno negli ultimi tempi – piuttosto criptici, a volte al limite dell’inafferrabile, quasi a negare ogni possibile interpretabilità, o con strane concessioni ad un insospettabile realismo, non senza qualche inutile provocazione, che tuttavia non giustifica certo le solite reazioni degli immancabili benpensanti.  Ben lungi, comunque, da noi l’intento di applicare alla teatrografia di Romeo Castellucci, anche all’ultima, l’ennesima “lettera scarlatta”!

  L’incontro del regista con Hawthorne (del resto iniziato già da alcuni anni, con alterni risultati a nostro avviso), non ha prodotto, dunque,  un semplice reading del racconto, sia pure affidato ad un grande attore, di sicuro richiamo: non era nelle sue corde ed il senso dell’operazione era ben più profondo! Anche se una svolta crediamo ci sia stata nel suo modo di fare teatro, forse solo una pulsione al mutamento, più nei contenuti che nella forma però, probabilmente sotto l’influenza del materiale teologico questa volta affrontato. Ne offriva una chiave di lettura (vedremo presto fino a che punto) l’altro, più consistente libretto, distribuito anch’esso all’ingresso (ma rigorosamente da restituire all’uscita per i successivi fruitori del rito), nel quale erano scritte le parole del sermone del reverendo Hooper, di cui tuttavia non v’é traccia alcuna nel racconto di Hawthorne (né la domenica della sua prima stravagante apparizione, né in occasioni successive), non volendo evidentemente lo scrittore offrire una qualsiasi spiegazione del volto velato; quelle parole, commissionate dal regista alla sorella, Claudia Castellucci (altro elemento di spicco della Socìetas), erano in realtà il sermone del regista (forse sulla via di Damasco?), affidato all’efficace voce di un suo alter ego, nello specifico l’ottimo, suadente Dafoe: una riflessione teologica in forma teatrale, frammista a lacerti del vecchio e nuovo testamento, con un inaspettato elogio della fede (“se solo abbiamo un chicco di fede, è possibile spostare le montagne”), che stigmatizza “la sapienza di questo mondo”, quindi “lo sguardo che crede soltanto ai propri occhi” mentre “ci aspetta una veduta ulteriore, che sta dietro la prima facciata”.

  Indubbiamente, queste e molte altre, sono “parole d’impegno”, in senso fortemente religioso, di sapore addirittura tertullianeo (“Non importa sapere se Dio esista o non esista, o se ci stia ascoltando. Se fosse reale la Sua vicinanza, e percepibile la Sua presenza, che bisogno avremmo della fede? Crediamo perché è assurdo credere!”). Ma c’è, forse, anche una dichiarazione di nuovi intenti, di una diversa poetica teatrale – una riflessione teatrale in forma teologica! – che non meraviglia in un regista che comunque ha sempre indagato sul rapporto fra rappresentazione e negazione dell’apparire. In quel libretto di meditazioni (più che un vero messale) che l’officiante Dafoe recitava con voce perturbante e commossa (e gli spettatori-fedeli ne ripetevano i momenti salienti), erano contenute molte indicazioni metaforiche in tal senso:”La verità è uno spettacolo. Non son più io che vivo – sembrano le parole di un attore di teatro”. A volte la metafora sembrava farsi più esplicita: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (rifiuto di ogni residuale realismo, che si rimproverava più sopra a più recenti spettacoli del gruppo di Cesena?); “la bocca è l’unica a non peccare, non v’è scandalo nella bocca; ogni creazione è orale”(recupero del teatro di parola?).

  Si potrebbe chiedere cosa c’entra tutto questo con il racconto di Hawthorne, dove non c’è nessun atto di fede in qualsivoglia verità, e l’allegoria del volto velato blocca la violenta voracità del nostro voler conoscere tutto, e tutto interpretare, senza peraltro l’approdo agli orizzonti etici di un Levinas, che invece così mitiga l’incurabile solitudine che deriverebbe dall’assoluta estraneità dell’Altro. Eppure un legame c’è: nella scena finale dello spettacolo, che sembrava avviarsi  sulla rinnovata fede in una chiave che possa aprire il mistero dei misteri, sulla soglia di una probabile crisi mistico-metafisica, il vicario di Castellucci riprende quella chiave che aveva infilato nell’abito talare e ostentatamente la lascia cadere a terra, così come il velo nero continua a coprire il volto  del reverendo Hooper di Hawthorne, anche dopo la sua morte.

Impossibilità di un definitivo svelamento, abbandono di ogni comoda chiave interpretativa, tanto più se si pretende vera e definitiva. Necessità, comunque, di esperienze non riducibili ad un sapere valido una volta per tutte. Bella conclusione per uno spettacolo, e per una rassegna, evidentemente caratterizzati, da una intrigante ricerca dell’altro (con o senza maiuscola).

Autore: Francesco Tozza

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