I patti della vergogna. “Il giuramento” di Claudio Fava allo Stabile di Catania

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I patti della vergogna

“Il giuramento”di Claudio Fava di scena allo Stabile di Catania

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Una sporca dozzina. Ovvero gli accademici che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al regime fascista perdendo la cattedra e la libertà. Da quelle vite, Claudio Fava, nell’atto unico “Il giuramento”, sorta di racconto civile – terzo appuntamento della stagione dello Stabile etneo – distilla lo straordinario paradigma umano di Mario Carrara che tutti li rappresenta.

Le matricole mascherate che si aggirano in platea prima dell’apertura del sipario non rinviano soltanto alla festa gaudente dei giovani universitari ma al carnevale ben più feroce e reale del regime, in cui tanti, nel bene o nel male, si troveranno invischiati: e allora quei muti simulacri paiono acquisire quasi un’aria inquisitoria e sinistra che nemmeno le canzonette goliardiche riescono a stemperare. Anzi di lì a poco le note leggere tracimeranno in quelle celebrative e agiografiche del fascismo: valga su tutte di “Faccetta nera”, (compresa la sua accattivante versione pop, vera chicca registica), che irrompe nello spettacolo come lo spensierato mantra dell’Italia littoria e imperialista.

Quel manipolo (anche nell’accezione ideologica) di studenti ascolta nell’atmosfera severa dell’aula di Medicina legale ora il cattedratico che dispensa la sua personalissima dinamica della vita, rigidamente positivista e lombrosiana (Simone Luglio ne incarna perfettamente boria e spocchia), ora Mario Carrara, il protagonista: docente “diverso”, che “insegna la scienza nel dubbio”, un “imboscato della storia” (per usare l’espressione che Mussolini utilizzò per Croce), né socialista né comunista ma solo scrupoloso e “rompicoglioni”, “terrorista della facoltà” (come lo definì Luigi Einaudi), asserragliato nella ritiro del suo studio, della sua disciplina e nella kantiana organizzazione della sua solitudine, appena attenuata dalla servizievole delicatezza della sua assistente Tilde (la versatile Stefania Ugomari Di Blas).

Un insegnante che predica insomma la centralità di una formazione libera e laica, lontana da ogni determinismo didattico (e negli odierni, tristi tempi di scuola burocratizzata e asservita agli standard prescritti del sapere quanto diventa attuale quel magistero!) e da ogni ingerenza politica (fuori dalla finzione teatrale Carrara fu uomo politicamente impegnato e imparentato con lo stesso Lombroso: ne sposò la figlia Paola).

Ma quando Mussolini impone il giuramento, Carrara intuisce la degenerazione del sistema, avverte la miseria di una italietta nera e ottusa nella quale l’insegnamento deve piegarsi al meccanismo di “una macchina da far teste” e allora comprende anche la sua stessa miseria: è un’agnizione morale e personale senza ritorno. Davide Coco, nei panni di Carrara, affronta la prova con piena maturità interpretativa restituendo di quell’uomo fragilità e fermezza, rispettabilità e decoro. Un uomo che sceglie il suo destino come atto dovuto alla propria coscienza, senza sensazionalismi, “con signorile diffidenza verso il clamore” – come scrisse Giorgio Boatti in “Preferirei di no” che proprio alle vite di quei cattedratici è dedicato – con la fermezza di chi si sottrae alla logica del potere sdegnando “di essere oppresso e farsi oppressore”. Il resto del cast è tutto all’altezza: Antonio Alveario, Liborio Natali, Piero Casano, Federico Fiorenza, Luca Iacono e Alessandro Romano.

Erano anni che lo Stabile non produceva uno spettacolo di superba intensità come “L’intervista”: un testo potente sul quale la mano della regia di Ninni Bruschetta, convincente e asciutta, interviene attraverso una drammaturgia per così dire simbolica, per strappi significativi, per brevissimi ma vigorosi quadri, in un susseguirsi di scene che sono gli stessi interpreti a montare e rimontare, senza ricorrere ed incorrere nel rischio della retorica antifascista, del deja vu ideologico.

In questo modo la storia di una piccola epurazione s’incrocia con quella della nazione e delle nostre stesse coscienze smascherando la viltà di coloro che con quel giuramento si ricoprirono di vergogna. Tutti. Meno dodici.

Autore: Giuseppe Condorelli

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