Barnum il Grande. “The Greatest Showman” di Michael Gracey

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Barnum il Grande. “The Greatest Showman” di Michael Gracey

Dopo il formidabile successo – sia con l’Oscar, sia al botteghino – del magistrale La La Land del dotato Damien Chazelle, a rinfrancare le dubbie prospettive di tanti musical (più o meno riusciti) di Hollywood si è dovuti aspettare il travolgente The Greatest Showman per toccare un nuovo vertice di trascinante spettacolarità, grazie alla disinibita regia di Michael Gracey.

Le dimensioni del classico blockbuster del film di Gracey non ha minimamente scalfito l’impatto vistoso di una storia proporzionata a tambur battente sulla biografia avventurosa del fantasioso, fantastico personaggio ottocentesco Phineas Taylor Barnum (1810-1891) che sin da giovane attratto dall’arte circense spese l’intera sua esistenza nell’inventare innovatrici fonti di rappresentazioni ora basate su figure e suggestioni abnormi e comunque eccentricamente insolite (l’American Museum, datato 1842) e su strutture macroscopiche di un mega-circo (appunto The Greatest Show of Earth, creato nel 1872) destinate ad attingere ora folgoranti fortune, ora rovinose esperienze con incendi, riprese e imprevedibili, smodati esiti spettacolari.

In effetti, The Greatest Showman si può leggere in modi diversi, a seconda della visuale che si adotta nel considerare le sue basilari componenti: l’elemento narrativo, le frammiste parti coreografiche-musicali e perfino l’aspetto esteriormente drammatico di taluni scorci descrittivi. Insomma, si tratta di un’opera di robusta ispirazione ove emergono spesso richiami, rimandi non solo al dominante influsso musicale ma anche e soprattutto trasparenti echi del classico cinema d’intrattenimento di spurio significato. Ad esempio, pur largheggiando nel gioco delle analogie tematiche, saltano subito all’occhio, in questo composito lungometraggio, riflessi evidenti del “maledetto” lavoro di Tod Browing Freaks (1932) già stigmatizzato e censurato per il suo amaramente trasgressivo spettacolo di “mostri” autentici messi in bella vista con intenti più o meno edificanti.

E poi, ad un altro film di riferimento, anche forzando un po’ il paragone The Greatest Showman risulta in qualche maniera apparentabile col felice, insuperato Cantando sotto la pioggia (1952) di Donen-Kelly per i geniali numeri di danze, canzoni, vicende sentimentali e, altresì, per il contributo di interpreti superlativi quali O’ Connor, Reynolds, Charisse, Hagen trascinati dallo stesso Kelly verso una riuscita pressoché perfetta.

Quanto poi alla materia storica pura e semplice – ovvero la sequenza di momenti privati, familiari e di realizzazioni una più mastodontica dell’altra del protagonista Phineas Taylor Barnum si succedono con ritmo precipitoso sulla scia di una biografia insieme tradizionale e accesamente immaginaria. Dunque, tra leggenda e realtà si incalzano, si intrecciano, si sciolgono i vari aspetti di una avventura esistenziale presto contagiata anche da convenzionali abbandoni retorici: Barnum è una forza inarrestabile della natura, il suo intento è primeggiare con tutto, su tutti, in ogni campo. Tanto con la sua idea fissa dello “spettacolo più grande del mondo”, quanto col suo, tutto sommato, afflato sentimentale verso la fedelissima moglie, la famiglia in genere.

Constatato tutto ciò, bisogna poi dirimere tra quel che affiora in questo sostanzioso racconto autenticamente originale (ad esempio le canzoni di Pasek & Paul, gli stessi musicisti di La La Land) e le suggestioni tutte attuali che l’esperienza straordinaria di un protagonista come Barnum ha, fin dall’Ottocento, innescato in tanta parte della drammaturgia contemporanea, nel circo moderno e, ancora, in realizzazioni di eccezione quali il prestigioso Cirque du Soleil e, massimamente, negli infiniti, parossistici eventi della musica, dei personaggi del rock e di altri molteplici show. E a Barnum resta, certissimamente, il merito indubbio della primogenitura dello “spettacolo più grande del mondo”.

 

 

Autore: Sauro Borelli

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