Con il western pucciniano il teatro ha anticipato il cinema, “La fanciulla del West” al San Carlo di Napoli

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Con il western pucciniano il teatro ha anticipato il cinema

 

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Un tempo di recuperi o rivisitazioni sembra attraversi anche il teatro d’opera: ripescaggi per riaccreditare vecchi repertori, magari per rivalutarli con più approfondite letture, nella latitanza del nuovo, in un genere ad esso per certi versi refrattario, per evitare comunque la ripetizione dell’identico, alla lunga stancante oltre che rischioso. D’altra parte sperimentare significa anche questo, in periodi di magra per forme di più accentuata sperimentazione in un po’ tutti i territori dell’arte, figuriamoci in quello, ben più formalizzato, che é il linguaggio musicale; e c’è chi obietta che la sperimentazione non può durare in eterno, senza avere tutti i torti!

Certo non è un caso – per venire a noi – che quest’anno i due maggiori teatri lirici italiani abbiano inaugurato le rispettive stagioni con un ritorno al c. d. verismo (formula in verità piuttosto equivoca, guardata comunque – soprattutto per la popolarità …. dei suoi prodotti – con sempre notevole sospetto), sul quale era quanto mai opportuno tornare a riflettere, anche per ampliarne finalmente i quadri di riferimento e abbattere qualche pregiudizio di troppo.

Più precisamente, la Scala, ha proposto lo Chénier di Chailly: ed è davvero il caso di indicare nell’ottimo direttore d’orchestra (qui felicemente coadiuvato dal sempre bravo, anche perché pur sempre figlio della sperimentazione teatrale dei decenni scorsi, Mario Martone) l’autore effettivo dello spettacolo. Si è potuto così apprezzare un’opera non proprio nelle nostre corde, purtroppo (bisogna allora dire) rovinata nel passato più o meno recente, come tante opere del genere, dal vezzo protagonistico dei cantanti, assecondati da maestri non proprio “concertatori e direttori d’orchestra” (come recitavano le locandine di un tempo). E’ bastato che autorevolmente si imponesse la fine dell’applauso in corso d’opera (retaggio di mai spente cattive abitudini) per permettere di godere, anche nell’opera di Giordano, il fluire rutilante del discorso musicale, ovviamente assai bene messo in rilievo dalla prestigiosa bacchetta, che ha saputo evidenziare una tutt’altro che rozza strumentazione orchestrale, per nulla ferita da una vocalità non più invasiva, ma ben integrata all’insieme.

Il San Carlo, a sua volta, riprendendo dopo più di quarant’anni il western musicale di Puccini, piccola gemma relativamente trascurata nel novero dei suoi capolavori, ha fatto capire, anche ai più riottosi (e ce ne sono ancora!) come nel musicista lucchese non vada visto semplicemente l’artefice di un’inventiva melodica che, nella sua dimensione soprattutto vocalistica, ha costituito lo strumento generatore del suo teatro musicale. In Puccini c’è dell’altro, anzi molto di più: all’appropriato uso del Leitmotiv (debito contratto con Wagner) e alla più stretta compenetrazione di azione e musica, si aggiunge nella Fanciulla del West – ma con sintomatici precedenti in Bohème, Tosca, Butterfly, per poi esplodere nella finale (forse non a caso incompiuta) Turandot – uno smanioso sottrarsi alla struttura melodica organica, comunque sottoposta ad un sempre più evidente processo riduttivo, con il prevalere di accordi dissonanti, impiegati su scala sempre più vasta, e di dissonanze esse stesse non risolte; insomma un linguaggio armonico avanzato, con debiti verso Debussy e almeno lo Strauss di Salomè, che in ogni caso lo avvicinano alle nuove frontiere espressive della musica del Novecento (altro che ultimo esponente del melodramma ottocentesco!).

Complice – bisogna dire – una drammaturgia forse più sofisticata, comunque non più protesa sul mondo delle fragili eroine e delle piccole cose, trasfigurato (o forse sfigurato) dall’immaginario piccolo-borghese. Minnie indubbiamente non è Mimì: barista esuberante, in grado di maneggiare la pistola con la stessa facilità con cui mesce il whisky o gioca a poker, tiene a bada quell’accozzaglia di uomini che affollano il suo Polka Saloon, anche se non ha pensieri men che onesti, si offende alla minima parolaccia, legge libri, perfino la bibbia ai suoi avventori. Piuttosto permane qualche eco di Tosca: il conflitto è ancora fra due uomini e una donna, il cui onore e la vita dell’amante sono ancora la posta in gioco di una scena abbastanza drammatica. Ma i paralleli (e gli autoplagi) finiscono qui: non c’è omicidio né suicidio; lo sceriffo Rance rinuncerà, quasi da gentiluomo, a quella che aveva trattato come sua preda, mentre il linciaggio dell’amato Johnson verrà evitato, all’ultimo momento, da quell’idea di redenzione umana incarnata proprio da Minnie, una sorta di Valchiria del West: idealistico motivo wagneriano per un improbabile omaggio di Puccini al pur tanto ammirato Parsifal? Forse solo le prime avvisaglie di quella morale ingenua che spesso caratterizzerà il genere di film – il western appunto – appena abbracciato dal musicista.

Il fatto è che al Puccini della Fanciulla (1910, data della prima al Metropolitan di New York, con Caruso e la direzione di Toscanini), ormai, interessava relativamente il soggetto dell’opera, dalla quale trapelava piuttosto una voglia evidente di sinfonismo, per cui dava all’orchestra un ruolo quasi fisico di conduttrice del gioco teatrale. Non a caso la partitura – e forse non solo in quest’opera – si offre benissimo, secondo taluni direttori (il grande Mitropulos, per esempio, era di questo avviso), ad essere letta e interpretata come partitura sinfonica. Dirà Puccini, qualche anno più tardi (Epistolario, lettera 179, marzo 1920): “Potessi essere un sinfonico puro!”, per poi comunque aggiungere: “Ho quel grande difetto di scriverla [la musica] solamente quando i miei carnefici burattini si muovono sulla scena”.

Voglia di sinfonismo, quindi di astrazione, da parte di un musicista, forse già consapevole della imminente fine di un genere (il melodramma) cui pur aveva dato i suoi capolavori; bisogno tuttavia, come supporto alla sua creatività, di quei “carnefici-burattini” che sono i cantanti sulla scena, da parte di un musicista che rimaneva, suo malgrado, anche uomo di teatro, o comunque artefice di forme diverse di spettacolo, svelando con quello che è, a suo modo, il primo western italiano e uno dei primi illustri esempi del genere (si pensi che Ombre rosse, il vecchio, ormai mitico, capolavoro di John Ford è di molti anni più tardi, del 1938!), il ruolo che la c.d. colonna sonora avrebbe potuto avere – e di fatto ha avuto – in quasi un secolo di cinematografia del settore.

Dovrebbero prenderne atto, ormai, gli attuali interpreti dell’opera. Al San Carlo l’implicito disegno pucciniano sembra essere andato bene in porto, grazie all’incandescente direzione di Valčuha, alla efficace regia (con relative scene e costumi) di Hugo De Ana, all’interpretazione vocale e scenica del nutrito stuolo di attori (qui davvero un po’ tutti comprimari dei tre protagonisti). Qualche riserva per l’interprete della Fanciulla, alla quale ripetiamo soltanto che Minnie non è Mimì (e nemmeno Floria Tosca).

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La fanciulla del West di G. Puccini

da un dramma di D. Belasco

libretto di G. Civinnini e C. Zangarini

Direttore: Juraj Valčuha

con Emily Mage (Minnie),

Roberto Aronica (Dick Jonson), Claudio Sgura (Jack Rance)

Regia, scene e costumi: Hugo De Ana

Napoli, Teatro di San Carlo, 9/17 dicembre (inaugurazione stag. 2017/18)

 

Autore: Francesco Tozza

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