Fuori dal tempo nell’ironica messa in scena di un inquietante Tabucchi

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Il mestiere del critico

 

Fuori dal tempo nell’onirica messa in scena di un inquietante Tabucchi

 

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La letteratura che si fa corpo e parola sonora è sempre stato un preciso interesse di Elio Gimbo, sceneggiatore e regista di questo atto unico dall’accattivante titolo “Alla fine del tempo”.

Che cosa significa essere fuori dal tempo? Da studi scientifici pare che il cervello umano funzioni ben 30 secondi dopo il decesso. L’affascinante e perturbante dimensione esplorata  nella pièce proposta da CentroFabbrica Teatro ci viene offerta su un sudario steso proditariamente sul fondo e sulle pareti biancovestite della sala Di Martino.

Da un racconto di Tabucchi, tratto da “I  Dialoghi mancati”, l’opera e’ un’abile trasposizione, giocata su una scelta decisa di essenzialità e simbolismi, dove luce e colore sono altrettanti protagonisti di una cercata, apprezzabile asciuttezza drammaturgica, consustanziata da  linguaggi contrastanti. Il tragico e il comico si fronteggiano creando una rete di ironia su cui il trapezio della vita oscilla.

Se i ruoli si ribaltano per disorientare e restituire alla vicenda un sapore surreale, pur nella concretezza di una bara scoperchiata, rimane costante un’atmosfera di laica attesa liturgica, sottolineata dalle panche lignee a gradoni, incombenti sul triangolo delle posizioni dei protagonisti, metaforicamente collocati nei punti cardinali di un percorso ideale dalla nascita alla morte.

L’attesa di un passaggio essenziale si fa memoria estrema, ricucendo brandelli di vita familiare, di episodi centrali, di rabbia sottesa, di sentimenti contrastanti, sul filo di un coeso dolore davanti al mistero inesplorato della morte.

Breve e intensa, la vicenda scorre in una luce accecante (un ipotizzato aldilà?),  tra suoni di uno strumento a corde divaricati in tutto lo spazio e il tempo della pièce, un visitatore per l’estremo, inatteso saluto fraterno, un’algida infermiera dal piglio dittatoriale, efficiente, invadente.

Musica, Voce fuori dal tempo, Il Tempo: Tre dimensioni temporali, tre nette demarcazioni di una  dichiarata finzione che è il teatro  qui sottolineata dalle intenzioni  registiche.

La semplice  e apparentemente normale situazione, si rivelerà ben altro.

Il confine tra questa e l’altra vita si rivelerà ai nostri occhi  imponendo uno sguardo a ritroso su tutto il lungo e variegato monologo del protagonista (un inerente Cosimo Coltraro)  interrotto  a tratti dall’efficientismo della donna biancovestita (una sempre calzante Sabrina Tellico).

La densa pietà, condita da sfumature divertite, di una condivisione illuminata da attenta riflessione sui valori della vita davanti alla sua sospensione è  la sola risposta possibile.

Le inquietudini della relazione disturbante tra la vita e la morte, grande tema della letteratura del Novecento, basti citare per tutti Pessoa, schiacciata da nichilismi e individualismi pervasi di oscure tracimazioni esistenziali, qui trovano un tono colloquiale e al tempo stesso straniante che la regia ha opportunamente intrecciato, lasciandoci sospesi in una attesa che è  l’attesa di tutti.

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ALLA FINE DEL TEMPO

Liberamente tratto da un racconto di Antonio Tabucchi

Con

Cosimo Coltraro – Puccio Castrogiovanni – Sabrina Tellico

Drammaturgia e regia : Elio Gimbo

Organizzazione: Daniele Scalia

Scena :  Bernardo Perrone

Costumi: Fabbricateatro

Assistente regia: Angela Tinè

Disegno luci: Elvio Amaniera

 

Produzione Centro teatrale FABBRICATEATRO  

Sala “ Giuseppe Di Martino” Catania

Fino al 6 Dicembre

Autore: Anna Di Mauro

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