Il “mondo a parte” del Farnsworth Seminary

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Punto di (s)vista

 

L’INGANNO (The Beguiled)

scritto e diretto da Sofia Coppola

ispirato al romanzo omonimo di Thomas Cullinan (1966)

con Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Colin Farrell, Oona Laurence, Angourie Rice, Emma Howard, Addison Riecke

produzione USA 2017

distribuzione Universal Pictures

Premio Migliore Regia Festival di Cannes 2017

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Si resta subito intrappolati nelle frange vegetali ondeggianti, propaggini inquiete degli alberi che circondano il Farnsworth Seminary, irreprensibile collegio per fanciulle di buona famiglia. Le gallerie e le ragnatele di rami ostacolano il passaggio della luce, sprofondando il luogo in un’eterna penombra verdognola, malata. Rampicanti spogli ed erbacce infestano il parco, risparmiando i cespugli di rose selvatiche sgualcite, fino a spingersi sui gradini, sulle pareti esterne e dentro i balconi della grande villa in stile jeffersoniano. La proliferazione silenziosa, insinuante, di piante d’ogni tipo cinge l’edificio in un abbraccio perturbante, lo assorbe conducendolo a una metamorfosi nella quale religione, raziocinio e buoni sentimenti diventano maschere insufficienti a camuffare un’istintualità ferina legata alla volontà di dominio, alla pulsione sessuale e alla paura.

I boschi impenetrabili isolano il collegio dal resto del mondo, rendendolo un luogo della Soglia, una zona simbolica fortemente ritualizzata. La fitta vegetazione protegge la direttrice e fondatrice, Martha Farnsworth, la sua assistente Edwina e le cinque ragazze rimaste dall’orrore della Guerra Civile Americana, di cui arrivano, qualche volta, solo lontani rimbombi. Siamo nel terzo anno di guerra, il 1864, quando Amy, una delle allieve più piccole – esile, con le trecce e due occhi neri intelligenti e quanto oscuri -, mentre cerca funghi tra i muschi che ricoprono il terreno e le radici degli alberi, trova un caporale nordista ferito a una gamba. L’ospite inatteso, per di più un nemico, produce subito un’incrinatura, che si andrà via via estendendo e ramificando, nel crogiòlo di controllati aneliti e bisogni in cui si è tramutato il collegio.

Un microcosmo nel quale lo scorrere del Tempo è scandito dalle lezioni di francese – accolte da Alicia con ostentata ironia espressiva sul punto di deflagrare in aperta irrisione –, di piano, di canto, di ricamo, da cene illuminate da innumerevoli candele – vengono in mente certe sequenze di Barry Lyndon –, dalla preghiera serale collettiva davanti alla grande Bibbia tenuta aperta sul leggìo (Miss Martha, citando il passo “il mio giogo è dolce, il mio peso sarà lieve” mostra un’inclinazione a immedesimarsi in modo persino eccessivo nella Divinità, assumendosi responsabilità e prerogative proprie dell’Entità Suprema).

L’attenzione a ogni minimo dettaglio è degna di Visconti: accessori da cucito, abiti, stoviglie, utensili da cucina e strumenti chirurgici vengono sottolineati con naturalezza dalle luci accordando poche note cromatiche alonate e pulviscolari, o contraddistinte dal nitore, secondo i principi del pittore James Whistler. E scale e corridoi si mostrano contigui a quelli di Bright Star di Jane Campion, pur con sfumature di inquietudine e indefinitezza che rendono l’atmosfera che li avvolge affine a quella dei racconti del soprannaturale di Edith Wharton, in particolare Il campanello della cameriera.

Il caporale John McBurney è un piccolo mercenario, pavido e opportunista, recalcitrante all’idea di tornare a combattere e abbastanza scaltro da sfruttare a proprio vantaggio i fremiti più o meno nascosti che percepisce in quel “mondo a parte” tutto femminile. Un Valmont in tono minore in grado di cogliere e soddisfare i differenti desideri delle sette donne. Quello di tutte quante di “agghindarsi” per compiacere un’entità esterna ed estranea capace di vederle e quindi di farle esistere per davvero. Quello delle tre adolescenti di appagare la curiosità nei confronti del genere opposto e saggiare timidamente per la prima volta le proprie potenzialità seduttive. Quello della piccola Amy di avere un fratello maggiore con cui esplorare le bellezze naturalistiche del luogo, un giovane uomo che le si rivolge con parole shakespeariane: insegna ai miei piedi maldestri a stare lontani dai nidi degli uccelli. Quello di Alicia (la conturbante Elle Fanning, in continua crescita), la più grande delle ragazze, di violare l’ordine costituito attraverso la deploratissima esuberanza sessuale. Quello di Edwina (una toccante Kristen Dunst che ripercorre empaticamente lo stile di Deborah Kerr) di imbattersi in un sentimento sincero e appassionato che diventi occasione di fuga da un destino chiuso nel gelo delle consuetudini e delle regole.

McBurney alimenta persino l’illusione di Miss Farnsworth (una Nicole Kidman che toglie il fiato e, dopo anni di prove incolori, fa risplendere ogni sfumatura di un talento raro, regalandoci la prova più matura della sua lunga carriera; rivediamo in vari momenti anche lo scintillìo demoniaco di cui avevamo perduto le tracce dai tempi di The Others) di aver trovato finalmente un collaboratore alla propria altezza, un uomo con cui placare le improvvise pulsioni notturne e con cui condividere la gestione della piccola comunità, mantenendolo però in un ruolo subalterno e riservandosi il dominio assoluto.

Pare che i calcoli del caporale dagli occhi neri ottengano i risultati sperati: diventare a poco a poco indispensabile, riportare un ordine canonico nel giardino inselvatichito e, un passo dopo l’altro, assumere una posizione di inattaccabile rilievo, fino all’esautorazione di Miss Farnsworth.

Ma ci vorrebbe il vero Valmont per legare e sciogliere ciascun nodo, per tessere con arte perversa l’ordito e la trama di un disegno che si compone di riverberi fuggitivi, di sensazioni impalpabili, di angolazioni multiple, di rifrazioni di sguardi, di sofferenze occulte, di fioriture precoci e temuti crepuscoli, di cui il soldato McBurney presume incautamente, con supponenza, di capire l’origine. Invece le vite di queste sette donne rimangono volutamente avvolte nel mistero. Salvo alcune allusioni, poco o nulla ci è dato sapere riguardo agli antefatti, alle singole storie.

Proprio la presunzione, il fervore raziocinante – antitetico rispetto alle forme imprevedibili e metamorfiche che può assumere la natura – risulta fatale a John (esemplare la sequenza in cui, in preda a un accesso d’ira, scaraventa in un angolo l’inerme tartarughina di Amy). Diventa a un certo punto così imprudente da introdursi nottetempo nella camera di Alicia, suscitando così la gelosia di Edwina, che lo stava aspettando dopo aver tolto con delicatezza dalla carta velina una camicia da notte preziosamente ricamata.

Trapassata dal dolore, Edwina spinge via McBurney durante il breve scontro verbale sul pianerottolo, facendolo involontariamente cadere per le scale. Le numerose fratture scomposte alla gamba ferita costringono Miss Martha ad amputarla. Non per vendetta, bensì per salvare la vita al soldato. La reazione di John, al risveglio, è selvaggia, feroce, minacciosa, e per lui rappresenta l’inizio della fine.

Individuato dal gruppo come nemico ostile e pericoloso, svelata la sua meschina ipocrisia e i suoi schematici meccanismi interiori, non ha più scampo. Si produce una pressoché immediata reazione chimica di ricomposizione dei vari elementi disaggregatisi nella parte centrale della storia a causa di tensioni e rivalità. Di suggerimento in sguardo si salda la rete della complicità, ordendo un delitto atroce che in un certo modo fa giustizia, riportando il nucleo archetipico alla condizione originaria.

Verrà ammannita una cena raffinatissima, e in tavola appariranno anche i funghi color giallo cupo appositamente raccolti da Amy, saltati in padella con burro e vino. Come in una fiaba cattiva, il caporale uscirà dalla villa avvolto in un sudario bianco accuratamente cucito.

Conciso e visivamente superbo, innervato di sottile sarcasmo hitchcockiano, il finale in cui la salma viene portata dalle donne fuori del cancello, in attesa di una pattuglia secessionista.

Sofia Coppola lascia il precedente La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel (1971), apologo grottesco segnato da evidenti tesi misogine, a una siderale lontananza, anche per merito dell’ironia che scorre sottrotraccia, colpendo vanità e rivalità femminili e avventandosi, pur con equilibrio mirabile, sul caporale McBurney, un “uomo senza qualità” a parte quella manipolatoria, proficua in un primo momento, ma in definitiva incapace di mantentenersi all’altezza di un gioco troppo complesso e sottile.

Un’opera, L’inganno, che consacra Sofia Coppola fra i nuovi Maestri del cinema.

 

Autore: Lucia Tempestini

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