Francesco SEVERINI – Vagabolario “H” (“Le dragun de Sas dla Crusc”)

 

Io scrivo


VAGABOLARIO “H” – Le dragun de Sas dla Crusc

 

 

Francesco Severini, Capolettera “H”, gouache, china e tempera su carta

 

Ho interpretato a mio modo una leggenda diffusa in molte varianti, che hanno tutte un comune denominatore: l’impresa del Gran Bracun sembra essere quella di San Giorgio e il drago.

Nell’oscurità di una crepa del Sas dla Crusc viveva molto tempo fa un drago molto pericoloso. Aveva la pelle di un serpente, lunghe gambe che terminavano con artigli aguzzi e ampie e forti ali. Il drago possedeva una bocca talmente grande che con facilità riusciva a inghiottire una persona intera.

Nelle case sotto il Sas dla Crusc si usava raccontare che il drago mangiasse chiunque osava avvicinarsi alla sua cavità nella roccia. I contadini non potevano più mandare il bestiame in alta quota a causa della ferocia del mostro ma nonostante ciò il drago arrivava usualmente alle stalle per sbranare pecore e altro bestiame. Il livello di allerta era talmente alto che i contadini preferivano patire un po’ di fame piuttosto che recarsi spesso nelle campagne.

A quei tempi, nella valle di San Vigilio di Marebbe e più precisamente nel castello di Brach, viveva il Gran Bracun. Quest’uomo era conosciuto in tutta la Val Badia per i suoi gesti eroici e per la sua estrema abilità nel maneggiare le armi. Di lui si diceva che possedeva una vista eccezionale che accompagnata dalle fermezza delle sue mani gli permetteva di colpire un cerbiatto dall’altra parte della valle rispetto alla sua residenza, i boschi di Plaies. Il Gran Bracun, appena venne a sapere dell’esistenza del drago sul Sas dla Crusc, impose a se stesso che un giorno lo avrebbe sconfitto.

Un giorno, dopo aver sellato con cura il suo cavallo cavalcò fino ai margini dei boschi dove già molti arditi combattenti avevano dovuto sacrificare la loro vita. Con cautela si spinse fino alla crepa dove viveva il drago, fino a quando riuscì ad udire i suoi pesanti respiri. In un colpo d’occhio il drago sbottò fuori dal suo riparo. Con la bocca aperta mostrava i suoi denti aguzzi e lentamente si avvicinava al Gran Bracun. Gli occhi della bestia si tinsero di un rosso ardente. Ma il cavaliere non esitò ed estraendo la sua arma si buttò contro l’animale. La battaglia fu breva ma intensa, e alla fine il Bracun riuscì a perforare il cuore del drago. L’animale urlava dal dolore e i suoi bruschi movimenti lo fecero in poco tempo cadere dalle rocce del Sas dla Crusc.

Senza dirlo a nessuno il Gran Bracun ritornò alla sua residenza e solo molti anni dopo un contadino di Badia ritrovò per caso le ossa del drago. Il quel posto c’era fino a non molto tempo fa un’insegna per ricordare la buona azione del Gran Bracun che liberò la popolazione di Badia dalla paura.

Francësch Wilhelm de Brach, conosciuto con il nome di Gran Bracun, è una persona realmente esistita nella Val Badia. Discendente della nobile famiglia di Brach di Marebbe, Francësch Wilhelm morì nel 1582 per mano di un crudele assassino nei pressi di Corvara. Il sanguinoso evento turbò fortemente la popolazione ladina, al punto che questa iniziò a vedere nel Gran Bracun un cavaliere eroico e a confondere leggenda e realtà. Questo accade nella leggenda ladina sopra citata e nel racconto del Salt de Fanes.

 

 

 

Le dragun de Sas dla Crusc

(un’impresa del Gran Bracun)

testo in lingua originale



Zacan viôl te na sfëssa scöra de Sas dla Crusc n dragun da temëi. Al â le corp de bisca, iames lunges armades da grifes y n pêr d’ares amples y stersces. La boćia ê tan grana y leria che na porsona ess alblü lerch laìte. I dënz ê lunć y spizà. Sc’al ti rovâ daimprò n famëi, s’ l’ mangiâl cun osc y pel. I famëis ne s’infidâ nia plü cun i tiers sö por munt, ćiodiche le dragun â somenè desgrazia y mort. La jënt arbandonâ les campagnes y s’un jô tla valada a patì meseria y fan. Mo chësc mostro de n tier rovâ inće jö te paîsc y jô tles stales a se mangé bisces y d’ater bestiam. Tl medemo tëmp viôl te Mareo, tl ćiastel da Brach, le „Gran Bracun“, ch’â n gran coraje y â bele desmostrè süa bravöra tl adorè les ermes. Al â tan n bun edl y na man talmënter sigüda y frëma ch’al odô y atocâ, ston sön vider de ćiastel, n rehl che rodâ tl bosch de Plaies. Le Gran Bracun orô delibré la valada dal dragun. Porchël ti àl vistì al ćiaval la sela de san Iöre y é raité te chël bosch olache tröc â bele ciafè la mort. Tosc él rové daimprò dala sfëssa, olach’al viô le gran dragun. Ara n’à nia doré dî che le tier é gnü fora. I edli slominâ sciöche füch. Al ti jô adincuntra al Bracun cun la boćia daverta y dlun soflan. Le riter brau ti à atira trat n bòt che ti à forè le cör. Le dragun ferì a mort svaiâ dal mè, se brodorâ ia por tera y é tosc tomè sura le crëp jö. Le Bracun é jü a ćiasa, mo impormò tröc agn dedô à n famëi ciafè le schelet dl dragun. Te chël post êl ćiamò dan da püch na tofla da odëi. La jënt l’â lasciada fà por recordè la buna aziun dl Gran Bracun.

Autore: admin

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