Matteo BRIGHENTI – Classicità in chiave contemporanea. La stagione 2017-18 del Teatro della Pergola di Firenze

 

 

STAGIONE 2017-2018 – TEATRO DELLA PERGOLA

 

32 spettacoli, 13 tra produzioni e coproduzioni, 5 prime nazionali

 

I più importanti nomi del teatro italiano e internazionale compongono le Stagioni ‘17/‘18 del Teatro della Toscana: Gabriele Lavia è Il Padre di Strindberg, Robert Wilson mette in scena dopo 31 anni Hamletmachine di Heiner Müller con gli allievi diplomati della ‘Silvio d’Amico’, Carlo Cecchi è Enrico IV di Pirandello, Virgilio Sieni debutta con Diario di vita, la compagnia Mauri Sturno gioca il Finale di partita di Beckett, Vinicio Marchioni dirige e interpreta Zio Vanja con Francesco Montanari, Stefano Accorsi e Marco Baliani portano in teatro Lo cunto de li cunti di Basile, Geppy Gleijeses e Vanessa Gravina interpretano Il piacere dell’onestà di Pirandello diretti da Liliana Cavani, Sergio Rubini e Luigi Lo Cascio affrontano Delitto/Castigo da Dostoevskij, Gioele Dix e Laura Marinoni presentano la novità Cita a ciegas (appuntamento al buio) diretti da Andrée Ruth Shammah, Fabrizio Bentivoglio diretto da Michele Placido è il professor Ardeche de L’ora di ricevimento di Stefano Massini, Leo Muscato dirige l’adattamento di Massini del Nome della rosa di Eco, Monica Guerritore e Francesca Reggiani si confrontano con Mariti e mogli di Woody Allen, Alessandro Preziosi è il Van Gogh scritto da Massini, Claudio Longhi dirige l’adattamento di Paolo Di Paolo de La classe operaia va in paradiso, Elena Sofia Ricci, GianMarco Tognazzi, Maurizio Donadoni sono i Vetri rotti di Miller con la regia di Armando Pugliese, Elio De Capitani dirige e interpreta Otello, Marco Sciaccaluga dirige Intrigo e amore di Schiller, Giancarlo Cauteruccio porta in scena il vincitore del Premio Pergola per la nuova drammaturgia Prigionia di Alekos di Sergio Casesi, Alessio Bergamo segue gli Appunti di un pazzo di Gogol’, Michele Santeramo è interprete del suo nuovo testo Leonardo, Giancarlo Sepe presenta Amletò, Zaches Teatro torna con Sandokan, Giuliano Scarpinato propone Alan e il mare, Drusilla Foer è Eleganzissima in versione deluxe.

 

 

I cicli di vita di un’organizzazione teatrale e i tempi dettati dalle regole ministeriali finiscono spesso per trovare una singolare coincidenza, nei modi, nei fatti e nelle traiettorie, intersecandosi nei ritmi tradizionali delle stagioni che dall’autunno vanno alla primavera.

 

Il Teatro della Toscana termina con il 2017 il suo primo triennio da Teatro Nazionale con 910 giornate recitative, 92 tra produzioni coproduzioni, 48 titoli d’innovazione prodotti, 336 scritturati under35, 257.327 presenze, 16.554 abbonamenti venduti. Ma già con le sue stagioni si proietta verso il 2018, anno che segnerà l’inizio di un nuovo ciclo.

 

Passeggiamo nel tempo, direbbe un personaggio di Schnitzler a questo punto, un tempo equamente diviso tra passato, presente e futuro. E se il passato racconta una lunga teoria di titoli, volti, esperienze, viaggi, momenti lieti e tristi che non vogliamo siano solo tradotti nell’efficacia rappresentativa dei numeri, il presente è un qualcosa che porta già al futuro, preconizzando quanto sarà.

 

Le stagioni ripartono dagli spazi, a cominciare dalla Pergola, attraversata da un’ampia programmazione di produzioni, coproduzioni, ospitalità ed eventi speciali, e dal Teatro Studio, dove sempre più sarà forte una riflessione sull’incontro tra la pratica del teatro e i cittadini come pubblico consapevole e partecipativo. Mentre la programmazione di Pontedera, e in particolare del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale, godrà di un suo autonomo momento di comunicazione; e di quella del Niccolini, che assumerà, invece, un andamento “ad anno solare” si annunzia oggi il passo d’avvio atteso per le feste di fine anno.

 

Venendo alle formule d’abbonamento, i giovani under35 potranno usufruire di una riduzione su tutte le formule: Pergola Completo, Pergola per 6, ScegliPergola x10, ScegliPergola x5. Ai giovani under26 è rivolto lo ‘storico’ abbonamento Pergola26. Per motivi tecnici e commerciali l’abbonamento a 11 spettacoli non sarà riconfermato: gli abbonati che lo avevano sottoscritto nella passata stagione potranno scegliere tra tutte le altre formule, usufruendo, solo per quest’anno, di uno sconto di circa il 15% per eventuali disagi provocati da questo cambiamento. Dal 4 settembre sarà inoltre possibile prenotare un appuntamento (sul sito www.teatrodellapergola.com oppure presso la biglietteria del Teatro della Pergola) per l’acquisto degli abbonamenti Sceglipergola x10 e Sceglipergola x5. Saranno così evitate lunghe code di attesa, avendo previsto giornate di vendita dedicate esclusivamente a chi si è prenotato. Previsto anche il TuttoStudio, l’abbonamento completo a tutti gli spettacoli del Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ di Scandicci.

 

Il resto già procede verso la congiunzione tra le diverse tempistiche della contribuzione pubblica: le variegate iniziative del Laboratorio di Costumi e Scene, il terzo anno della Scuola per Attori ‘Orazio Costa’, con l’avviamento al lavoro degli allievi, che durante la conferenza stampa hanno presentato uno studio su Burnt Norton il primo dei Quattro quartetti di Thomas Stearns Eliot, gli ulteriori sviluppi dell’attività del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, sempre più proiettato in una dimensione internazionale, la crescita dell’Accademia dell’Uomo, l’organismo formativo sperimentale che ha sede al Teatro Studio, con l’innovativo progetto di partecipazione pubblica La città visibile.

 

Un tempo, insomma, nel quale è difficile distinguere cosa sia memoria, ricordo, attualità o sogno. Un tempo di azione riflessiva, che non cessa di essere volontà di progredire.

 

 

Produzioni e coproduzioni della Fondazione Teatro della Toscana

 

Grande poesia e letteratura, classici intramontabili riletti in chiave contemporanea, il teatro nel teatro e come strumento di accoglienza e inclusione sociale. Questa la geografia dei confini delle produzioni e coproduzioni della Fondazione Teatro della Toscana.

 

Gabriele Lavia inaugura la nuova stagione del Teatro della Pergola con un recital da Jacques Prévert, I ragazzi che si amano (14 – 19 novembre 2017): una prima nazionale sull’amore giovanile e il rapporto degli innamorati con la realtà.

I giovani sono estraniati dal mondo e dimentichi di tutto, non tengono conto del parere della gente per strada, della chiusura morale della gente verso la loro dolcezza.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

Al Teatro Studio il 16 novembre 2017 si inizierà parlando di una Scandicci per cambiare: La città visibile, esito in prima nazionale dei percorsi sulla città condotti dall’Accademia dell’Uomo, vede coinvolti 5 gruppi di 20 persone ciascuno che, attraverso un percorso di 10 incontri, svilupperanno desideri e utopie, fino a descrivere (quasi a disegnare) un nuovo ideale di città.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

Le storie, raccontandole, da vere diventano inventate e da inventate, vere. Dopo La prossima stagione e Il Nullafacente Michele Santeramo presenta al Teatro Studio (14 – 17 dicembre 2017) il suo nuovo testo, di cui è anche interprete: Leonardo – L’invenzione della realtà.

Le immagini di Cristina Gardumi contribuiranno a una distorsione della realtà, alla ricerca di un’altra verità possibile.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

Nel nuovo anno Gabriele Lavia affronterà una partita inesorabile di dare e avere, dove ogni segno sposterà la bilancia di una macchinosa contabilità cosmica. La casa, la famiglia, la resa dei conti, sono i motivi simbolici presenti ne Il Padre di Strindberg, che vede in scena Federica Di Martino, con Giusi Merli, e debutterà in prima nazionale al Teatro Era (13 – 14 gennaio 2018) e poi sarà al Teatro della Pergola (16 – 21 gennaio 2018).

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

Si vive, semplicemente (o ci si avvicina alla morte giorno dopo giorno), e nel vivere si soffre, in un grigiore permanente e alienante. Vinicio Marchioni dirige e interpreta al Teatro della Pergola con Francesco Montanari Zio Vanja di Čechov nell’adattamento di Letizia Russo (26 gennaio – 4 febbraio 2018).

Si tratta della malinconica tragedia delle aspirazioni deluse di un gruppo accomunato da legami di parentela o dal caso, che parla molto e fa molto poco per sfuggire alla propria condizione.

Una produzione Khora.teatro, Fondazione Teatro della Toscana.

 

La vita, il carattere libertario, creativo di Alexandros Panagulis e la sua lotta impari contro la dittatura dei colonnelli nella Grecia degli anni Settanta. Giancarlo Cauteruccio dirige la prima nazionale al Teatro Studio (9 – 18 febbraio 2018) di Prigionia di Alekos di Sergio Casesi, vincitore del Premio Pergola per la nuova drammaturgia. In scena Fulvio Cauteruccio e Roberto Visconti per raccontare quanto l’immaginario di Panagulis prenda il sopravvento sulla tortura, la privazione, l’incubo e l’umiliazione.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

Dopo Boccaccio e Ariosto, il Progetto Grandi Italiani di Marco Baliani, Stefano Accorsi, Marco Balsamo, porta in teatro Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, sfidando la complessità della sua opera, per scoprire quanto ancora possiamo nutrirci delle sue invenzioni, dei suoi azzardi, delle sue intuizioni. Stefano Accorsi interpreta Favola del principe che non sapeva amare diretto da Marco Baliani al Teatro della Pergola (20 – 25 febbraio 2018).

Una produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo, Fondazione Teatro della Toscana.

 

Alessio Bergamo, con un gruppo di sette attori, ha creato Appunti di un pazzo dal racconto di Gogol’ Diario di un pazzo, in prima nazionale al Teatro Studio (2 – 11 marzo 2018). Con Daniele Caini, Alessandra Comanducci, Domenico Cucinotta, Massimiliano Cutrera, Marco Di Costanzo, Erik Haglund, Stefano Parigi.

Il realismo fantastico che caratterizza il testo letterario si materializza grazie a un approccio recitativo in cui l’attore mantiene un contatto di gioco scoperto e diretto con il pubblico, oltre la poetica di un teatro di rappresentazione tradizionale, lanciando un ponte (o una sfida) verso la performance.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz, in collaborazione con Postop Teatro e Armunia Festival Costa degli Etruschi.

 

La differenza tra l’essere e l’apparire, tra la ‘maschera’ e chi siamo veramente, è presente anche ne Il piacere dell’onestà di Pirandello (13 – 21 marzo 2018), in cui Liliana Cavani torna a dirigere Geppy Gleijeses al Teatro della Pergola, forte della felice esperienza di Filumena Marturano. In scena anche Vanessa Gravina.

La società tiene a distanza gli onesti: sono diversi e in quanto tali pericolosi, evidenziano colpe e mancanze delle cosiddette persone rispettabili, le cui maschere di onorabilità sono guardate con ammirazione e invidia.

Una produzione Gitiesse Artisti Riuniti, Fondazione Teatro della Toscana.

 

Il racconto tormentato della presa di coscienza di una colpa e di una redenzione è Delitto/Castigo al Teatro della Pergola (23 – 29 marzo 2018): dopo Provando…Dobbiamo Parlare un nuovo progetto sul “teatro non teatro” di Sergio Rubini con Luigi Lo Cascio. Un viaggio tra i capitoli di uno dei più grandi romanzi mai scritti, l’epico Delitto e castigo di Dostoevskij. L’invito a misurarsi con le proprie paure, i propri errori, con la società, la legge, il mondo.

Una produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo, Fondazione Teatro della Toscana.

 

Un uomo cieco seduto su una panchina di un parco a Buenos Aires. È un famoso scrittore e filosofo, ispirato all’autore argentino Jorge Luis Borges, che è solito godersi l’aria mattutina. Quella mattina, però, la sua meditazione viene interrotta da un uomo.

Dopo quattro stagioni di tournée con il Malato Immaginario Andrée Ruth Shammah dirige al Teatro della Pergola (10 – 15 aprile 2018) Gioele Dix in Cita a ciegas (Appuntamento al buio) di Mario Diament, una serie di incontri apparentemente casuali, appassionati, poetici, misteriosi, a tratti divertenti. Con Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà, Roberta Lanave.

Una produzione Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana.

 

Il 12 – 13 aprile 2018 Zaches Teatro torna al Teatro Studio con Sandokan, uno spettacolo fra teatro di figura, danza, musica dal vivo, con la partecipazione attiva di un gruppo di richiedenti asilo politico ospitati nel comune di Scandicci, non solo come attori, ma anche in qualità di costumisti e scenografi.

Ispirazione sono Le tigri di Mompracem di Salgari dove ci sono un naufragio, un eroe che viene prima accolto su un’isola poi braccato dall’esercito, la ricerca di una libertà negata, un amore impossibile per questioni razziali e un popolo costretto a fuggire.

Una produzione Zaches Teatro e Fondazione Teatro della Toscana.

 

Le stagioni della Fondazione Teatro della Toscana

 

 

  • Teatro della Pergola

 

Alto teatro d’attore, testi contemporanei diventati ormai classici, adattamenti dal cinema al palcoscenico, innovazione musicali, per abbracciare un pubblico sempre più vasto e diversificato. Questi i temi in cui si muove la stagione 2017/2018 del Teatro della Pergola.

 

Fabrizio Bentivoglio diretto da Michele Placido è il professor Ardeche de L’ora di ricevimento (21 – 26 novembre 2017), spettacolo scritto da Stefano Massini.

Si affronta con sguardo profondo e acuto le contraddizioni, i conflitti, le ingiustizie e le complessità dei nostri tempi attraverso la scuola della banlieue di Les Izards, la più dura periferia multietnica di Tolosa.

Una produzione Teatro Stabile dell’Umbria.

 

Il nome della rosa (28 novembre – 3 dicembre 2017) è un omaggio a Umberto Eco, nella prima versione teatrale ancora di Stefano Massini, per la regia di Leo Muscato. Con Eugenio Allegri, Giovanni Anzaldo, Renato Carpentieri, Luigi Diberti, Luca Lazzareschi, danno vita a quaranta personaggi, con una recitazione empatica, colloquiale, quotidiana, per uno spettacolo che, nell’insieme, ha un taglio quasi cinematografico.

Una produzione Teatro Stabile di Torino, Teatro Stabile di Genova e Teatro Stabile del Veneto.

 

Una storia che parla con i ragazzi, ma anche dei ragazzi e delle generazioni più mature. Una storia di politica, di poesia, amore, vita, musica. Musica ribelle (5 – 10 dicembre 2017) è l’opera rock ispirata ai temi giovanili degli anni 70 con musiche di Eugenio Finardi, la regia di Emanuele Gamba e l’interpretazione di Federico Marignetti, Massimo Olcese, Arianna Battilana.

Rock non solo per le sonorità che lo segnano ma, soprattutto, per l’attitudine, l’approccio, l’ispirazione, l’anima.

Una produzione Wec, Todomodo srl e Pragma srl.

Carlo Cecchi è Enrico IV di Pirandello (12 – 17 dicembre 2017), uno studio sul significato della pazzia e sul rapporto, complesso e inestricabile, tra personaggio e uomo, finzione e verità. Le maschere, la follia e il teatro nel teatro. Non a caso, infatti, l’autore non svela mai il vero nome del personaggio di Enrico IV, che finisce vittima dell’impossibilità di adeguarsi a una realtà che non gli si confà più, stritolato nel modo di intendere la vita di chi gli sta intorno.

Una produzione Marche Teatro.

 

Lo spettacolo di Capodanno (27 dicembre 2017 – 2 gennaio 2018), è il travolgente Woody Allen di Mariti e mogli alle prese con uno dei suoi argomenti preferiti, le crisi coniugali, i tradimenti, scritto e diretto da Monica Guerritore, che lo interpreta con Francesca Reggiani.

Un girotondo in cui Cupido (bendato e sbadato) si diverte a scagliare frecce, far nascere amori, divorzi e non solo… piccole altezze degli esseri umani così familiari a Bergman, a Strindberg. E nel loro improvviso perdersi in danze all’unisono su musiche da Louis Armstrong a Etta James, là sul fondo, Čechov e il tempo che intanto scivola via.

Una produzione A.ArtistiAssociati, Pierfrancesco Pisani, Parmaconcerti, in collaborazione con Comune di Pesaro / AMAT.

 

Glauco Mauri e Roberto Sturno diretti da Andrea Baracco affrontano Finale di partita di Beckett (9 – 14 gennaio 2018). Il testo di Beckett è uno dei più significativi di tutta la sua opera nel parlare dell’insensatezza della condizione umana, dell’insondabilità dell’universo e dell’umano, del tentativo di esprimere l’inesprimibile: un teatro di personaggi che si fissano nella memoria, vivi e palpitanti, più di tanti altri della cosiddetta drammaturgia di stampo realistico.

Una produzione Compagnia Mauri Sturno.

Alessandro Preziosi è Van Gogh nel primo testo scritto da Stefano Massini, regia di Alessandro Maggi (6 – 11 febbraio 2018). La messinscena di Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco ha l’obiettivo di rappresentare il labile confine tra verità e finzione, tra follia e sanità, realtà e sogno, ponendo interrogativi sulla genesi e il ruolo dell’arte e sulla dimensione della libertà individuale.

Una produzione Khora.teatro, TSA – Teatro Stabile D’Abruzzo, in collaborazione con Spoleto Festival dei 2Mondi.

 

Alla sua uscita nel 1971, La classe operaia va in paradiso di Elio Petri innescò un duro dibattito nella sinistra, mettendone in discussione la capacità di rappresentare il proletariato. Costruito a partire dai materiali di sceneggiatura di Petri e Pirro, l’omonimo spettacolo scritto da Paolo Di Paolo, diretto da Claudio Longhi, interpretato da Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, l’ensemble di attori della trilogia di Istruzioni per non morire in pace, torna allo sguardo eterodosso e straniante della pellicola originaria per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese (27 febbraio – 4 marzo 2018).

Una produzione Ert – Emilia Romagna Teatro Fondazione.

 

Una lettura psicosomatica dell’avvento nazista e dell’orrore dell’Olocausto. Elena Sofia Ricci e GianMarco Tognazzi interpretano Vetri rotti di Miller, con la regia di Armando Pugliese (6 – 11 marzo 2018). In scena anche Maurizio Donadoni. Protagonista è una donna ebrea americana colta di sorpresa, nel novembre del 1938, dalla notizia della ‘Notte dei Cristalli’ che arriva da Berlino. Una produzione Roberto Toni per ErreTiTeatro30.

 

Rileggere Otello (3 – 8 aprile 2018) spogliandolo della ‘tradizione’, tornare al cuore del meccanismo drammatico e delle parole. Elio De Capitani continua il suo lavoro registico su Shakespeare, per questo spettacolo in particolare totalmente condiviso con Lisa Ferlazzo Natoli.

Tragedia incalzante e senza respiro intorno a una creatura innocente irretita e spinta a una morte atroce; un fatto di cronaca nera che lo Shakespeare circonfonde di tutta la sua ricchezza verbale e la sottigliezza concettuale.

Una produzione Teatro dell’Elfo.

 

Onore e disonore, povertà e ricchezza, libertà e tirannia. Marco Sciaccaluga dirige Intrigo e amore di Schiller (17 – 22 aprile 2018), il cui nucleo è il conflitto tra il potere tirannico e il diritto alla felicità dell’essere umano, rappresentato nell’incontro-scontro fra due classi, la nobiltà ricca e la piccola borghesia povera. Con Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Enrico Campanati, Andrea Nicolini, Orietta Notari, Tommaso Ragno, Simone Toni, Mariangeles Torres, Marco Avogadro, Daniela Duchi, Nicolò Giacalone.

Il potente von Walter vuole che il figlio sposi la favorita del Principe, ma il giovane non si rassegna a rinunciare alla felicità con la figlia di un violoncellista. La storia di un legame profondo e impossibile, di una passione indomabile, di intrighi e gelosie, di unioni e duelli, di verità e menzogne, di corruzione e libertà.

Una produzione Teatro Stabile di Genova.

 

  • Eventi speciali

 

Virgilio Sieni presenta l’11 ottobre 2017 al Teatro della Pergola la sua nuova creazione, Diario di vita, un solo in 11 danze sulla musica dal vivo di Eivind Aarset alla chitarra elettrica. Il tratto di tempo che chiamiamo danza altro non è che lo spazio dell’incontro tra uomo e natura.

Danze in serie si aprono alle coincidenze per esplorare le infinite diramazioni del corpo, quasi a ripercorrere – nell’impossibilità di esserci – tutte le fasi di crescita dell’uomo, tutti i tratti della vita. A partire dalle azioni primarie – camminare a quattro zampe, alzarsi, inchinarsi, voltarsi – la gravità si fa sostanza dello sguardo dando luogo a un atlante inedito sul corpo della danza.

Una produzione Compagnia Virgilio Sieni.

In una speciale versione deluxe di Eleganzissima Drusilla Foer racconta al Teatro Niccolini di Firenze (29 – 31 dicembre 2017) spassosi aneddoti e ricordi intensi della sua vita straordinaria, accompagnata sul palco da una full band di musicisti, tra cui Loris di Leo al pianoforte e di Nico Gori solista d’eccezione al clarinetto e al sax.

Il recital è un mish-mash emotivo e musicale, scritto e diretto da Madame Foer, che racconta, con humour tagliente e commovente malinconia, aneddoti e ricordi intensi della sua vita straordinaria, vissuta fra la Toscana, Cuba, l’America e l’Europa, e costellata di incontri e grandi amicizie con persone fuori dal comune e personaggi famosi, fra il reale e il verosimile.

Una produzione Best Sound.

 

L’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’ propone nel Saloncino ‘Paolo Poli’ della Pergola tre spettacoli: Notturno di donna con ospiti (11 – 12 gennaio 2018), studio sulla versione del 1982 di Annibale Ruccello diretto dal giovane regista Mario Scandale, con Arturo Cirillo nel ruolo della protagonista; Un ricordo d’inverno (19 – 20 gennaio 2018), scritto e diretto da Lorenzo Collalti; Hamletmachine (23 – 25 gennaio 2018) di Heiner Müller nella visione di Robert Wilson.

 

Dopo 31 anni torna Hamletmachine di Heiner Müller nella visione di Robert Wilson con gli allievi diplomati dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’. Una meditazione su Amleto e miriadi di altri argomenti, da altre opere di Shakespeare fino all’insurrezione ungherese del 1956, fino a un tipo di vendetta femminista sulla mascolinità incerta, che non racconta una storia e non sviluppa personaggi nel senso tradizionale.

Müller e Wilson condividono un misticismo pieno di immagini apocalittiche, distante tanto dalle convenzioni del teatro commerciale americano, tanto dalla pietà del socialismo realista. Wilson consente alla parola parlata di essere ascoltata e capita.

Un progetto di Change Performing Arts commissionato da Spoleto Festival dei 2Mondi per l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’.

 

Una lunga, folle nottata: questo serve e questo basta all’Adriana di Notturno di donna con ospiti, madre incinta, sola e oppressa, per decidere di fuggire dalla prigione della sua esistenza quando una sera, strane presenze, temute e desiderate da troppo tempo, si introducono in casa sua. Improvvisamente riaffiorano senza una logica i fantasmi del passato, le proiezioni del suo inconscio, i sogni e i desideri repressi.

Con una scrittura leggera quanto amara, fra dramma, commedia e thriller, lo spettacolo dal ritmo incalzante, forte e denso di emozioni, rappresenta a pieno il drammaturgo napoletano scomparso a soli trent’anni nell’86, dopo aver scritto una delle pagine più belle del teatro contemporaneo.

Una produzione Compagnia dell’Accademia.

 

Un ricordo d’inverno ha vinto il bando Nuove Opere Siae Sillumina e vuole raggiungere ogni tipo di spettatore con una drammaturgia che costruisce innumerevoli ponti con il reale provocando sensazioni, sentimenti e riflessioni condivise e condivisibili.

Una produzione Compagnia dell’Accademia.

Torna al Teatro della Pergola Dieci storie proprio così – terzo atto (16 – 18 febbraio 2018), una ‘ragionata’ provocazione contro quella rete mafiosa, trasversale e onnipresente, che vorrebbe sconfitta la coscienza collettiva, la capacità di capire e reagire. Da un’idea di Giulia Minoli, lo spettacolo, scritto da Emanuela Giordano e Giulia Minoli, e diretto dalla stessa Giordano, racconta storie di impegno civile e riscatto sociale, responsabilità individuali e collettive, connivenze istituzionali e taciti consensi.

Musica e teatro per dieci storie di gente comune, di vite spezzate, di eroi di tutti i giorni, per restituire un senso a una parola abusata e difficile: legalità.

Una produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Torino.

 

 

  • Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ di Scandicci

 

L’impegno sociale e civile, la nuova drammaturgia, la cronaca spiegata ai ragazzi. Il Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ di Scandicci continua a tracciare una riflessione su un teatro diverso, per non dire ‘nuovo’, un percorso che vuole essere anche l’augurio di una ricerca sempre a contatto con il pubblico.

 

Raccontarsi significa guardare la verità, darle un nome, anche se fa paura. Daniela Morozzi, accompagnata da Alda Dalle Lucche al sax, Susanna Bertuccioli all’arpa, e dall’Arcobaleno Ensemble, piccola orchestra di bambini di tutte le età diretta da Giada Moretti, legge Non volevo vedere (24 novembre 2017), dall’omonimo libro autobiografico di Fernanda Flamigni.

Una testimonianza autentica del distorsivo rapporto tra un uomo e una donna che, con agghiacciante frequenza, sfocia nel dramma del femminicidio. Si racconta ciò che Fernanda ha vissuto ed il messaggio che ha voluto dare: un inno alla speranza per vincere la battaglia per la vita e la dignità, per credere nell’uguaglianza e nella libertà.

Una produzione Scuola di Musica di Fiesole.

 

Un uomo, una donna e l’universo a fare da cornice. Sono questi gli elementi di Costellazioni (12 – 13 gennaio 2018), pièce del giovane e talentuoso drammaturgo inglese Nick Payne, diretta da Silvio Peroni, con in scena Aurora Peres e Jacopo Venturiero.

C’è una teoria della fisica quantistica che sostiene che esista un numero infinito di universi: tutto quello che può accadere, accade da qualche altra parte e per ogni scelta che si prende, ci sono mille altri mondi in cui si è scelto in un modo differente. Nick Payne prende questa teoria e la applica a un rapporto di coppia.

Una produzione Khora.teatro.

 

Un Amleto visivo, quasi senza parole, ambientato a Parigi negli anni Trenta.

Giancarlo Sepe con Amletò (gravi incomprensioni all’Hotel du Nord) (21 – 22 marzo 2018) immagina la tragedia del principe danese, angustiato e depresso, narrata nella Francia del 1939.

La famiglia di Elsinore, in viaggio, approda a Parigi e prende posto nell’hotel sul canale di Saint-Martin, l’Hotel du Nord del film omonimo di Marcel Carnè, così pieno d’umido che non fa rimpiangere i freddi della gelida Danimarca.

Una produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro La Comunità.

 

Raccontare l’indicibile: la storia del piccolo profugo siriano Alan Kurdi.

Giuliano Scarpinato, che ha scosso il teatro-ragazzi con Fa’afafine, torna a far lievitare il cuore doloroso delle cose, amplificare la vicenda di uno e farla diventare quella di molti, con Alan e il mare (14 aprile 2018).

Il teatro ha delle possibilità in più rispetto alla cronaca: il sogno, la trasfigurazione. Ecco quindi che alle parole di Federico Brugnone e Michele Degirolamo, alla vita narrata, si aggiungono le immagini, e la vita “immaginata”: proiezioni realizzate in videomapping danno vita a sogni, aspettative, desideri.

Una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri.

 

 

Produzioni e coproduzioni della Fondazione Teatro della Toscana / Schede

 

 

14 – 19 novembre 2017 | Teatro della Pergola, Firenze

Fondazione Teatro della Toscana

Gabriele Lavia

I RAGAZZI CHE SI AMANO

da Jacques Prévert

regia Gabriele Lavia

 

L’amore giovanile e il rapporto degli innamorati con la realtà.

Gabriele Lavia dice Jacques Prévert e tocca emotivamente gli animi fin dal primo verso. I ragazzi che si amano enfatizza la differenza tra il primo amore giovanile e l’amore più maturo degli adulti: i giovani innamorati sono estraniati dal mondo e dimentichi di tutto. Non tengono conto del parere della gente per strada, della chiusura morale della gente verso la loro dolcezza.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

L’amore e i giovani: niente e nessuno esiste più attorno a loro, poiché essi non appartengono più a questo mondo, ma a un altro, che vive nell’accecante calore del loro sentimento. Ciascuno di noi può dunque ritrovare qui echi e immagini della propria adolescenza.

Due ragazzi si amano e si baciano al tramonto. La gente che passa, vedendoli, li disapprova indignata, ma loro non notano nulla, non ci sono per nessuno, vivono esclusivamente nel loro primo amore. Perché l’amore tra due giovani deve essere schernito, disapprovato, come se fosse qualcosa di proibito, un delitto che non va commesso e i giovani additati come criminali da condannare e combattere? Forse, perché i giovani hanno ancora il coraggio, che deriva dall’incoscienza o dall’innocenza dei loro anni, di manifestarlo liberamente, di viverlo come amore.

E cos’è allora, l’amore di cui ci parla Prévert? È l’amore che rigenera l’esistenza, acceca e rende unici e straordinari, è l’amore che crea un mondo e annulla gli altri, rende invisibili e senza paura, è un amore che libera.

 

16 novembre 2017 | Teatro Studio ‘Mila Pieralli’, Scandicci PRIMA NAZIONALE

Fondazione Teatro della Toscana

LA CITTÀ VISIBILE

Esito dei percorsi sulla città condotti dall’Accademia dell’Uomo

 

Una Scandicci per cambiare.

5 gruppi di 20 persone ciascuno che, attraverso un percorso di 10 incontri, sviluppano desideri e utopie, fino a descrivere (quasi a disegnare) un nuovo ideale di città.

 

Il futuro di una città si traccia attraverso processi di confronto e valutazione non solo tecnici ma anche culturali. Su tali processi è importante generare un dibattito fatto di proposte, idee, valori che provengono da chi il territorio lo vive ogni giorno con le proprie esigenze ed esperienze.

Il progetto La Città visibile, realizzato in collaborazione tra il Comune di Scandicci e l’Accademia dell’Uomo del Teatro della Toscana, si inserisce nell’ambito delle iniziative che l’Amministrazione sta programmando propedeuticamente all’aggiornamento del Piano Strutturale e all’elaborazione del Piano Operativo, i nuovi strumenti che sostituiranno integralmente il Regolamento Urbanistico.

Grazie all’approccio multidisciplinare di facilitatori e trainer, attraverso l’utilizzo di video, immagini, confronti filosofici ed estetici ed attraverso la mimica del corpo dedotta dal Metodo di Orazio Costa, 100 cittadini saranno chiamati a immaginare un ideale di città, prendendo spunto dai seguenti temi: Il verde e la città – Parchi urbani (ex Cnr, Acciaiolo), aree verdi, colline (70% del territorio scandiccese); Il centro e la periferia – Rapporti, ricuciture, collegamenti, funzioni, servizi; La mobilità – Dal tram, ai mezzi ecologici e condivisi, all’attuale circolazione, al parcheggio scambiatore; La formazione / lavoro – Scuole, specializzazioni, imprese, incontro domanda / offerta, collegamenti e reputazione; L’accessibilità – Dalla questione delle barriere architettoniche, a quella di una comunicazione accessibile.

Verranno creati 5 gruppi di 20 persone ciascuno (integrando generazioni e status sociali diversi) che, attraverso un percorso di 10 incontri, svilupperanno i progetti indicati al fine di evidenziare desideri ed utopie, fino a descrivere (quasi a disegnare) un nuovo ideale di città.

I valori chiave che emergeranno da questa esperienza, verranno utilizzati dall’Amministrazione nella stesura dei criteri che ispireranno il lavoro preparatorio all’aggiornamento dei Piani.

 

14 – 17 dicembre 2017 | Teatro Studio ‘Mila Pieralli’, Scandicci

Fondazione Teatro della Toscana

Michele Santeramo

LEONARDO

L’invenzione della realtà

di Michele Santeramo

immagini Cristina Gardumi

 

Le storie, raccontandole, da vere diventano inventate e da inventate, vere.

Dopo La prossima stagione e Il Nullafacente Michele Santeramo debutta con il suo nuovo testo, Leonardo.

Le immagini di Cristina Gardumi contribuiscono a descrivere un mondo inventato, una distorsione della realtà, alla ricerca di un’altra verità possibile. Come i sogni, che non esistono, ma che una volta sognati, eccoli lì palpitanti, a farci sudare e spaventare, ridere, emozionare. Seppure mai accaduti, eccoli attaccarsi al corpo come una qualunque cosa veramente successa.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

Questa storia è tutta inventata. Leonardo Da Vinci ne è il protagonista perché è uno dei pochi personaggi che, per tutta la sua sapienza e il suo ingegno e il suo genio, può risolvere, o almeno provarci, il caso che gli viene proposto. È l’unico al mondo a poterci riuscire.

Nulla di quanto si racconta è vero. Troppo spesso scambiamo le storie vere con quelle credibili; anzi, la credibilità delle storie è spesso legata al fatto che siano accadute veramente.

Ma se così fosse, se bastasse che un fatto sia accaduto per descrivere la realtà, allora la realtà sarebbe immutabile, non sarebbe mai messa in discussione, e le cose sarebbero semplicemente quello che sono. Non ci sarebbe scoperta, né invenzione, né arte, se non si potesse tradire la realtà inventandone una plausibile.

Lo spettacolo è una narrazione delle vicende sostenuta dalla proiezione di immagini pittoriche realizzate da Cristina Gardumi – interviene Michele Santeramo – il rapporto tra racconto e immagini, come già accaduto ne La Prossima Stagione, è uno degli elementi centrali della messa in scena: il racconto orale procede per accumulazione di immagini che compongono un quadro complessivo della storia; la proiezione, invece, procederà al contrario, mostrando all’inizio la completezza del quadro e, pian piano, scarnificandosi, cercando di lasciare che campeggino sullo schermo solo le immagini di senso della storia”.

Le storie non possono essere soltanto notizie veramente accadute, non possiamo cadere nel tranello che quel che ci dicono essere accaduto veramente sia l’unica verità possibile.

Leonardo qui si confronta con un tema che ha bisogno di invenzione per poter essere approcciato e risolto, solo di invenzione.

 

 

 

13 – 14 gennaio 2018 | Teatro Era, Pontedera PRIMA NAZIONALE

16 – 21 gennaio 2018 | Teatro della Pergola, Firenze

Fondazione Teatro della Toscana

Gabriele Lavia

IL PADRE

di August Strindberg

con Federica Di Martino

e con Giusi Merli

scene Alessandro Camera realizzate nei Laboratori del Teatro della Pergola

luci Michelangelo Vitullo

musiche Giordano Corapi

regia Gabriele Lavia

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo Pirandello e Brecht, Gabriele Lavia si confronta con lo Strindberg de Il Padre.

La casa, la famiglia, la resa dei conti, motivi simbolici costantemente presenti nell’opera strindberghiana, vengono qui portati a un confronto ultimativo, che si impone con la lucidità dell’allucinazione. Una partita inesorabile di dare e avere, dove ogni segno sposta la bilancia di una macchinosa contabilità cosmica.

Lo spettacolo ha la capacità di passare fulmineamente attraverso forme nuove, senza soffermarsi, portato da una passione che guarda oltre la scena, preoccupato di sgombrare lo spazio per una sola risposta, impossibile e sempre latente: il terribile risveglio di un universo di sonnambuli.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

August Strindberg è veramente un gigante!

Se si pensa che la sua opera letteraria è contenuta in oltre cinquanta volumi e la sua corrispondenza in altri ventidue volumi e ancora cinquant’otto opere teatrali!

Se si pensa che la sua vita è stata, a dir poco, tempestosa, contraddittoria, estrema e che i suoi interessi si sono rivolti alla pittura (a livello altissimo! Sono famosi i suoi quadri di mari tempestosi probabilmente simbolo della sua stessa vita) alla scultura, alla fotografia, alla chimica, all’alchimia, alla teosofia (forse è inventore del fiammifero svedese!).

E poi il suo impegno politico e sociale!

E poi tutte le donne con cui ebbe rapporti tormentatissimi e disperati.

Insomma Strindberg è un titano e quindi “destinato”, per “scelta”, alla Caduta, allo Sprofondamento di sé, all’Abisso.

La sua scrittura è CATARSI, è caduta giù nel fondo. La sua opera – famosissima e autobiografica – è “Inferno”. E questo la dice lunga!

Io conosco solo me stesso e non posso che parlare di me!” Così diceva e anche il suo Teatro non è altro che “drammaturgia autobiografica” e sempre tormentata, tragica.

La “caduta”, lo “sprofondamento” è il suo destino.

Friedrich Nietzsche doveva aver compreso qualcosa del genio di Strindberg se il “Grande Scandinavo” fu destinatario di uno dei “Biglietti della follia” del “grande pensatore” dell’OLTRE-UOMO.

E, invero, Strindberg ha attraversato (è andato “Oltre”) se stesso come paradigma della condizione dell’ “Uomo” destinato all’Inferno del rapporto con la “Donna”.

Il Padre è una tragedia. Strindberg la scrive nel 1887 ed è il tentativo di comporre un’opera “naturalistica”, cioè che scavi nella “natura” umana, osservando una banale vicenda familiare attraverso lo specchio deformante del mito di Ercole e Onfale e dello “scambio di vestiti” che, nel mito, fecero tra loro. Questo significa lo “scambio dei ruoli” nella società della fine dell’Ottocento che segna la “caduta” del “ruolo” (e quindi del “senso”) della figura paterna.

Strindberg scrive una “Tragedia Classica” che, come ogni tragedia, racconta, ripeto, una “caduta fatale”. Qui, è il precipitare della potenza dell’uomo e la crudele sopraffazione da parte della donna”.
Gabriele Lavia

26 gennaio – 4 febbraio 2018 | Teatro della Pergola, Firenze

Khora.teatro, Fondazione Teatro della Toscana

Vinicio Marchioni

Francesco Montanari

ZIO VANJA

di Anton Čechov

adattamento Letizia Russo

con Lorenzo Gioielli, Milena Mancini

regia Vinicio Marchioni

 

Si vive, semplicemente (o ci si avvicina alla morte giorno dopo giorno), e nel vivere si soffre, in un grigiore permanente e alienante. Vinicio Marchioni dirige e interpreta Zio Vanja di Čechov nell’adattamento di Letizia Russo. Al suo fianco in scena Francesco Montanari.

Si tratta della malinconica tragedia delle occasioni mancate, delle aspirazioni deluse di un gruppo accomunato da legami di parentela o dal semplice caso, che parla molto e fa molto poco per sfuggire a una condizione di cui è insoddisfatto. Persone ingabbiate nell’inanità, che a forza di pensare hanno finito per rinunciare ad agire, come Astrov, o che tentano di reagire, ma falliscono mettendosi in ridicolo, come zio Vanja.

Questa riedizione di Zio Vanja ha l’obbiettivo di riavvicinare il vasto pubblico alla storia del teatro, dimostrandone l’attualità dei valori in un allestimento attento ai nuovi linguaggi della regia del teatro contemporaneo.

Una produzione Khora.teatro, Fondazione Teatro della Toscana.

 

Il 26 ottobre del 1899 Anton Čechov fa rappresentare al Teatro d’arte di Mosca Zio Vanja, oggi considerato uno dei drammi più importanti dello scrittore di Taganrog.

Protagonista dei quattro atti originali è Ivan Petrovic Voiniskij, zio Vanja appunto, che per anni ha amministrato con scrupolo e abnegazione la tenuta della nipote Sonja versandone i redditi al cognato, il professor Serebrjakov, vedovo di sua sorella e padre di Sonja. Unica amicizia nella grigia esistenza di Vanja e di Sonja è quella del medico Astrov, amato senza speranza da Sonja. Per il resto sono tutti devoti al professore, che credono un genio. Serebrjakov si stabilisce con i due, insieme alla seconda moglie, Elena. Le illusioni sono presto distrutte: alla rivelazione che l’illustre professore è solo un mediocre sfacciatamente ingrato, zio Vanja sembra ribellarsi: in un momento d’ira arriva a sparargli, senza colpirlo. Nemmeno questo gesto estremo modifica il destino di Vanja e di Sonja, che riprendono la loro vita rassegnata e dimessa, sempre inviando le rendite della tenuta al professore tornato in città con la moglie.

Lo stile di Čechov, modellato sul tragicomico del quotidiano, restituisce con fascino irripetibile e struggente le complesse sfaccettature dell’esistenza umana anticipando e influenzando tutti i motivi successivi della drammaturgia occidentale europea e nordamericana. “Volevo solo dire alla gente – affermò – in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa”.

Lo spettacolo nell’adattamento di Letizia Russo (da un’idea di Vinicio Marchioni e Milena Mancini), in assoluto rispetto delle dinamiche tra i personaggi e dei dialoghi del testo classico, fa perno su precise note di contemporaneità della scrittura cecoviana per esaltarne la straordinaria attualità creativa. La regia di Vinicio Marchioni, attorniato da un cast di comprovata qualità artistica e professionale, prende le mosse da un profondo studio del meccanismo drammaturgico dell’originale, per restituirne pienamente il dovuto spessore culturale.

Zio Vanja è uno specchio in cui possiamo vedere riflessa la nostra incapacità (o non volontà) di essere felici. Può essere una visione sgradevole, perché è duro fissare negli occhi la propria anima. Ma gli specchi hanno un lato salutare: se quello che appare non ci piace, possiamo almeno tentare di cambiarlo. In fondo è a questo che Čechov ci invita: capire quanto sia meschina l’esistenza borghese, così priva di slanci e di entusiasmi, così mediocre e vuota, per inventarsene una diversa. E uscire dalla gabbia che ci siamo fabbricati per diventare uomini migliori.

 

 

 

9 – 18 febbraio 2018 | Teatro Studio ‘Mila Pieralli’, Scandicci PRIMA NAZIONALE

Fondazione Teatro della Toscana

Fulvio Cauteruccio Roberto Visconti

PRIGIONIA DI ALEKOS

di Sergio Casesi

musiche originali Ivan Fedele

progetto video Massimo Bevilacqua

elaborazioni digitali video e acustiche Alessio Bianciardi

scene e regia Giancarlo Cauteruccio

 

La vita, il carattere libertario, creativo di Alexandros Panagulis e la sua lotta impari contro la dittatura dei colonnelli nella Grecia degli anni Settanta.

Giancarlo Cauteruccio dirige Prigionia di Alekos di Sergio Casesi, il vincitore del Premio Pergola per la nuova drammaturgia. Con Fulvio Cauteruccio e Roberto Visconti.

Nel libro Un Uomo Oriana Fallaci dimostra che la libertà di un solo individuo può davvero inceppare il sistema, far saltare le certezze di un regime totalitario, smascherare e forse superare, le miserie proprie degli uomini indispensabili ad ogni regime. È questa volontà dell’immaginazione che Prigionia di Alekos vuole inscenare, lo spazio della fantasia, del sogno e della speranza di Alexandros Panagulis. L’Eros della creazione è sempre eversivo, libertario, rivoluzionario. Questo è anche il desiderio profondo di questo testo.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

 

Molte domande si incrociano oggi sul teatro, sul ruolo sperduto del drammaturgo, sullo scrivere. E molte domande sul ruolo politico del teatro, sulla sua mancata centralità. Sembra indebolirsi l’idea di teatro come luogo della coscienza, della riflessione. Come luogo della parola, del gesto, dell’incontro e della coscienza.

Prigionia di Alekos tenta di porsi nel punto di intersezione di queste domande, e lo fa attraversando il mito moderno di Alexandros Panagulis, nuovo prometeo, come descritto da Oriana Fallaci in Un Uomo. Il racconto di colui che sconfisse la dittatura dei colonnelli con la poesia e la creatività ci permette di indagare i valori profondi dell’esistenza umana, i fondamentali della vita, elevando la libertà individuale a spazio politico condiviso, a pensiero etico e spirituale. In Prigionia di Alekos l’immaginario di Panagulis viene messo in scena prendendo il sopravvento sulla realtà che pure c’è e si fa sentire attraverso la tortura, la privazione, l’incubo e l’umiliazione.

Avranno così spazio Dalì, uomo/scarafaggio e amico fidato, un indovino cieco, un moderno Tiresia stanco e deluso e poi i carcerieri fino a Caronte per la catabasi dell’eroe. Ma Prigionia di Alekos cerca anche di portare avanti il discorso della scrittura per il teatro. La lingua del teatro è cresciuta moltissimo nel secolo scorso e tocca ai drammaturghi di oggi porsi la domanda di come raccogliere tutte le esperienze, anche lontanissime fra loro, e comporre un nuovo vocabolario per la scena. È una responsabilità che non si può evitare”.

Sergio Casesi

 

I personaggi di questo notevole disegno drammaturgico sono testimoni di un mondo devastato. Alekos, nella sua cella-tomba, attrae a sé gli altri personaggi con una volontà, una forza e un’intelligenza che può appartenere soltanto al mito tragico. L’autore non a caso chiama in causa il mito di Acheloo e Eracle, nello scontro tra Alekos e Hazizikis.

Saranno macerie quelle crollate tra la scena e la platea, detriti di una società sporcata dal sopruso di uomini su altri uomini. Il palcoscenico vomita nella platea grandi lastre di piombo che scardinano il limite tra realtà e immaginario. Quel limite attraverso il quale Alekos cerca di prendere il sopravvento sulla atroce realtà nella quale viene costretto. Dietro la dirompente materia scenica, lo spazio del palcoscenico diventa invece impalpabile. Il personaggio proietta nella vibrazione della luce, nella visionarietà dell’immagine, nelle ombre e negli abbagli della poesia, l’unica possibilità di sopravvivenza. Casesi contrappone con saggezza la poesia alla miseria del potere, della politica, dei totalitarismi di cui oggi siamo costretti ancora a parlare”.

Giancarlo Cauteruccio

Il Premio Pergola per la nuova drammaturgia, promosso dalla Fondazione Teatro della Toscana, si proponeva di selezionare un lavoro originale tra tutte le forme della scrittura per il palcoscenico; l’opera doveva essere in lingua italiana o in dialetto, mai rappresentata in pubblico e mai edita, e ispirarsi al tema ‘L’eroe’, con l’obiettivo per gli aspiranti al riconoscimento di riflettere e indagare sulla storia e i percorsi di eroi letterari e supereroi di ieri e di oggi.

Sergio Casesi ha vinto con Prigionia di Alekos “per la sua evidente teatralità e per come ricollega il passato (recente) della Grecia agli altrettanto, sebbene diversamente, drammatici giorni nostri”, come si legge nelle motivazioni della giuria presieduta da Franco Cordelli, critico teatrale del Corriere della Sera, e composta da Anna Giuseppina Lufrano, Silvestro Pontani, Enzo Sallustro, Maria Pia Tosti Croce, Alessio Vaccari.

 

20 – 25 febbraio 2018 | Teatro della Pergola, Firenze

Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo

Fondazione Teatro della Toscana

Stefano Accorsi

FAVOLA DEL PRINCIPE CHE NON SAPEVA AMARE

liberamente tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile

adattamento teatrale e regia Marco Baliani

 

Progetto Grandi Italiani

Ariosto Orlando Furioso, Boccaccio Decameron, Basile Lo cunto de li cunti

di Marco Baliani, Stefano Accorsi, Marco Balsamo

 

Uno spettacolo che indaga il mistero più misterioso di tutti, quello di riuscire a vivere.

Stefano Accorsi interpreta la Favola del principe che non sapeva amare, adattamento e regia di Marco Baliani da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

Dopo Boccaccio e Ariosto, il Progetto Grandi Italiani porta in teatro Basile, sfidando la complessità della sua opera, per scoprire quanto ancora possiamo nutrirci delle sue invenzioni, dei suoi azzardi, delle sue intuizioni. Un’iniziativa che vuole mostrare, con l’arte della scena, che la bellezza delle loro creazioni è un tesoro inestinguibile, a doppio filo legato a quell’altra beltà che è il nostro paesaggio e le nostre opere d’arte.

Una produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo, Fondazione Teatro della Toscana.

 

Ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, da cui lo spettacolo prende sostanza, il mistero del nostro vivere si dipana in una mappa di storie, con un andamento fiabesco, le vicende che vi accadono posseggono una loro verità del tutto indipendente dalla realtà ordinaria. La fiaba è un fatto di cronaca fantastica che va raccontato con la pregnanza con cui si racconta un fattaccio di cronaca nera o di cronaca rosa. Le magie che vi accadono non sono effetti speciali per stupire o spaventare, sono invece come fasci di luce potente che viene proiettata sul nodo psichico della vicenda narrata, per indurre lo spettatore a farsi carico di quel nodo.

Dopo aver portato in scena il Decameron del Boccaccio e Orlando Furioso dell’Ariosto, ora la trilogia del progetto Grandi Italiani si conclude con Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, col suo linguaggio barocco, un italiano rinnovato da un dialetto aspro e meravigliosamente creativo.

Un linguaggio sonoro, che si riverbera anche nello spettacolo, dove i suoni e le sonorità comporranno un paesaggio mutevole e metamorfico.

Molta vita si addensa in queste storie, ognuna racchiude più di un Destino, ma il nostro teatro ne svela solo una parte, lasciando nell’animo dello spettatore la sensazione che non tutto è stato detto, che l’Arcana Favola nasconde ancora molti altri tesori.

 

 

2 – 11 marzo 2018 | Teatro Studio ‘Mila Pieralli’, Scandicci PRIMA NAZIONALE

Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz

in collaborazione con Postop Teatro e Armunia Festival Costa degli Etruschi

Daniele Caini Alessandra Comanducci Domenico Cucinotta Massimiliano Cutrera Marco Di Costanzo Erik Haglund Stefano Parigi

APPUNTI DI UN PAZZO

di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

spazio scenico Irina Dolgova e Alessio Bergamo

oggetti e costumi Thomas Harris

contributi sonori Andrea Pistolesi

regia Alessio Bergamo

 

Una fantasmagoria di scene dal taglio surreale, spesso umoristico, un carosello di apparizioni demoniache, un viaggio nei meandri della mente del consigliere titolare Aksentij Ivanovič Popryšin.

Alessio Bergamo con un gruppo di sette attori ha creato Appunti di un pazzo, allestimento scenico dal racconto di Gogol’ Diario di un pazzo. Il realismo fantastico che caratterizza il testo letterario si materializza grazie a un approccio recitativo in cui l’attore mantiene un contatto di gioco scoperto e diretto con il pubblico.

Una produzione Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz, in collaborazione con Postop Teatro e Armunia Festival Costa degli Etruschi.

 

Aksentij Ivanovič Popryšin è un impiegato statale al grado più basso della gerarchia impiegatizia. Sta seduto nell’anticamera dell’appartamento di servizio del suo capo. Durante la giornata attende alle sue mansioni principali: porge gli incartamenti e tempera le penne per Sua Eccellenza e, a omaggio, per la figliola di Sua Eccellenza. Oltre la porta pulsa la vita sgargiante, misteriosa e inaccessibile delle alte sfere della società. Accadono cose incomprensibili alla mente dei semplici. È necessario penetrare, scoprire, indagare se si vuole comprendere, se si vuole ascendere. Popryšin non è persona priva di intraprendenza e indaga, penetra, scopre.

La novella di Gogol’ – ragiona Alessio Bergamo – altro non è che una parabola sotto forma di scherzo, una riflessione sul rapporto tra l’uomo e la sua immagine sociale. Un tema inevitabile e oggi asfissiante, visto il moltiplicarsi delle immagini che quotidianamente, come in una camera di specchi, ci provocano scissioni interiori sempre più profonde, ci inducono a non farci capire più dove siamo noi e dove siano gli altri. Lo spettacolo va oltre la poetica di un teatro di rappresentazione tradizionale e lancia un ponte (o una sfida) verso la performance”.

È difficile capire quale sia la realtà vera delle cose. Comprendere è un atto intellettuale e dove c’è intelletto c’è immaginazione, e dove c’è immaginazione è facile non distinguere più la realtà. E d’altronde siamo sicuri che non sia proprio l’immaginazione a creare delle realtà che ci vengono a provocare, a indirizzare, a confondere o, al contrario, a portare a lucide chiarezze?

Difficile dirlo, fatto sta che Popryšin vivrà eventi straordinari che lo porteranno lontano dalla patria (o forse no), innalzato a cariche altissime (o forse no), implicato in intrighi di stato, clamorosi trionfi, gloriose imprese e terribili persecuzioni. E ad una, una sola, autentica rivelazione.

 

 

 

13 – 21 marzo 2018 | Teatro della Pergola, Firenze

Gitiesse Artisti riuniti

Fondazione Teatro della Toscana

Geppy Gleijeses

Vanessa Gravina
IL PIACERE DELL’ONESTÀ
di Luigi Pirandello
con Leandro Amato, Maximilian Nisi, Brunella De Feudis

scene Leila Fteita

costumi Lina Nerli Taviani

luci Luigi Ascione

assistente alla regia Marina Bianchi

regia Liliana Cavani

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

La differenza tra l’essere e l’apparire, tra la ‘maschera’ e chi siamo veramente.

Dopo la felice esperienza di Filumena Marturano, Liliana Cavani torna a dirigere Geppy Gleijeses ne Il piacere dell’onestà di Luigi Pirandello. Con Vanessa Gravina.

La società tiene a distanza gli onesti, ne ha paura: sono diversi e in quanto tali pericolosi, evidenziano le colpe e le mancanze delle cosiddette persone rispettabili, le cui maschere di onorabilità sono guardate con ammirazione e invidia.

La parola ‘onestà’, di grande effetto al tempo di Pirandello, è diventata parola di lacerante significato in questa nostra travagliata epoca, svuotata ormai di ogni senso dallo sfrenato desiderio di apparire che domina sull’essere. In tale contesto, ‘il piacere dell’onestà’ è riservato ormai solo ai cittadini ‘normali’ che pagano le tasse, che rispettano le regole, ma che non ottengono fama e gloria, vengono anzi derisi e snobbati perché portatori di una sana onestà intellettuale, mentre tutt’intorno il mondo della mutevole e vacua apparenza dei notabili della politica sprofonda sempre più nella feccia dell’ipocrisia.

Una produzione Gitiesse Artisti Riuniti, Fondazione Teatro della Toscana.

Ispirata alla novella Tirocinio del 1905 e rappresentata per la prima volta il 27 novembre 1917 a Torino dalla Compagnia di Ruggero Ruggeri, Il piacere dell’onestà mette in scena le tematiche care a Pirandelliana: la differenza fra l’essere e l’apparire, fra la maschera sociale in contrapposizione a chi si è veramente, il bisogno di aver stima di noi stessi, l’animo bestiale che si fonde con il sentimento in situazioni proibitive. Geppy Gleijeses, grande interprete pirandelliano (Liolà diretto da Luigi Squarzina, Il giuoco delle parti diretto da Egisto Marcucci, L’uomo la bestia e la virtù diretto da Giuseppe Di Pasquale) affronta il ruolo di Baldovino reduce dal successo di Filumena Marturano. Al suo fianco Vanessa Gravina, un’eccellenza femminile del teatro Italiano. Liliana Cavani dirige l’opera filtrandola attraverso il suo realismo magico.

Come già in Pensaci, Giacomino! e in Ma non è una cosa seria Pirandello usa l’espediente del falso matrimonio su cui si confrontano personaggi costretti a togliersi la maschera dietro la quale hanno ingannato se stessi e gli altri. Si rivela così il vero volto della varia umanità dei protagonisti. Chi finora era apparso al sommario giudizio degli altri un disonesto a cui affidare un’azione infame si rivela invece una persona rispettabile e chi agli occhi dei buoni borghesi godeva di alta considerazione, un marchese di alto lignaggio, si manifesta per quello che è: un uomo infido e mediocre nelle azioni e nei sentimenti.

Angelo Baldovino, uomo di poco conto, dalla moralità accomodante, un fallito, accetta per denaro di sposare Agata, l’amante incinta del marchese Fabio Colli che non può sposarla perché già ammogliato. Naturalmente si tratterà di un matrimonio di facciata: ognuno continuerà tranquillamente a farsi i fatti propri.

Ma le cose non vanno come previsto. Angelo, che per la prima volta si sente investito da una grave responsabilità, prende tutto molto sul serio. Aiuterà la ragazza attraverso un matrimonio formale, darà il suo nome al nascituro e sarà utile anche allo stesso marchese Fabio, vittima di una moglie che lo tradisce. Angelo si sente investito di una missione che lo riabiliterà di fronte agli altri e ai suoi stessi occhi: “Ecco qua: uno ha preso alla vita quel che non doveva e ora pago io per lui, perché se io non pagassi, qua un’onestà fallirebbe, qua l’onore di una famiglia farebbe bancarotta: signor marchese, è per me una bella soddisfazione: una rivincita!”

Egli si batterà per l’onestà e per riscattare la sua vita con un ideale da seguire che, dice, gli procura “il piacere dei Santi negli affreschi delle chiese”. Ma così manderà all’aria i progetti di Fabio che ormai non troverà più accoglienza da parte di Agata che ora pensa soltanto ad essere una buona madre per il figlio ormai nato. Il marchese disperato vuole sbarazzarsi del ‘traditore’ e organizza una società nella quale fa entrare Angelo, sperando che questi si comporti disonestamente, venga cacciato e perda la sua fama di uomo onesto. Angelo invece non solo dà prova di rettitudine ma smaschera di fronte ad Agata la trappola che il marchese gli ha teso e nonostante tutto per il bene del bambino si dice disposto a farsi accusare di furto purché a rubare realmente sia Fabio. Sarà la stessa Agata a pregare Angelo di restare accanto a lei ormai conquistata dalla sua onestà.

La sottesa critica alla borghesia benpensante valse alla commedia il giudizio positivo di Antonio Gramsci che avendo assistito alla prima scriveva: “C’è nelle sua commedie uno sforzo di pensiero astratto che tende a concretarsi sempre in rappresentazione, e quando riesce, dà frutti insoliti nel teatro italiano di una plasticità e d’una evidenza fantastica mirabile. Così avviene nei tre atti del Piacere dell’onestà”.

 

23 – 29 marzo 2018 | Teatro della Pergola, Firenze

Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo

Fondazione Teatro della Toscana

Sergio Rubini

Luigi Lo Cascio

DELITTO/CASTIGO

adattamento teatrale Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi

progetto sonoro G.U.P. Alcaro

regista collaboratore Gisella Gobbi

regia Sergio Rubini

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il racconto tormentato della presa di coscienza di una colpa e di una redenzione.

Dopo il successo di Provando…Dobbiamo Parlare, un nuovo progetto sul “teatro non teatro” di Sergio Rubini con Luigi Lo Cascio. Delitto/Castigo è un viaggio tra i capitoli di uno dei più grandi romanzi mai scritti, facendoci rivivere l’epico Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij.

Un’opera dove non esistono personaggi minori, ma dove ogni figura è portatrice di una voce, di una propria potente visione del mondo. È stato il critico Michail Bachtin a inventare l’espressione “romanzo polifonico” parlando di Dostoevskij: l’autore non interviene mai all’interno del testo per pilotare le coscienze dei suoi personaggi. Ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un punto di vista sulle cose: è ideologicamente autorevole, autonomo, indipendente dalla visione dell’autore, che non fa altro che seguirne il naturale sviluppo senza intervenire e, soprattutto, senza piegarne la psicologia alle esigenze di trama.

Una produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo, Fondazione Teatro della Toscana.

 

Un classico d’altri tempi, tale in nome delle potenzialità riflessive in esso contenute e della capacità di rendersi psicologicamente e culturalmente attuale anche a distanza di più di 130 anni.

Pubblicato da Fëdor Dostoevskij nel 1886, Delitto e Castigo, sulla scia di Ricordi dal sottosuolo e de I fratelli Karamazov, ci colloca nella condizione di osservatori esterni di una scena narrativa ben definita dal punto di vista spazio temporale, oltre che dal punto di vista dei personaggi e dell’intero contesto che la genera. Una situazione potenzialmente realistica, all’interno della quale l’autore russo porta avanti, con costanti e sottili riferimenti alla propria dimensione religiosa, una riflessione esistenziale inconsapevolmente necessaria per il lettore.

Vertigine e disagio accompagnano il lettore di Delitto e Castigo. La vertigine di essere finiti dentro l’ossessione di una voce che individua nell’omicidio la propria e unica affermazione di esistenza. E quindi il delitto come specchio del proprio limite e orizzonte necessario da superare per l’autoaffermazione del sé.

Un conflitto che crea una febbre, una scissione, uno sdoppiamento; un omicidio che produce un castigo, un’arma a doppio taglio. Come è la scrittura del romanzo, dove la realtà, attraverso il racconto in terza persona, è continuamente interrotta e aggredita dalla voce pensiero, in prima, del protagonista. Ed è proprio questa natura bitonale di Delitto e Castigo a suggerire la possibilità di portarlo in scena attraverso una lettura a due voci.

In Delitto e Castigo non si trova una ragione, una risoluzione definitiva; non ci si interroga sul perché del delitto, ma su come l’autore del delitto si comporti a partire dall’istante successivo al delitto. Si studiano le sue reazioni e ci si specchia nei suoi occhi, partecipi di una sofferenza che, seppur non originata da un atto grave quanto un delitto, può appartenerci e avere su di noi le stesse conseguenze, se non anche più gravi.

Un invito a misurarsi con le proprie paure, i propri errori, con la società, la legge, il mondo, perché si pone nei termini polivalenti del romanzo psicologico e introspettivo, del giallo, della storia d’amore, dell’individualismo, dell’egoismo, della fede cristiana e di tutto quanto possa contribuire a far comprendere al lettore che la colpevolezza e l’errore appartengono all’animo umano, tanto quanto ad esso appartengono l’intelligenza, il sentimento, la capacità di imparare, di chiedere scusa, di perdonare e di redimersi anche a costo di perdere quella che tutti chiamiamo vita.

 

10 – 15 aprile 2018 | Teatro della Pergola, Firenze

Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana

Gioele Dix Laura Marinoni Elia Schilton Sara Bertelà Roberta Lanave

CITA A CIEGAS

(Appuntamento al buio)

di Mario Diament

scena e costumi Gianmaurizio Fercioni

musiche Michele Tadini

regia Andrée Ruth Shammah

 

Dopo quattro stagioni di tournée con il Malato Immaginario Andrée Ruth Shammah dirige Gioele Dix in Cita a ciegas (Appuntamento al buio) di Mario Diament. Con Laura Marinoni, Elia Schilton, Sara Bertelà, Roberta Lanave.

Una produzione Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana.

 

Mario Diament è drammaturgo, saggista, romanziere, traduttore e sceneggiatore. Nato a Buenos Aires nel ‘42, vive a New York e in Israele e si stabilizza a Miami dove insegna Giornalismo e Comunicazione. Tiene una rubrica settimanale sul quotidiano argentino ‘La Naciòn’. Vince diversi premi per le sue opere teatrali e lavora per importanti quotidiani come ‘La Opiniòn’, ‘El Cronista’, ‘Expreso’, ‘Clarín’ e il ‘Nuevo Herald’ di Miami.

La storia di Cita a ciegas (Appuntamento al buio) parla di un uomo cieco seduto su una panchina di un parco a Buenos Aires. È un famoso scrittore e filosofo, ispirato all’autore argentino Jorge Luis Borges, che è solito godersi l’aria mattutina. Quella mattina, la sua meditazione viene interrotta da un uomo…

Comincia così una serie di incontri apparentemente casuali, appassionati, poetici, uno brutalmente violento, fatti di conversazioni a prima vista sconnesse, che svelano legami sempre più inquietanti, misteriosi e anche inaspettatamente divertenti.

 

12 – 13 aprile 2018 | Teatro Studio ‘Mila Pieralli’, Scandicci

Zaches Teatro e Fondazione Teatro della Toscana

SANDOKAN

liberamente ispirato a Le Tigri di Mompracem di Emilio Salgari

ideazione, coreografia e regia Luana Gramegna

ideazione, scene, luci e costumi Francesco Givone

progetto sonoro e musiche originali Stefano Ciardi

dramaturg Simone Faloppa

con un gruppo di attori-richiedenti asilo politico ospitati nel comune di Scandicci

assistenti alla regia e coreografia Gianluca Gabriele, Simone Faloppa, Amalia Ruocco

assistente alla scenografia Alessia Castellano

realizzazioni costumi Aboubacar Sadio

realizzazione scene e oggetti di scena Bacary Sonko, Oumar Traore, Aboubacar Sadio, Fakeba Djite

tecnico del suono Dylan Lorimer

progetto fotografico Sara Barbieri

progetto grafico e campagna di comunicazione Ingrid Lamminpää con Carine Habib, Kathia Duran,

Linus Biederman, Robban Larsson, Tasha Tokar

promozione e organizzazione Isabella Cordioli

 

Migrazione, accoglienza e coesione sociale.

Zaches Teatro torna con Sandokan, uno spettacolo fra teatro di figura, danza, musica dal vivo, con la partecipazione attiva di un gruppo di richiedenti asilo politico ospitati nel comune di Scandicci. Non solo come attori, ma anche in qualità di costumisti e scenografi. Il progetto grafico e la campagna di comunicazione sono stati curati da studenti della Florence Design Academy, anch’essi internazionali, guidati da Ingrid Lamminpää.

Lo spettacolo si ispira a Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari, romanzo che vede molte aperture verso una rilettura contemporanea: ci sono un naufragio, un eroe che viene prima accolto su un’isola poi braccato dall’esercito, la ricerca di una libertà negata, un amore impossibile per questioni razziali e un popolo costretto a fuggire.

Una produzione Zaches Teatro e Fondazione Teatro della Toscana.

 

Un’isola di uomini liberi, Mompracem, ripopolata da superstiti di violenze, schiavitù e dolore. Una comunità di rifugiati, in attesa di documenti, lavoro, futuro. E un simbolo di riscatto per entrambi: Sandokan. Il Borneo fantastico di Emilio Salgari e l’artigianato visivo di Zaches Teatro si incontrano in una delle massime espressioni della letteratura italiana per ragazzi, Le tigri di Mompracem: Sandokan incrocia le storie, l’orgoglio e le voci di chi attende davanti al mare.

Lo spettacolo è il risultato di un progetto sulla coesione sociale in cui, attraverso il teatro di figura e la danza, si è lavorato sul concetto di comunità partendo dall’accoglienza di profughi e richiedenti asilo. A partire dall’esperienza diretta di persone che lasciano la propria comunità e devono fare l’ingresso in una nuova, Zaches Teatro si è posto l’obiettivo di lavorare sui concetti archetipici e universali che sottendono la forma sociale, cercando risposta a interrogativi sempre più urgenti: cosa significa comunità oggi? Quali valori stanno alla base di una comunità aperta e accogliente?

La performance frutto di questo percorso di ricerca, al tempo stesso socio-antropologica e artistico-teatrale, diventa una vera e propria strada, fisica e simbolica, attraverso cui portare la comunità a (ri)conoscersi all’interno del teatro.

Gli attori-richiedenti asilo politico ospitati nel comune di Scandicci si sono cimentati anche come sarti e scenografi, realizzando i costumi, le scene e gli oggetti di scena.

Il progetto grafico e la campagna di comunicazione sono stati curati da studenti anch’essi internazionali della Florence Design Academy guidati da Ingrid Lamminpää.

Lo spettacolo vede la collaborazione di Sociolab Ricerca Sociale, il patrocinio di Amnesty International Italia, del Comune di Scandicci, la collaborazione della Biblioteca di Scandicci, della cooperativa Albatros, della Diaconia Valdese e il CAS di Calenzano, con il sostegno della Regione Toscana e il MiBACT.

 

 

 

La stagione del Teatro della Pergola

 

 

21 – 26 novembre 2017

Teatro Stabile dell’Umbria

Fabrizio Bentivoglio

L’ORA DI RICEVIMENTO

(banlieue)

di Stefano Massini

con Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti, Marouane Zotti

scena Marco Rossi

costumi Andrea Cavalletto

musiche originali Luca D’Alberto – voce cantante Federica Vincenti

luci Simone De Angelis

regia Michele Placido

 

Fabrizio Bentivoglio diretto da Michele Placido in uno spettacolo scritto da Stefano Massini.

L’ora di ricevimento affronta con sguardo profondo e acuto le contraddizioni, i conflitti, le ingiustizie e le complessità dei nostri tempi.

Il professor Ardeche non prova entusiasmo davanti a 26 alunni che lo osservano curiosi, piuttosto disincanto e cinismo. Non è una classe facile, infatti, la sua: proprio a lui, lucido polemista, appassionato di letteratura di pregio, di Rabelais e Voltaire, è toccata la scuola della banlieue di Les Izards, la più dura periferia multietnica di Tolosa.

Attraverso l’ora di ricevimento del giovedì, in brevi colloqui con madri, padri, fratelli, sorelle, assistenti sociali e improbabili affidatari, si scoprono le vite, i volti dei giovanissimi allievi, le loro paure e desideri, i loro piccoli incidenti scolastici, il dramma dell’esclusione sociale, ancor più tangibile fuori da questo luogo, la scuola, che sembra essere l’unica trincea contro ogni forma di degrado.

Una produzione Teatro Stabile dell’Umbria.

 

Il Primobanco, il Fuggipresto, Panorama, Raffreddore… e poi il Falsario, il Rassegnato, l’Invisibile, la Campionessa, il Missionario, il Cartoon, l’Adulto… non ci sono segreti per un professore di trentennale esperienza: gli bastano pochi istanti, per cogliere il carattere d’un alunno e sintetizzarlo in un nomignolo che gli calza a pennello. Il professor Ardeche, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, ha già classificato la sua nuova classe, la Sesta nella sezione C.

Inizia così L’ora di ricevimento di Stefano Massini, regia di Michele Placido, con Fabrizio Bentivoglio nel ruolo del protagonista, il professor Ardeche.

Nel crogiolo di razze e culture che è la sua classe in una scuola della banlieue di Les Izards, Ardeche si rende ben conto che il trionfo per lui sarà il condurre ognuno di quegli allievi alla conclusione del corso scolastico, fra successi, cadute e compromessi. Per riuscirci, riceve ogni settimana per un’ora i genitori degli studenti. E attraverso una successione di momenti tratti da queste ore di ricevimento, attraverso scontri e incontri con i genitori, ammantati loro per primi di insicurezze, rigidità e complessi fardelli socio-culturali, la platea immaginerà uno per uno gli allievi (che in scena non appaiono mai, sebbene siano i veri protagonisti) e ne seguirà il percorso.

Sullo sfondo, dietro una grande vetrata, un grande albero da frutto sembra assistere impassibile all’avvicendarsi dei personaggi, al dramma dell’esclusione sociale, ai piccoli incidenti scolastici di questi giovani apprendisti della vita. E il ciclo naturale della perdita delle foglie e della successiva fioritura accompagna lo svolgersi di ogni anno scolastico, suonando quasi come un paradosso davanti a quel mondo, esterno alla scuola, che di anno in anno è sempre più diverso.

I testi dello scrittore e drammaturgo Stefano Massini – commenta Michele Placido – ben raccontano l’evoluzione del tessuto sociale non solo italiano, ma europeo. Per questo, dopo l’avventura di 7 minuti, che con lo stesso Massini ho adattato per farne un’opera cinematografica, ho accettato con entusiasmo la proposta del Teatro Stabile dell’Umbria di essere regista a teatro di un altro lavoro di Massini, L’ora di ricevimento. Leggendo il testo, ho capito subito che tra il precedente 7 minuti e L’ora di ricevimento c’è un lavoro di continuità sui grandi cambiamenti che stanno accadendo nella storia sociale europea, cambiamenti che ci riguardano tutti”.

 

28 novembre – 3 dicembre 2017

Teatro Stabile di Torino, Teatro Stabile di Genova, Teatro Stabile del Veneto

in accordo con Gianluca Ramazzotti per Artù e con Alessandro Longobardi per Viola Produzioni

con il sostegno di Fideuram

Eugenio Allegri Giovanni Anzaldo Renato Carpentieri Luigi Diberti Luca Lazzareschi

IL NOME DELLA ROSA

di Umberto Eco

versione teatrale di Stefano Massini (@ 2015)

regia e adattamento Leo Muscato

con (in ordine alfabetico) Giulio Baraldi, Marco Gobetti, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Alfonso Postiglione, Arianna Primavera, Franco Ravera, Marco Zannoni

scene Margherita Palli

costumi Silvia Aymonino

luci Alessandro Verazzi

musiche Daniele D’Angelo

video Fabio Massimo Iaquone, Luca Attilii

assistente alla regia Alessandra De Angelis

assistente scenografa Francesca Greco

assistente costumista Virginia Gentili

 

Il nome della rosa di Umberto Eco è pubblicato in Italia da Bompiani

 

Il nome della rosa è un omaggio a Umberto Eco, nella prima versione teatrale di Stefano Massini, per la regia di Leo Muscato.

Un cast di tredici attori danno vita a quaranta personaggi, con una recitazione molto empatica, colloquiale, quotidiana, per uno spettacolo che, nell’insieme, ha un taglio quasi cinematografico.

Se è vero che al centro dell’opera di Eco vi è la feroce lotta fra chi si crede in possesso della verità e agisce con tutti i mezzi per difenderla, e chi al contrario concepisce la verità come la libera conquista dell’intelletto umano, è altrettanto vero che non è la fede a essere messa in discussione, ma due modi di viverla differenti.

Una produzione Teatro Stabile di Torino, Teatro Stabile di Genova e Teatro Stabile del Veneto.

 

La prima versione teatrale de Il nome della rosa di Umberto Eco è l’omaggio al celebre scrittore firmato da Stefano Massini. Leo Muscato dirige un cast di grandi interpreti, in un crossover generazionale che non manca di animare un testo scritto per la scena, ma all’altezza del grande romanzo.

Tradotto in 47 lingue, Il nome della rosa ha vinto il Premio Strega nel 1981, e la sua versione cinematografica è stata diretta da Jean-Jacques Annaud nel 1986, protagonista Sean Connery. Muscato, che alterna regie di prosa a quelle liriche, ha trovato nel romanzo di Eco una sfida appassionante.

La struttura stessa è di forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornate in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta). Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo; quindi la sua attenzione non è focalizzata da cosa accadrà, ma dal come. Questa modalità ai teatranti ricorda i cartelli di brechtiana memoria e lo straniamento che ha caratterizzato la sua drammaturgia.

La scena si apre sul finire del XIV secolo. Un vecchio frate benedettino, Adso da Melk, è intento a scrivere delle memorie in cui narra alcuni terribili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù. Nel nostro spettacolo, questo io narrante diventa una figura quasi kantoriana, sempre presente in scena, in stretta relazione con i fatti che lui stesso racconta, accaduti molti anni prima in un’abbazia dell’Italia settentrionale. Sotto i suoi (e i nostri) occhi si materializza un se stesso giovane, poco più che adolescente, intento a seguire gli insegnamenti di un dotto frate francescano, che nel passato era stato anche inquisitore: Guglielmo da Baskerville.

Siamo nel momento culminante della lotta tra Chiesa e Impero, che travaglia l’Europa da diversi secoli e Guglielmo da Baskerville è stato chiamato per compiere una missione, il cui fine ultimo sembra ignoto anche a lui. Su uno sfondo storico-politico-teologico, si dipana un racconto dal ritmo serrato in cui l’azione principale sembra essere la risoluzione di un giallo.

Abbiamo immaginato – afferma Leo Muscato – uno spettacolo in cui la dimensione del ricordo del vecchio Adso potesse diventare la struttura portante dell’intero impianto scenico. Questo è concepito come una scatola magica in continua trasformazione che evoca i diversi luoghi dell’azione: una biblioteca, una cappella, una cella, una cucina, un ossario, una mensa”.

Delle musiche originali, frammiste a canti gregoriani eseguiti a cappella dagli stessi interpreti, contribuiscono a creare luoghi di astrazione in cui la parola si fa materia per una fruizione antinaturalistica della vicenda narrata, e alimenta nello spettatore una dimensione percettiva che lo porta a dimenticarsi, per un paio d’ore, del meraviglioso film di Jean-Jacques Annaud.

 

5 – 10 dicembre 2017

Wec, Todomodo srl e Pragma srl

Federico Marignetti Massimo Olcese Arianna Battilana

MUSICA RIBELLE

La forza dell’amore

musiche Eugenio Finardi

drammaturgia Francesco Niccolini

su soggetto di Pietro Contorno

direzione musicale Stefano Brondi

regia Emanuele Gamba

 

Musica ribelle è l’opera rock ispirata ai temi giovanili degli anni ‘70 con musiche di Eugenio Finardi, la regia di Emanuele Gamba e l’interpretazione di Federico Marignetti, Massimo Olcese, Arianna Battilana. Rock non solo per le sonorità che lo segnano ma, soprattutto, per l’attitudine, l’approccio, l’ispirazione, l’anima.

Musica Ribelle è una storia che parla ancora a quelle migliaia di ragazzi che hanno seguito per oltre due anni le rappresentazioni in Italia di Spring Awakening. Una storia che parla con loro, ma parla anche di loro e delle generazioni più mature. Una storia di ragazzi e ragazze, di uomini e donne, di politica, di poesia, amore, vita, musica.

L’idea nasce come un percorso ideativo e creativo aperto, a più voci, intorno a una scelta precisa: scrivere e realizzare uno spettacolo sulla musica, la testimonianza artistica, politica e umana di Eugenio Finardi.

Una produzione Wec, Todomodo srl e Pragma srl.

 

Musica Ribelle è un’opera che per i suoi contenuti e per la sua forza evocativa permette, in particolare in questo momento storico, di parlare un linguaggio di verità e di autenticità, sia alle nuove generazioni sia al pubblico tradizionalmente legato al teatro di prosa.

Nel 1976 usciva Sugo, secondo disco di Eugenio Finardi, e la prima traccia, Musica Ribelle, per l’appunto cantava di una generazione impregnata di ideali e colma di un’ardente passione. Adesso quel brano dà il titolo a uno spettacolo emozionante, schietto, crudo, con un cast di talento e un gruppo di musicisti, anch’essi attori, che suonano dal vivo. Il tutto in una cornice scenica essenziale ed efficace, in cui si inseriscono soluzioni di video grafica di alto impatto espressivo.

Le storie dei due protagonisti corrono in parallelo. Sette anni per Vento e il suo collettivo, sette giorni per Lara93 e il suo mondo di dropouts ai margini del sistema. È lei a scoprire la vita segreta e la storia nascosta di Hugo, attraverso i suoi diari giovanili ritrovati tra le cianfrusaglie dello scantinato. Mentre la sua vita rapidamente scivola nell’incubo dell’anoressia.

Vento, invece, nel corso di quegli anni straordinari, si allontana sempre di più dal gruppo, perdendo Patrizia, entrando in contrasto con il collettivo e rifugiandosi progressivamente nell’eroina. É la fine dei sogni di rivoluzione, delle radio libere, del parco Lambro. È l’epilogo di un’epoca nelle morti di Peppino Impastato e Demetrio Stratos. La fantasia lascia il posto alla lotta armata. Poi il disimpegno e il riflusso.

Dopo il successo, anche alla Pergola, di Spring Awakening, storia forte e intensa, è stato difficile – sostiene Pietro Contorno – individuare un titolo che fosse degno erede di quella esperienza artistica. Volevamo parlare ancora a quelle migliaia di ragazzi che ci hanno seguito per oltre due anni di rappresentazioni in mezza Italia. Volevamo una storia di ragazzi e ragazze, di uomini e donne, di politica, di poesia, amore, vita, musica. In questa ricerca è stato facile trovare Eugenio Finardi, gli anni ‘70 e le migliaia di facce e storie di ragazzi incontrati in giro per l’Italia in questi anni”.

 

12 – 17 dicembre 2017

Marche Teatro

Carlo Cecchi

ENRICO IV

di Luigi Pirandello

adattamento e regia Carlo Cecchi

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Le maschere, la follia e il teatro nel teatro. Carlo Cecchi è Enrico IV di Luigi Pirandello, uno studio sul significato della pazzia e sul rapporto, complesso e inestricabile, tra personaggio e uomo, finzione e verità.

Non a caso, infatti, Pirandello non svela mai il vero nome del personaggio di Enrico IV, che finisce vittima dell’impossibilità di adeguarsi a una realtà che non gli si confà più, stritolato nel modo di intendere la vita di chi gli sta intorno.

Una produzione Marche Teatro.

 

Carlo Cecchi con Enrico IV torna a Luigi Pirandello dopo i memorabili allestimenti di L’Uomo, la bestia e la virtù e Sei personaggi in cerca d’autore. Il primo portato in scena nel 1976 con innumerevoli riprese fino al 1991, quando ne ha anche curato un’edizione televisiva, il secondo, segnato da un grande successo, con quattro stagioni di tournée (dal 2001 al 2005) e numerosi premi vinti.

La critica, nell’applaudire il protagonista, sia come regista che come interprete nei due allestimenti, ha sottolineato la modernità, la freschezza, l’ironia, l’essenzialità, che sono caratteristiche fondamentali di Cecchi, e che contribuiscono a rendere gli spettacoli acuti e sorprendentemente ironici, di folgorante semplicità.

Enrico IV è una pietra miliare del teatro pirandelliano e della sua intera poetica, dato che porta in scena i grandi temi della maschera, dell’umorismo, dell’identità e del rapporto tra forma e vita, sullo sfondo della contraddittorietà tragicomica della nostra esistenza. Il testo narra la vicenda di un uomo che da circa vent’anni veste i panni dell’imperatore Enrico IV – prima per vera pazzia, poi per abile inganno per simulare una nuova vita, e infine per drammatica costrizione e diventa così l’emblema del legame pirandelliano tra maschera e realtà.

Un nobile, infatti, aveva preso parte a una mascherata in costume nella quale impersonava Enrico IV; alla messa in scena prendevano parte anche Matilde, donna di cui era innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. Quest’ultimo disarcionò Enrico IV, il quale nella caduta battè la testa e si convinse di essere realmente il personaggio storico che stava impersonando. Dopo dodici anni, però, Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente per sottrargli Matilde…

Dice Carlo Cecchi: “Con Pirandello ho un rapporto doppio: lo considero, come tutti, il più grande autore italiano. E anche il più insopportabile. Ma Pirandello è un punto focale, un nodo centrale nella tradizione del teatro italiano e va affrontato col rispetto che gli si deve”.

27 dicembre 2017 – 2 gennaio 2018

A.ArtistiAssociati, Pierfrancesco Pisani, Parmaconcerti

in collaborazione con Comune di Pesaro / AMAT

Monica Guerritore

Francesca Reggiani

MARITI E MOGLI

regia e drammaturgia Monica Guerritore

dalla sceneggiatura del film omonimo di Woody Allen

con Enzo Curcurù, Lucilla Mininno, Angelo Zampieri

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Mariti e mogli è un travolgente Woody Allen alle prese con uno dei suoi argomenti preferiti, le crisi coniugali, i tradimenti, scritto e diretto da Monica Guerritore, che lo interpreta con Francesca Reggiani. Un girotondo in cui Cupido (bendato e sbadato) si diverte a scagliare frecce, far nascere amori, divorzi e non solo…

Tradendo le location realistiche del film, Monica Guerritore evoca, nel luogo teatrale unico, i tanti luoghi delle vite coniugali e nelle simultaneità delle relazioni e degli intrecci clandestini, delle rotture e improvvise riconciliazioni trapelano le piccole altezze degli esseri umani così familiari a Bergman, a Strindberg. E nel loro improvviso perdersi in danze all’unisono su musiche da Louis Armstrong a Etta James, là sul fondo, Čechov e il tempo che intanto scivola via.

Una produzione A.ArtistiAssociati, Pierfrancesco Pisani, Parmaconcerti, in collaborazione con Comune di Pesaro / AMAT.

 

Un incontro di piccole anime che, sempre insoddisfatte, girano e girano intrappolate nella loro insoddisfazione cronica di una banale vita borghese. Una notte tempestosa, i personaggi costretti da tuoni e lampi in una sala da ballo, un luogo della musica e della danza che con il passare della notte si riempie di storie e oggetti e musica e pianti e amori e liti. Un bancone di un bar, una zona dove due poltrone creeranno un letto, due tavolini accostati per poter mangiare tutti insieme e poi riprendere le lezioni di ballo, le relazioni o i divorzi mentre arriva l’alba.

Le dinamiche matrimoniali di Mariti e mogli sono affrontate in quella sala. La versione teatrale di Monica Guerritore è fedele al testo, ma si discosta nell’ambientazione dal film del 1992 interpretato da Mia Farrow, Sidney Pollack, Judy Davis, Liam Neeson, Juliette Lewis e lo stesso Allen nei panni di uno dei protagonisti. È lì, in quella notte, che le insofferenze, i tradimenti e i desideri verranno rivelati, mentre (in segreto) ogni personaggio si aprirà in improvvise confessioni fatte al pubblico per averne comprensione e approvazione.

Così, la trama e le sofferenze create dall’Autore (tutta la commedia è un romanzo che Gabe rivelerà alla fine di avere scritto) diventano l’unica verità del personaggio costretto a vivere e far prevalere la sua storia, con quell’intensità che solo la precisione di una trama già scritta può dare.

Il jazz di Louis Armstrong – spiega Monica Guerritore – precipita il pubblico immediatamente nel clima di Woody Allen, Strindberg e Bergman (riferimenti altissimi di Allen) vengono evocati nelle dinamiche tra mariti e mogli, la danza e il vino e la notte sganciano il corpo e liberano le energie. Il resto è l’eterno racconto dell’amore”.

 

9 – 14 gennaio 2018

Compagnia Mauri Sturno

Glauco Mauri Roberto Sturno

FINALE DI PARTITA

di Samuel Beckett

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

regia Andrea Baracco

 


 

 

 

 

 

 

 

Un Finale di partita per Glauco Mauri e Roberto Sturno diretti da Andrea Baracco. Il testo di Beckett è uno dei più significativi di tutta la sua opera nel parlare dell’insensatezza della condizione umana, dell’insondabilità dell’universo e dell’umano, del tentativo di esprimere l’inesprimibile: un teatro di personaggi che si fissano nella memoria, vivi e palpitanti, più di tanti altri della cosiddetta drammaturgia di stampo realistico.

L’opera di Beckett è una parodia, unica forma che beffeggia le altre nell’epoca della loro impossibilità, dell’esistenzialismo come riflessione sull’individualità, la solitudine dell’io di fronte al mondo, l’inutilità, la precarietà, il fallimento, l’assurdo dell’esistere, i limiti e le possibilità della libertà individuale, incentrando queste riflessioni intorno alla domanda: che cosa vuol dire esistere?

Il teatro non può far altro che dichiarare la negatività del presente e avere una sua positività proprio nella dichiarazione del negativo.

Una produzione Compagnia Mauri Sturno.

 

To play”: recitare o giocare una pseudopartita di scacchi. Finale di partita si svolge in una stanza (rifugio post-atomico, cervello umano, ventre materno) senza mobili; la luce è grigiastra e i personaggi sono Hamm, cieco e su una sedia a rotelle, i suoi genitori Nagg e Nell, senza gambe e conficcati in due bidoni della spazzatura, e il suo servitore, Clov, che non può sedersi mai.

Beckett esistenzialista anticonformista, disconosce ogni esegesi logica demolendo il senso e la ricerca di esso con la non consequenzialità dei contenuti e la frammentazione nella forma prolifica di virgole, frasi brevi e linguaggio in stato di decomposizione.

Dopo la Seconda guerra mondiale tutto è distrutto e Finale di partita si rassegna all’impossibilità di rappresentare ancora qualcosa: non c’è più natura, non più gabbiani; nient’altro che puzza di cadaveri ovunque.

Secondo Theodor W. Adorno e il suo Tentativo di capire finale di partita non possono sopravvivere nemmeno i sopravvissuti e il tirare a campare non ha un’equivalenza di senso nel linguaggio svuotato dall’interno, “il non significar nulla diventa l’unico significato” del teatro di Beckett. Soltanto l’esistenza forzata di larve umane che continuano una partita, annaspando intorno a una zecca e a un topo per paura che l’umanità si ricostituisca.

Nello spettacolo tutto ciò è assolutamente evidente: due bidoni, la sedia a rotelle, la scala che dà sulle finestre in alto, un luogo installativo, uno spazio autosufficiente che sembra non avere necessità di altro se non di se stesso per essere significante. Poi, loro, gli unici abitanti plausibili e possibili di quel luogo, Hamm e Clov da una lato e Neg e Nell, i genitori di Hamm, dall’altro, impensabili l’uno senza l’altro, come tante coppie comiche del cinema muto impossibili da immaginare separati.

Sono complementari, ma ostili, ferocemente legati l’uno all’altro – ragiona Andrea Baracco – Clov con un passo fuori dalla porta, da sempre e per sempre in procinto di varcare la soglia e via, scapparsene via, Hamm che, da parte sua, non fa altro che invitarlo costantemente verso l’uscita, e neppure in maniera tanto delicata, più con violenti spintoni che con amorevoli saluti”.

In realtà, non possono far altro, sembra, che rimanere lì, in quella stanza (interno senza mobili, luce grigiastra), uno seduto l’altro in piedi, uno col fischietto in mano l’altro con le orecchie pronte per rispondere al suo suono, e prendersi gioco del mondo ed esserne giocati anche un po’, sotto scacco, perché ad Hamm, il re, spetterebbe l’ultima mossa (Tocca a me, è la prima battuta che Hamm dice), ma restano fermi, uno la condanna dell’altro.

 

6 – 11 febbraio 2018

Khora.teatro, TSA – Teatro Stabile D’Abruzzo

in collaborazione con Spoleto Festival dei 2Mondi

Alessandro Preziosi

VINCENT VAN GOGH

L’odore assordante del bianco

di Stefano Massini

con Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi, Alessio Genchi, Vincenzo Zampa

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

disegno luci Valerio Tiberi, Andrea Burgaretta

musiche Giacomo Vezzani

supervisione artistica Alessandro Preziosi

regia Alessandro Maggi

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Preziosi è Van Gogh nel primo testo scritto da Stefano Massini, regia di Alessandro Maggi.

La messinscena di Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco ha l’obiettivo di rappresentare il labile confine tra verità e finzione, tra follia e sanità, tra realtà e sogno, ponendo interrogativi sulla genesi e il ruolo dell’arte e sulla dimensione della libertà individuale.

Con questo testo Massini risultò vincitore nel 2005 al Premio Pier Vittorio Tondelli.

Una produzione Khora.teatro, TSA – Teatro Stabile D’Abruzzo, in collaborazione con Spoleto Festival dei 2Mondi.

 

Il serrato e tuttavia andante dialogo tra Van Gogh – internato nel manicomio di Saint Paul de Manson – e suo fratello Theo, propone non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma piuttosto ne rivela uno stadio sommerso.

Van Gogh, assoggettato e fortuitamente piegato dalla sua stessa dinamica cerebrale incarnata da Alessandro Preziosi, si lascia vivere già presente al suo disturbo. È nella stanza di un manicomio che ci appare nella devastante neutralità di un vuoto. E dunque, è nel dato di fatto che si rivela e si indaga la sua disperazione. Il suo ragionato tentativo di sfuggire all’immutabilità del tempo, all’assenza di colore alla quale è costretto, a quell’irrimediabile strepito perenne di cui è vittima cosciente, all’interno come all’esterno del granitico “castello bianco” e soprattutto al costante dubbio sull’esatta collocazione e consistenza della realtà. La tangente che segue la messinscena resta dunque sospesa tra il senso del reale e il suo esatto opposto.

 

27 febbraio – 4 marzo 2018

ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione

Donatella Allegro Nicola Bortolotti Michele Dell’Utri Simone Francia Lino Guanciale Diana Manea Eugenio Papalia

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

dall’omonimo film di Elio Petri sceneggiatura Elio Petri e Ugo Pirro

drammaturgia Paolo Di Paolo

scene Guia Buzzi

costumi Gianluca Sbicca

regia Claudio Longhi

 

La classe operaria va in paradiso e a teatro, con la regia di Claudio Longhi, la drammaturgia di Paolo Di Paolo e l’interpretazione dell’ensemble di attori che la stagione scorsa ha raccolto un successo entusiasmante con la trilogia di Istruzioni per non morire in pace.

Alla sua uscita nel 1971, il film di Elio Petri, protagonista Gian Maria Volonté, innescò un duro dibattito nella sinistra, mettendone in discussione la capacità di rappresentare il proletariato.

Costruito a partire dai materiali di sceneggiatura di Petri e Pirro, lo spettacolo torna allo sguardo eterodosso e straniante della pellicola originaria per provare a riflettere sulla recente storia del nostro Paese.

Una produzione ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione.

 

Alla sua uscita nelle sale cinematografiche nel 1971, La classe operaia va in paradiso di Elio Petri riuscì nella difficile impresa di mettere d’accordo gli opposti. Industriali, sindacalisti, studenti e giovani intellettuali gauchiste, nonché alcuni dei critici cinematografici più impegnati dell’epoca, fecero uno strano fronte comune per stroncare il film. Qualcuno non mancò addirittura di invocare il rogo di tutte le copie della pellicola.

Nata per rappresentare non le ragioni di questa o quella parte, ma il mondo proprio della classe operaia – come ebbe a specificare più volte il regista – il film innescò un duro dibattito all’interno della sinistra italiana, mettendone radicalmente in discussione, nel periodo turbolento dei primi anni di piombo, l’identità ideologica e l’effettiva capacità di rappresentanza del proletariato. Tanto che la pellicola fu a lungo mal vista in patria, nonostante i numerosi premi vinti e, soprattutto, nonostante lo stato di grazia dei protagonisti, una sfolgorante galleria di stelle da Gian Maria Volonté a Mariangela Melato, a Salvo Randone…

Costruito attorno alla complessa sceneggiatura di Petri e Ugo Pirro e ai materiali che testimoniano la genesi del film, così come la sua ricezione (tanto ieri quanto oggi), riassemblati in una nuova tessitura drammaturgica da Paolo Di Paolo e saldati a un impianto musicale ricco e articolato, eseguito dal vivo dallo stesso ensemble di attori coinvolti nella messinscena, a quasi cinquant’anni dal suo debutto sui grandi schermi lo spettacolo La classe operaia va in paradiso sceglie di tornare allo sguardo scandaloso ed eterodosso, a tratti straniante, del film stesso, per provare a riflettere sulla recente storia politica e culturale del nostro Paese.

La nostra epoca del consumo ultraveloce, segnata – riflette Claudio Longhi – tanto dalla sovraesposizione mediatica e dalla bulimia dell’informazione quanto dal più completo vuoto ideologico, produrrebbe probabilmente reazioni molto diverse da allora, marcando una notevole distanza culturale, distanza che forse sarebbe da misurare in questi anni bui d’inizio millennio. Gli anni in cui, per esempio, il famigerato cognitariato ha preso, sotto tanti aspetti, il posto del proletariato di un tempo, ereditandone modi e follie”.

In una dialettica sapida e feroce tra passato e presente lo spettacolo, con la regia di Longhi, mutua il proprio registro stilistico da quello dell’incandescente ‘capriccio’ di Petri, in bilico fra un grottesco a tratti velenoso, a tratti drammatico, e un fantasioso realismo.

 

6 – 11 marzo 2018

Roberto Toni per ErreTiTeatro30

Elena Sofia Ricci

GianMarco Tognazzi

VETRI ROTTI

di Arthur Miller

con Maurizio Donadoni

regia Armando Pugliese

Una lettura psicosomatica dell’avvento nazista e dell’orrore dell’Olocausto.

Elena Sofia Ricci e GianMarco Tognazzi interpretano Vetri rotti di Arthur Miller, con la regia di Armando Pugliese. In scena anche Maurizio Donadoni. Protagonista del dramma è una donna ebrea americana colta di sorpresa, nel novembre del 1938, dalla notizia della ‘Notte dei Cristalli’ che arriva da Berlino, dove la montante esaltazione antisemita ha portato squadre di nazisti a distruggere le vetrine dei negozi di proprieta’ di ebrei.

Ad ‘andare in frantumi’, contemporaneamente, è anche la sua salute, il suo corpo, la sua mente che somatizza l’evento provocandole la paralisi delle gambe. I due uomini che le sono più vicini, il marito e il medico tentano due cure opposte: il primo minimizza le notizie sempre più preoccupanti che arrivano dalla Germania, il secondo le trasmette forza ed energia per reagire.

Una produzione Roberto Toni per ErreTiTeatro30.

 

Trattando il tema immenso dell’Olocausto, con Vetri rotti Arthur Miller torna indietro alla ricerca delle proprie percezioni e sensazioni di allora, ambientando questa sua opera nella Brooklyn del 1938, isolata e provinciale, soddisfatta della propria mediocrità. Ancora una volta si intrecciano psicanalisi, drammi storici sociali e personali, con una sottile denuncia nei confronti della responsabilità individuale.

Sylvia Gellburg, ebrea, casalinga, viene improvvisamente colpita da un’inspiegabile paralisi agli arti inferiori. Il medico, Herry Hyman, suo coetaneo e conoscente, è convinto della natura psicosomatica del male e, al tempo stesso, è sentimentalmente attratto dalla donna, mentre il marito di Sylvia, Phillip, non riesce ad accettare quanto sta accadendo. Ben presto emerge che Sylvia è ossessionata dalle notizie delle persecuzioni contro gli ebrei in Germania.

Sono gli echi della Kristallnacht, ma forse l’angoscia della protagonista per quegli avvenimenti si somma ad altre fonti di frustrazione e inquietudine. È come se vivessero e parlassero per conto di tutti di un qualcosa che è più vita e attualità quotidiana che letteratura o teatro: la paura, della malattia, del dolore fisico, di quello psicologico, la paura del futuro… È appena avvenuta la ‘Notte dei cristalli’ nella lontana e barbara dell’Europa. Sylvia, donna bella, amata e protetta, non sa darsi pace: continua a leggere la notizia sui giornali, continua a guardare l’immagine di due ebrei anziani costretti a pulire un marciapiedi con uno spazzolino da denti, mentre la folla intorno, guarda e ride. Sylvia sente, come una medium, che sta succedendo qualcosa di grande e terribile. Ma intorno a lei non se ne accorge nessuno.

La prima ufficiale di Vetri rotti ha avuto luogo al Long Wharf Theatre di New Haven il 1° Marzo 1994. L’edizione italiana ha debuttato a Bologna il 28 febbraio 1995, per la regia di Mario Missiroli, con Valeria Moriconi e Roberto Herlitzka.

 

3 – 8 aprile 2018

Teatro dell’Elfo

Elio De Capitani

Federico Vanni

OTELLO

di William Shakespeare

traduzione Ferdinando Bruni

scene e costumi Carlo Sala

musiche originali Silvia Colasanti

luci Michele Ceglia

suono Giuseppe Marzoli

regia Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli

 

Rileggere Otello spogliandolo della ‘tradizione’, tornare al cuore del meccanismo drammatico e delle parole.

Dopo Sogno di una notte di mezza estate, Amleto e il Mercante di Venezia, Elio De Capitani continua il suo lavoro registico su Shakespeare, per questo spettacolo in particolare totalmente condiviso con Lisa Ferlazzo Natoli. In scena anche Federico Vanni.

Ciò che colpisce nella messinscena di Otello è un tono diffuso di tragica normalità, quella del protagonista, un generale disorientato che più che cadere nelle trappole di Jago, frana in se stesso nelle sue debolezze, nei dubbi che lo porteranno a vedere il marcio in un’essenza di purezza, quale prima considerava Desdemona. La normalità di Jago, manipolatore intelligente dai molti e ‘necessari’ assassinii, risiede nel fatto che egli è semplicemente il male, gratuito, fine a se stesso, che stupefà e spaventa perché può abitare in chiunque. E ogni mossa pesa sull’ordito fitto dei sentimenti fino a distruggerlo

Una produzione Teatro dell’Elfo.

 

Messa in scena per la prima volta nel 1604, Otello ruota attorno alla gelosia di Otello, fiero condottiero militare della Repubblica di Venezia, per l’amata Desdemona, che, a causa delle insinuazioni di Iago, viene sospettata di avere una relazione con Cassio.

La vicenda, che è ispirata ad una novella di Giovan Battista Giraldi Cinzio, si concentra sui tormenti interiori e sui processi psicologici di Otello, che sfociano in fraintendmenti e incomprensioni con Desdemona, che preludono all’omicidio-suicidio finale. Otello è così diventato un archetipo della passione amorosa che, sviata dalla gelosia, conduce all’autodistruzione. Otello, la parte buia del maschio, portato agli estremi, semplificato. Shakespeare, che vede tutto, scrive in Otello anche la tragedia del femminicidio. Tra le versioni operistiche della tragedia, si ricordano quelle di Gioachino Rossini del 1816 e quella di Giuseppe Verdi.

Mettere in scena Otello oggi – affermano Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli – è un modo per fare i conti con la singolare attrazione che la vicenda del Moro esercita in tutti noi, come un congegno misterioso messo lì per “innescare” una risposta emotiva sui presupposti ideologici e i fantasmi dell’inconscio collettivo con cui una società costruisce i propri parametri proiettando “fuori di sé”, sullo straniero, tutto ciò che ha di inconfessabile: moralismo puritano, voyerismo sessuale e sessuofobia, per dare fondamento e giustificazione alla propria xenofobia, alla misoginia e alle tante forme d’intolleranza sociale e privata di cui si compone.”

Jago qui è un manipolatore, un “untore ideologico”, ma in questo Otello nessuno sembra immune dal suo contagio e da quello di tutti i pregiudizi che condizionano le società di ieri e di oggi.

Un testo perturbante come un racconto di suspense, che diventa “tragedia della gelosia e del sesso, dei rapporti interrazziali e culturali, del dubbio e della potenza manipolatoria delle parole”.

Una lettura tutta contemporanea che si fonda sulla nuova traduzione di Ferdinando Bruni, sensibile alla bellezza dell’endecasillabo, ma libera da ogni inclinazione letteraria e tanto attenta all’alternanza di lingua alta e bassa da avvicinarsi alla viva fluidità del parlato. E sulla dicotomia di chiari e scuri, di luci e ombre che le scene di Carlo Sala moltiplicano attraverso le grate, gli ori e le trasparenze di grandi sipari. E sul sensibilissimo contributo musicale di Silvia Colasanti.

Tragedia incalzante e senza respiro intorno a una creatura innocente irretita e spinta a una morte atroce in una camera in fondo a una fortezza; un fatto di cronaca nera che lo Shakespeare circonfonde di tutta la sua ricchezza verbale e la sottigliezza concettuale.

 

17 – 22 aprile 2018

Teatro Stabile di Genova

Roberto Alinghieri Alice Arcuri Enrico Campanati Andrea Nicolini Orietta Notari Tommaso Ragno Simone Toni Mariangeles Torres Marco Avogadro Daniela Duchi Nicolò Giacalone

INTRIGO E AMORE

di Friedrich Schiller

versione italiana Danilo Macrì

scena e costumi Catherine Rankl

musiche Andrea Nicolini

luci Marco D’Andrea

regia Marco Sciaccaluga

 

Onore e disonore, povertà e ricchezza, libertà e tirannia.

Marco Sciaccaluga dirige Intrigo e amore di Friedrich Schiller, il cui nucleo è il conflitto tra il potere tirannico e il diritto alla felicità dell’essere umano, rappresentato nell’incontro-scontro fra due classi, la nobiltà ricca e la piccola borghesia povera. Il potente von Walter vuole che il figlio sposi la favorita del Principe, ma il giovane non si rassegna a rinunciare alla felicità con la figlia di un violoncellista.

La storia di un legame profondo e impossibile, di una passione indomabile, di intrighi e gelosie, di unioni e duelli, di verità e menzogne, di corruzione e libertà.

Una produzione Teatro Stabile di Genova.

 

La modernità del dramma scritto a soli 24 anni da Friedrich Schiller (1759-1805) sta innanzitutto nella polemica contro l’assolutismo del potere, nella difesa della libertà d’amare, nella giovanile volontà di ribellione, nella rabbiosa denuncia dei privilegi di casta.

Raccontando il contrastato amore tra il nobile Ferdinand e la borghese Luise, l’autore tedesco prende di petto i problemi sociali della sua età e li mette a confronto con la spontanea purezza del sentimento amoroso nel quale, pochi anni prima della Rivoluzione Francese, si possono già intravvedere i segni d’inizio del mondo moderno.

In pieno “Sturm und Drang”, il giovane Schiller chiama in causa passioni smisurate, spettacolarmente colorate di forti toni teatrali melodrammatici, che non a caso nel secolo seguente offrirono materia per un’opera lirica firmata da Giuseppe Verdi (Luisa Miller), facendo di Intrigo e amore un classico che, riproposto ora in una nuova traduzione, punta con decisione, per dirla con Ladislao Mittner, a “fondere compiutamente la tragedia politica e quella amorosa, perché erompono da un solo, indivisibile e disperato anelito giovanile di libertà e d’amore”.

Il nobile Ferdinand, figlio del potente ministro Von Walter, s’innamora ricambiato della borghese Luise Millerin, figlia di un umile violoncellista. Il padre del giovane cerca in ogni modo di ostacolare l’unione e di convincere Ferdinand a sposare la favorita del principe, anche per ottenere una promozione. Il sentimento sincero e profondo del figlio però, non lo fa desistere dal desiderio di sposare Luise. ll ministro dunque, escogita un bieco intrigo, messo in atto con la complicità del suo segretario Wurm (in italiano significa “verme”) che condurrà la vicenda verso un epilogo drammatico. Una miscela gotica per cui il comico si alterna al tragico, il capriccio all’orrore. E, malgrado gli sviluppi procedano abbastanza tragicamente, ci sono personaggi e situazioni esilaranti che spezzettano lo svolgimento dell’azione.

Racconta il regista Marco Sciaccaluga: “Qualche anno fa visitai la casa di Schiller a Weimar. Nella camera da letto dei suoi figli, vidi incorniciati dei disegni infantili. Un disegno in particolare mi commosse: una bimbetta fa una linguaccia e sotto c’è scritto, di pugno di Schiller – La mia bimba abbia una vita nella libertà e che le sia risparmiato il destino di Luise Millerin! – Un padre sogna per la sua bambina un destino di libertà, mentre nella sua testa di poeta drammatico infuria la passione di un destino di schiavitù e ribellione. Guardando quel disegno ho sentito forte la consapevolezza che Arte e Realtà si saldano e si giustificano a vicenda: Intrigo e amore continua a parlarci dalla pace di quella casa borghese di Weimar”.

 

EVENTI SPECIALI

 

11 ottobre 2017 | Teatro della Pergola, Sala Grande

Compagnia Virgilio Sieni

in collaborazione con ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione

Virgilio Sieni | Eivind Aarset

DIARIO DI VITA

ideazione e interpretazione Virgilio Sieni

musica Eivind Aarset eseguita dal vivo dall’autore alla chitarra elettrica

 

Virgilio Sieni presenta la sua nuova creazione, Diario di vita, un solo in 11 danze sulla musica dal vivo di Eivind Aarset, chitarrista norvegese con una visione musicale unica.

Una produzione Compagnia Virgilio Sieni.

 

Che cos’è danzare se non mettersi in cammino, curiosi dei nuovi margini che l’arcipelago del corpo lascia apparire? Se non porsi sulla soglia della caduta e lasciare che le infinite figure inscritte nel corpo si manifestino nell’incontro con la narrazione articolare? Dunque l’uomo che danza edifica lo spazio dell’incerto con tutta la precisione possibile, cercando di dare un contorno a ogni cosa sconosciuta e incompiuta, inseguendo l’unità come principio di ogni cosa.

Così il tratto di tempo che chiamiamo danza altro non è che lo spazio dell’incontro tra uomo e natura. Le danze in serie che compongono Diario di vita si aprono alle coincidenze per esplorare le infinite diramazioni del corpo, quasi a ripercorrere – nell’impossibilità di esserci – tutte le fasi di crescita dell’uomo, tutti i tratti della vita.

A partire dalle azioni primarie – camminare a quattro zampe, alzarsi, inchinarsi, voltarsi – la gravità si fa sostanza dello sguardo dando luogo a un atlante inedito sul corpo della danza.

 

LE UNDICI DANZE

Camminare (rivelazione)

Voltarsi (fuga)

Gravità (attesa)

Girare (gioco)

Cullare (dondolarsi)

Articolare (inizio)

Bamboccio (equilibrio)

A quattro zampe (felicità)

Piangere (rannicchiarsi)

Crocifissione (dolore)

Giù (giù)

 

29 – 31 dicembre 2017 | Teatro Niccolini di Firenze

Best Sound

Drusilla Foer

ELEGANZISSIMA – deluxe edition –

Il recital

produzione artistica Franco Godi

 

In una speciale versione deluxe di Eleganzissima Drusilla Foer racconta spassosi aneddoti e ricordi intensi della sua vita straordinaria, accompagnata sul palco da una full band di musicisti.

Una produzione Best Sound.

 

Al cinema con Ferzan Özpetek, in televisione con Serena Dandini e poi in radio. Icona di stile e musa di grandi fotografi, Drusilla Foer presenta una speciale edizione deluxe di Eleganzissima.

Il recital è un mish-mash emotivo e musicale, scritto e diretto da Madame Foer, che racconta, con humour tagliente e commovente malinconia, aneddoti e ricordi intensi della sua vita straordinaria, vissuta fra la Toscana, Cuba, l’America e l’Europa, e costellata di incontri e grandi amicizie con persone fuori dal comune e personaggi famosi, fra il reale e il verosimile.

Essenziali al racconto sono le canzoni, legate a quei momenti di vita, che Drusilla Foer interpreta dal vivo, accompagnata in questa ‘deluxe edition’ dello spettacolo da una full band, nella quale all’indispensabile presenza del Maestro Loris di Leo al pianoforte e di Nico Gori solista d’eccezione al clarinetto e al sax, si aggiungono contrabbasso, bandoneon, chitarra e percussioni. Madame Foer canta brani di Brel/Battiato, Chaplin, Amy Winehouse, Gaber, Jannacci, Bowie, Don Backy, Tosti/D’Annunzio, Milly e altri che svelano episodi della sua vita avventurosa.

Chi è Drusilla Foer? Come è diventata un’icona di stile, la musa di grandi fotografi e stilisti, l’elegante Signora dai capelli bianchi e dagli occhi celesti che si commuove al ricordo dell’amico folle che suonava le carte di cioccolatini, che incanta il pubblico con un’interpretazione di I Will Survive profumata di notti newyorchesi? Eleganzissima svela un po’ di lei: familiare per i suoi racconti così confidenziali; unica, per quanto quei ricordi sono eccezionali e solo suoi.

Il pubblico si trova coinvolto in un viaggio nella realtà così poco ordinaria di un personaggio realmente straordinario, in un’alternanza di momenti che strappano la risata e altri dall’intensità commovente.

 

 

11 – 12 gennaio 2018 | Teatro della Pergola, Saloncino ‘Paolo Poli’

Compagnia dell’Accademia

Arturo Cirillo

NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI

Studio sulla versione del 1982 di Annibale Ruccello

con Luca Carbone, Giulia Trippetta, Luca Tanganelli, Giulia Gallone, Simone Borrelli, Giovanni Ludeno (Voce Padre)

scene Dario Gessati

costumi Gianluca Falaschi

luci Pasquale Mari

regia Mario Scandale

 

Un modo vitale e pratico di scambiarsi saperi ed esperienze. Come anche sostenere e partecipare attivamente a portare in luce inquietudini e spostamenti dal reale.

L’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d´Amico’ presenta Notturno di donna con ospiti uno studio sulla versione del 1982 di Annibale Ruccello diretto dal giovane regista Mario Scandale. Arturo Cirillo è interprete del ruolo della protagonista.

Una lunga, folle nottata: questo serve e questo basta ad Adriana, madre incinta, sola e oppressa, per decidere di fuggire dalla prigione della sua esistenza quando una sera, strane presenze, temute e desiderate da troppo tempo, si introducono in casa sua. Improvvisamente riaffiorano senza una logica i fantasmi del passato, le proiezioni del suo inconscio, i sogni e i desideri repressi.

Con una scrittura leggera quanto amara, fra dramma, la commedia e thriller, lo spettacolo dal ritmo incalzante, forte e denso di emozioni, rappresenta a pieno il drammaturgo napoletano scomparso a soli trent’anni nell’86, dopo aver scritto una delle pagine più belle del teatro contemporaneo.

Una produzione Compagnia dell’Accademia.

 

La genesi di Notturno di donna con ospiti è nella storia di Annibale Ruccello particolarmente tormentata e complessa. Una prima stesura del testo fu registrata alla SIAE il 3 marzo 1982 con il titolo Una tranquilla notte d’estate; l’edizione definitiva, intitolata Notturno di donna con ospiti, fu invece depositata il 9 luglio 1983.

Oltre alle due depositate, esistono altre versioni dell’opera cui l’autore si dedicò per quasi tre anni tra il 1981 e il 1983. La revisione continua e la parziale riscrittura dei copioni era una modalità tipica del modo di lavorare di Ruccello, che anche in questo caso si protrasse oltre la prima messinscena – datata ottobre 1983 – al Teatro Dehon di S. Antonio Abate (Napoli), dove la cooperativa teatrale ‘Il Carro’ aveva in quegli anni la sua sede operativa. Il debutto ufficiale, però, avvenne al Teatro Tenda di Nocera Inferiore alla fine dello stesso mese di ottobre. L’ultima versione è pubblicata nella raccolta Teatro di Ubulibri, mentre la prima e una seconda versione, già intitolate Notturno di donna con ospiti, sono edite da Guida Editori. Esiste infine un’ulteriore versione edita da Il Politecnico.

Lo studio del giovane regista Mario Scandale, dopo aver esaminato tutte le varianti, si è concentrato sulla seconda versione, perché il nucleo tematico della festa gli è parso dare maggior compattezza all’azione drammatica definendo meglio il gioco al massacro della protagonista come un’ambigua, ma preordinata celebrazione.

Il compleanno di Adriana è diventato centrale nella sua analisi e restituzione scenica, perché dà autenticità e coerenza alla scelta di un protagonista maschile. Adriana diventa, in questo suo studio, non un personaggio reale, ma un sogno di un’anonima guardia giurata che festeggia da solo il suo cinquantesimo compleanno. Il sogno, che si trasforma in incubo, è generato dalla profonda solitudine di un essere che deve inventarsi persino i propri persecutori e non trova pace nemmeno nel “suonno” di una notte d’estate. Più funzionale alla sua ricerca è stato anche la presenza di una collettività da contrapporre a questa solitudine.

L’operazione – spiega Mario Scandale – chiaramente meta teatrale, con l’invenzione di un prologo e di un epilogo, in cui l’Uomo, o meglio l’attore, si trasforma senza travestirsi in Adriana e piomba in un sonno che può anche avere le caratteristiche della morte, ha permesso uno studio delle strutture drammaturgiche ruccelliane e del linguaggio, un napoletano inventato e declinato in diverse variazioni tonali e stilistiche, non solo mimetiche e realistiche”.

La violenta operazione tentata ha rivelato come un agente chimico le strutture profonde di un testo che ha in sé multiformi piani. Anche il nodo tematico centrale dei figli e della loro uccisione rituale diventa insieme più astratto e violento, nel momento in cui i due bambini sono la nostalgia di una maternità: la loro uccisione è impossibile perché i figli esistono solo nella mente di un uomo disperato.

L’assassinio è vissuto nella violenza della pancia finta strappata in scena da Sandro, ultimo atto di un vortice di crudeltà.

 

19 – 20 gennaio 2018 | Teatro della Pergola, Saloncino ‘Paolo Poli’

Compagnia dell’Accademia

UN RICORDO D’INVERNO

drammaturgia e regia Lorenzo Collalti

con Grazia Capraro, Luca Carbone, Stefano Guerrieri, Agnieszka Jania, Emanuele Linfatti, Pavel Zelinskiy

scene Dario Gessati

costumi Gianluca Falaschi

musiche Laurence Mazzoni

luci Sergio Ciattaglia

assistente ai costumi Anna Verde

aiuto regia Cosimo Frascella

direttore di scena Alberto Rossi

 

Le situazioni meno verosimili mostrano una straordinaria capacità di attrattiva.

Scritto e diretto da Lorenzo Collalti, Un ricordo d’inverno ha vinto il bando Nuove Opere Siae Sillumina e vuole raggiungere ogni tipo di spettatore con una drammaturgia che costruisce innumerevoli ponti con il reale provocando sensazioni, sentimenti e riflessioni condivise e condivisibili.

Una produzione Compagnia dell’Accademia.

 

Il giovanissimo Lorenzo Collalti, già vincitore di due Premi SIAE nel 2014 e nel 2015, narra il viaggio di un’artista all’interno di un mondo nuovo: un itinerario alla ricerca dell’ispirazione, costellato da incontri inattesi e diversamente illuminanti.

Le situazioni meno verosimili – scrive Collalti – mostrano una straordinaria capacità di attrattiva: Un ricordo d’inverno è uno spettacolo che vuole raggiungere ogni tipo di spettatore; una drammaturgia che costruisce innumerevoli ponti col reale provocando sensazioni, sentimenti e riflessioni condivise e condivisibili”.

 

23 – 25 gennaio 2018 | Teatro della Pergola, Saloncino ‘Paolo Poli’

Progetto di Change Performing Arts

commissionato da Spoleto Festival dei 2Mondi

per l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

Robert Wilson | Compagnia dell’Accademia

HAMLETMACHINE

uno spettacolo di Robert Wilson con gli allievi diplomati dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’

testi Heiner Müller

ideazione, regia, scene e luci Robert Wilson

co-regia Ann-Christin Rommen

adattamento luci John Torres

collaboratore alle scene Marie de Testa

costumi Micol Notarianni dai disegni originali di William Ivey Long

make-up Manu Halligan

con Liliana Bottone, Grazia Capraro, Irene Ciani, Gabriele Cicirello, Renato Civello, Francesco Cotroneo, Angelo Galdi, Alice Generali, Adalgisa Manfrida, Paolo Marconi, Eugenio Mastrandrea, Michele Ragno, Camilla Tagliaferri, Luca Vassos, Barbara Venturato diplomati all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’

drammaturgia originale Wolfgang Wiens

musiche Jerry Leiber e Mike Stoller

sound design originale Scott Lehrer

assistente alla regia Giovanni Firpo

sound design e fonica Antonio Neto con Dario Felli

 

Dopo 31 anni torna Hamletmachine di Heiner Müller nella visione di Robert Wilson con gli allievi diplomati dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’.

Una meditazione su Amleto e miriadi di altri argomenti, da altre opere di Shakespeare fino all’insurrezione ungherese del 1956, fino a un tipo di vendetta femminista sulla mascolinità incerta, che non racconta una storia e non sviluppa personaggi nel senso tradizionale.

Müller e Wilson condividono un misticismo pieno di immagini apocalittiche, distante tanto dalle convenzioni del teatro commerciale americano, tanto dalla pietà del socialismo realista.

Wilson consente alla parola parlata di essere ascoltata e capita. Il testo di Müller raggiunge gli spettatori attraversando un intenso paesaggio sonoro, così da rendere difficile la comprensione di cosa accada realmente in palcoscenico e cosa invece sia parte di una traccia sonora registrata. Raramente gli attori recitano liberamente senza distorsioni sonore. L’opera non si manifesta unicamente visivamente, ma piuttosto acusticamente, con un’estrema chiarezza e plasticità.

Un progetto di Change Performing Arts commissionato da Spoleto Festival dei 2Mondi per l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’.

 

Concepito nel 1977 dopo il primo viaggio in America dell’autore, Hamletmachine nasce originariamente dall’incontro tra Heiner Müller e Robert Wilson, venendo alla luce quasi nove anni più tardi.

L’amicizia tra Robert Wilson e lo scrittore della DDR Heinrich Müller non fu solo leggendaria, ma anche estremamente produttiva: Müller scrisse testi per la Sezione Colonia di The Civil warS (1984), The Forest (1988) e La Mort de Molière (1994), e alcuni di questi vennero usati in Medea (1984), Alceste (1986) e Ocean Flight (1988).

Müller dichiarò successivamente che la versione di Hamletmachine concepita da Wilson fosse “il miglior spettacolo di sempre” nella sua intera carriera, celebrando l’opera per l’incredibile e innovativo impianto illuminotecnico e visivo e per la quasi totale assenza di interpretazione scenica. Elogiato da Gordon Rogoff nei suoi scritti come “un trionfo”, valse a Wilson un Obie Award come Miglior Regista.

La prima messa in scena risale al 7 maggio 1986 sul palcoscenico del teatro della New York University con la partecipazione degli allievi stessi; la versione tedesca segna invece il suo debutto il 4 ottobre dello stesso anno alla Kunsthalle di Amburgo. Lo spettacolo non è stato più ripreso da allora, e ritorna in scena quindi dopo ben 31 anni grazie alla commissione di Spoleto Festival dei 2Mondi e alla partecipazione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ‘Silvio d’Amico’.

Müller preferisce la tragedia alle altre forme teatrali, perché gli permette allo stesso tempo di poter “dire una cosa e il suo esatto contrario” e non suggerire, invece, l’autodistruzione. Piuttosto offre così se stesso, spogliato all’essenziale. La fotografia stappata è quindi metafora del suo io – spoglio, dannato, diviso.

Nulla in Hamletmachine può essere preso come lo si trova, ancor meno le nostre aspettative teatrali o la nostra esperienza Shakespeariana. Ma se questa fosse la sua unica innovazione, sarebbe soltanto un’altra versione delle frammentarie forme non lineari che hanno sovvertito il teatro drammatico sin da Woyzeck. A Müller non interessa la cronologia degli eventi, mescola così diversi periodi insieme, o episodi della sua stessa biografia. A differenza però della maggior parte degli americani, utilizza il palcoscenico come discorso pubblico piuttosto che la confessione privata.

Letteralmente, il testo sembra essere più di uno scarabocchio dadaista: Il cuore di Ofelia è un orologio, le prime parole pronunciate da Amleto son “Io ERO Amleto”, ma allo stesso tempo lster sostiene che fosse Macbeth; il terzo atto, “Scherzo”, si svolge all’Università dei morti; l’attore che interpreta Amleto non dovrebbe notare che i macchinisti stanno posizionando un frigorifero e tre televisori sul palcoscenico; nel quarto atto, Amleto attacca la testa di Marx, Lenin e Mao con un’ascia.

Ma anche se tutto questo potesse essere letteralmente rappresentato, Müller è comunque più provocante, astuto, teatrale, anche dei suoi più sfrenati sogni. In Wilson, Müller ha trovato il regista perfetto per dare vita/luce al suo scarabocchio, e in Muller, Wilson ha finalmente trovato il drammaturgo che può dare peso alle sue straordinarie e impalpabili visioni.

Una volta visto, nulla potrebbe essere più semplice di quella soluzione razionale, cubista e geniale di Wilson, ma non è probabile che chiunque altro avrebbe potuto immaginare qualcosa del genere.

 

16 – 17 febbraio 2018 | Teatro della Pergola, Sala Grande

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Torino

DIECI STORIE PROPRIO COSÌ terzo atto

da un’idea di Giulia Minoli

drammaturgia Emanuela Giordano e Giulia Minoli

regia Emanuela Giordano

musiche originali Antonio di Pofi e Tommaso di Giulio

aiuto regia Tania Ciletti

con Daria D’Aloia, Vincenzo d’Amato, Tania Garribba, Valentina Minzoni, Alessio Vassallo

e con Tommaso Di Giulio chitarre Paolo Volpini batteria

Dieci storie proprio così è parte integrante del progetto Il Palcoscenico della legalità

assistenti al progetto Ludovica Siani, Noemi Caputo, Luca Caiazzo

Il progetto è promosso da Università degli Studi di Milano – Corso di Sociologia della criminalità organizzata, Fondazione Pol.i.s., Libera, Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, Centro Studi Paolo Borsellino, Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, Fondazione Silvia Ruotolo, Italiachecambia.org

 

Dieci storie proprio così – terzo atto è una ‘ragionata’ provocazione contro quella rete mafiosa, trasversale e onnipresente, che vorrebbe sconfitta la coscienza collettiva, la capacità di capire e reagire.

Da un’idea di Giulia Minoli, lo spettacolo, scritto da Emanuela Giordano e Giulia Minoli, e diretto dalla stessa Giordano, racconta storie di impegno civile e riscatto sociale, responsabilità individuali e collettive, connivenze istituzionali e taciti consensi.

Musica e teatro per dieci storie di gente comune, di vite spezzate, di eroi di tutti i giorni, per restituire un senso a una parola abusata e difficile: legalità.

Dieci storie proprio così affronta vicende in cui il disagio e la disperazione hanno prodotto reazione, impegno civile, passione, coraggio, un’eredità irrinunciabile per il nostro futuro.

Una produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Torino.

 

La convivenza, il vivere civile e l’essere partecipe di una comunità. Dieci storie proprio così è un ritratto sociale, un’indagine emotiva, una lotta collettiva contro il crimine, per promuove la cultura come antidoto alla mafia e il teatro come strumento di denuncia, di educazione civica per le giovani generazioni e di impegno per tutti cittadini che fanno della memoria un diritto inalienabile.

Emanuela Giordano e Giulia Minoli sono partite nel 2012 dalla memoria di chi ha combattuto contro la criminalità organizzata e dalle esperienze già consolidate di contrasto alle mafie al Sud. Nel 2015 hanno parlato del presente, del radicamento delle mafie al centro Italia e di alcuni esempi di lotta all’illegalità. Con questo terzo atto vogliono riflettere sul futuro, su come l’infiltrazione delle mafie anche al nord stia cambiando il profilo dell’Italia, su come questa malacultura del sopruso ad ogni livello della vita sociale contamini le nostre vite.

Gli strumenti che abbiamo per contrastare questo degrado sono il potere di voto, il potere di acquisto, il potere di scegliere chi frequentare, il potere di educare, formare e informare. Il potere di proporre e di osservare, di fare caso a ciò che ci circonda senza sconti di responsabilità.

 

L’emozione che si prova davanti a Dieci storie proprio così non è fine a se stessa. È un’emozione che resta, che agisce nel tempo, che rilascia via facendo un carico di dubbi e di domande. Quest’opera, mirabile fusione di etica e estetica, ci chiede di essere non solo ‘spettatori’, ma persone più coraggiose, più consapevoli, più determinate a difendere e costruire la speranza che le mafie ci portano via”.

Don Luigi Ciotti

 

Il teatro civile nasce come necessità di recupero della memoria storica di un Paese, di una nazione, come spazio laico di condivisione umana, condivisione di riflessioni, domande, esperienze del passato che hanno determinato (nel bene e nel male) ciò che siamo oggi e ciò che potremo diventare. Segna una linea di continuità tra il prima, il presente e il nostro domani.

Il teatro ha sempre raccontato i conflitti e le contraddizioni umane, attraverso metafore o racconti fantastici, il nostro teatro usa nomi, luoghi ed eventi che sono realmente accaduti, porta in scena storie vere, persone vere, orrori perpetrati e azioni coraggiose, ingiustizie e riscatto.

Quello che leggiamo sui giornali si confonde con mille quotidiane sollecitazioni e spesso si dimentica, il silenzio e il buio del teatro ci inducono a un ascolto comune, a sentirci più comunità e meno individui soli e distratti facendo riemergere il senso del vivere civile”.

Emanuela Giordano Giulia Minoli

 

 

 

 

 

La stagione del Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ di Scandicci

 

24 novembre 2017

Scuola di Musica di Fiesole

NON VOLEVO VEDERE

e se perdi sai ricominciare! senza dire una parola di sconfitta

lettura in musica dall’omonimo libro di Fernanda Flamigni e Tiziano Storai

con

Nashira Project

Daniela Morozzi narratrice

Alda Dalle Lucche saxofono

Susanna Bertuccioli arpa

Arcobaleno Ensemble

Giada Moretti direttore

musiche di Villa Lobos, Jobim, Mansell, Fossati

 

Raccontarsi significa guardare la verità, darle un nome, anche se fa paura.

Daniela Morozzi, accompagnata da Alda Dalle Lucche al sax, Susanna Bertuccioli all’arpa, e dall’Arcobaleno Ensemble, piccola orchestra di bambini di tutte le età diretta da Giada Moretti, legge Non volevo vedere, dall’omonimo libro autobiografico di Fernanda Flamigni.

Una testimonianza autentica del distorsivo rapporto tra un uomo e una donna che, con agghiacciante frequenza, sfocia nel dramma del femminicidio.

Si racconta ciò che Fernanda ha vissuto ed il messaggio che ha voluto dare: un inno alla speranza per vincere la battaglia per la vita e la dignità, per credere nell’uguaglianza e nella libertà.

Una produzione Scuola di Musica di Fiesole.

 

I protagonisti di Non volevo vedere sono una coppia di giovani che si sono conosciuti nei corridoi dell’università occupata nel 1989. Si innamorano, si fidanzano, poi si sposano. Una storia come tante. Il sogno di lei di una famiglia serena e felice, “da Mulino Bianco”, si sgretola sotto le picconate dell’uomo che svela fin dai primi tempi un carattere ambiguo, dai tratti psicotici, scisso tra scatti d’ira e microscopici gesti, come una rosa dopo una sberla. Fernanda resiste, stringe i denti, va avanti, con amore, poi con il senso del dovere ereditato dal padre. E mente a se stessa mentre il marito perde uno dopo l’altro gli impieghi come giornalista e si barrica dietro accuse al mondo, scuse e pretesti. Il tutto mentre lei non può fare nulla per contrastare la crescente dipendenza dell’uomo dalle droghe.

Dal giorno in cui l’eroina diventa la terza incomoda, un’amante esigente, i soldi cominciano a sparire dal conto in banca e dal salvadanaio del bambino. La protagonista decide di doversi salvare insieme al figlio. Torna alla casa di famiglia, parte il ricorso per la separazione, mentre nelle settimane successive subisce minacce, percosse, appostamenti e una terrificante aggressione a mano armata sul luogo di lavoro. Nel delirio che deve affrontare per proteggersi, Fernanda è più preoccupata delle minacce di suicidio dell’uomo, ne parla alle forze dell’ordine, ai servizi sociali. Poi un giorno la telefonata, e la protagonista aprirà per l’ultima volta la porta al suo carnefice che dice di portare un tardivo regalo di Santa Lucia al bambino. Entrato in casa, dalle sue mani uscirà una fisarmonica per il figlio, e tanti coriandoli di carta lanciati sulla testa della moglie che ha ventinove anni: è il ricorso per la separazione stracciato in tanti piccoli pezzi. Poi la mano estraeva la pistola. Il resto è la cronaca raccontata d’un fiato, trascinati da un ritmo da thriller psicologico e l’atroce consapevolezza che non si tratta di finzione, ma di una storia vera di chi ha sentito la propria pelle rabbrividire e tremare per davvero di fronte alla fine.

Non volevo vedere, il titolo, una pugnalata: dopo due mesi di ricovero l’autrice è emersa dal proprio letto d’ospedale completamente e per sempre cieca. Nella stanza buia in cui è costretta, Fernanda Flamigni ha deciso di ricominciare, di ripartire e per farlo è necessario capire, vedere, aprire gli occhi. Si va a tentoni, si urtano mobili, ci si riempie le gambe di lividi. Ma dopo diciassette anni si può raccontare la propria storia, rivederla da capo, sviscerarla, osservarla tutta per poi descriverla in ogni suo anfratto, anche i più dolorosi.

 

12 – 13 gennaio 2018

Khora.teatro

Aurora Peres

Jacopo Venturiero

COSTELLAZIONI

di Nick Payne

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

disegno luci Valerio Tiberi

regia Silvio Peroni

 

Un uomo, una donna e l’universo a fare da cornice.

Sono questi gli elementi di Costellazioni, pièce del giovane e talentuoso drammaturgo inglese Nick Payne, diretta da Silvio Peroni, con in scena Aurora Peres e Jacopo Venturiero.

Una teoria della fisica quantistica sostiene che esiste un numero infinito di universi: tutto quello che può accadere, accade da qualche altra parte e per ogni scelta che si prende, ci sono mille altri mondi in cui si è scelto in un modo differente. Nick Payne prende questa teoria e la applica a un rapporto di coppia.

Una produzione Khora.teatro.

 

Orlando è un tipo alla mano, che si guadagna da vivere facendo l’apicoltore. Marianna è una donna intelligente e spiritosa che lavora all’Università nel campo della cosmologia quantistica. Costellazioni parla della relazione uomo-donna, ispirandosi al principio di fisica quantistica secondo il quale esisterebbe un numero infinito di universi e dunque infinite possibilità. Tutto può succedere e tutto può cambiare.

Il testo di Nick Payne esplora le infinite possibilità degli universi paralleli: si tratta di una danza giocata in frammenti di tempo. In questa danza la più sottile delle sfumature può drasticamente cambiare una scena, una vita, il futuro.

Il testo si estende in un’indagine sul libero arbitrio e sul ruolo che il caso gioca nelle nostre vite. Se tutto questo potrebbe far sembrare Costellazioni uno spettacolo di approfondimento scientifico, non è niente del genere. Nello spettacolo si analizzano i momenti cruciali della relazione di Orlando e Marianna: dalla conoscenza, alla seduzione, al matrimonio, al tradimento, alla malattia, alla morte. Payne mostra ripetutamente, le possibilità e i diversi modi in cui i loro incontri sarebbero potuti andare a causa di fattori che vanno dalle relazioni precedenti alle parole e al tono di voce impiegati. Marianna e Orlando si incontrano, sono fidanzati, non sono fidanzati, fanno sesso, non fanno sesso, si perdono, si ritrovano, si separano e si incontrano di nuovo.

Assolutamente divertente, ma disperatamente triste: è proprio il suo dinamismo intellettuale ed emotivo a rendere lo spettacolo unico e travolgente, un vero e proprio “classico contemporaneo”.

L’allestimento sfruttando appieno tutte le potenzialità della drammaturgia ideata dal premiato autore britannico Nick Payne si è riconfermato nella rigorosa messa in scena di Silvio Peroni e nella qualità attoriale del cast che segna il rimarchevole esercizio di stile recitativo di Aurora Peres e Jacopo Venturiero, uno spettacolo innovativo che indaga il contemporaneo.

Si erano conosciuti a casa di un amico, ma era davvero iniziata in quel modo la loro storia? Chi può dirlo con certezza? Ogni situazione della nostra vita, dalla più semplice alla più complessa, è strettamente intrecciata alle scelte che facciamo. E per ogni scelta ci sono altri milioni di mondi dove si è creata una vita differente. L’interessante testo del giovane autore inglese Nick Payne esplora il tema del caos, in un modo molto simile al film Sliding Doors. Le diverse possibilità della vita, i diversi modi in cui i nostri incontri potrebbero andare. Gli esseri umani si fidanzano, non si fidanzano, fanno sesso, non fanno sesso, si incontrano, si perdono, si rincontrano. Un labirinto cosmico.

 

 

21 – 22 marzo 2018

Compagnia Orsini Teatro La Comunità

Guido Targetti Federica Stefanelli Emanuela Panatta Pietro Pace Manuel D’Amario Marco Imparato Federico Citracca Sonia Bertin

AMLETÒ

(gravi incomprensioni all’Hotel du Nord)

uno spettacolo di Giancarlo Sepe

scene e costumi Carlo De Marino

musica Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team

disegno luci Guido Pizzuti

 

Un Amleto visivo, quasi senza parole, ambientato a Parigi negli anni Trenta.

Giancarlo Sepe con Amletò – Gravi incomprensioni all’Hotel du Nord immagina la tragedia del principe danese, angustiato e depresso, narrata nella Francia del 1939. La famiglia di Elsinore, in viaggio, approda a Parigi e prende posto nell’hotel sul canale di Saint-Martin, l’Hotel du Nord del film omonimo di Marcel Carnè, così pieno d’umido che non fa rimpiangere i freddi della gelida Danimarca.

Dubbia reputazione hanno gli avventori di quell’albergo alla buona che ospita ebrei in fuga dalla Germania nazista, esiliati politici, prostitute e protettori, poeti e adolescenti col complesso edipico. La storia di Amleto viene narrata come da I parenti terribili di Cocteau, piena di tradimenti e gelosie, rimpianti e vendette, morti violente e valzer musette, amori inconfessabili e strane apparizioni…

Una produzione Compagnia Orsini, Teatro La Comunità.

 

Giancarlo Sepe riscrive un classico del teatro con quel suo riconoscibile stile che include, da sempre, la passione per il cinema e per la musica presenti in ogni suo spettacolo. E assomiglia a un set cinematografico, anche nel montaggio, l’allestimento di Amletò, ricco com’è di allusioni visive e di suggestioni sceniche sapientemente ricreati nelle atmosfere suggerite dalle luci, nel gioco di movimenti e pantomime, di attrezzerie e oggetti manovrati a vista. Qui le sue invenzioni sceniche sembrano trovare il campo migliore e fertile ispirazione, come anche l’aver inventato una sorta di gramelot con cui parlano gli attori, una parodia del francese pienamente comprensibile per assonanze, cadenze, onomatopee. Poco recitato, lo spettacolo vive di pantomima e di coreografie accennate, dentro folate avvolgenti di musica.

La storia del principe Amleto è trasportata a Parigi (quella “ò” accentata lo fa essere, a pieno titolo, francese), alla fine degli anni Trenta, dove tutti i personaggi scespiriani, scappando dall’invasione nazista, si spostano attraversando, carponi, un piccolo ponte, e portando con sé i propri effetti personali. Si ritrovano tutti in una periferia parigina degradata, nei pressi dell’Hotel du Nord. Quello del film omonimo di Marcel Carnè, luogo dove alloggiavano ebrei in fuga dalla Germania nazista, esiliati politici, prostitute e poeti. Ed è al cinema del regista francese, e a quello di Jean-Luis Barrault di Les enfants du paradis, che il regista Giancarlo Sepe rende omaggio.

Laerte dice alla sorella Ofelia di non innamorarsi di un ipocondriaco visionario, Amleto che sogna la morte del padre a cui aveva ‘concesso’ di amare la madre Gertrude, suo unico amore: ma che Ofelia e Ofelia… egli amava la madre e basta! La spiava mentre indossava le sue calze di seta, ricordava i balli sulla terrazza di notte, appena schiariti da un filare di lampadine colorate, guardava le foto del suo bellissimo battesimo tutto di voile bianco, e la partenza del padre per la guerra, vero eroe, ripagato, ahimè, con il tradimento e la morte infertagli dal fratello appena rimesso piede sul suolo natìo.

A quella morte Amleto reagì malissimo, girava per le stanze e le strade della città con l’ingrandimento della foto del padre, come fosse un novello San Luigi. Hotel du nord: gente che va e gente che sparisce, improvvisi duelli mortali tra contendenti amorosi, sicari maldestri, morti accidentali, e sogni tanti sogni. Letti d’amore e di morte che vagolano nella sera d’estate al chiaro di luna al suono delle voci di Arletty, Josephine Baker e di Marguerite Boule’ch più nota come Fréhel. Canzoni d’amore e di disperazione, che Amleto soffre e vive sullo sfondo di una società impazzita, che corre e balla, e che sta per svanire sotto i colpi di una guerra sanguinaria. Ama la madre che ama il fratello del marito ucciso… Claudio! Piccolo despota, ignorante e donnaiolo, che canticchia: “Où sont mes amants”, e che tradisce Gertrude, senza pietà.

Essere o non essere… commenta Sepe l’uomo del destino, colui che vendicherà non solo il padre ucciso a tradimento, ma soprattutto il suo amore per Gertrude, incauta madre, incauta moglie e forse, inconsapevole assassina. Tutto troverà la sua risposta nella festa mascherata organizzata nell’Hotel du Nord… forse! La guerra che scoppia alla fine dello spettacolo svuoterà di colpo l’albergo, mentre Amleto, solo, si aggirerà tra valigie e maschere abbandonate in terra, alla rinfusa, come dei corpi senza più vita”.

 

14 aprile 2018

CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri

Federico Brugnone

Michele Degirolamo

ALAN E IL MARE

testo e regia Giuliano Scarpinato

assistente alla drammaturgia Gioia Salvatori

con

in video Elena Aimone

scene Diana Ciufo

videoproiezioni Daniele Salaris

luci Danilo Facco

movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich

costumi Giuliano Scarpinato

 

Raccontare l’indicibile: la storia del piccolo profugo siriano Alan Kurdi.

Giuliano Scarpinato, che ha scosso il teatro-ragazzi con Fa’afafine, torna a far lievitare il cuore doloroso delle cose, amplificare la vicenda di uno e farla diventare quella di molti, con Alan e il mare.

Il teatro ha delle possibilità in più rispetto alla cronaca: il sogno, la trasfigurazione. Ecco quindi che alle parole di Michele Degirolamo e Federico Brugnone, alla vita narrata, si aggiungono le immagini, e la vita “immaginata”: proiezioni realizzate in videomapping danno vita a sogni, aspettative, desideri. Non solo: portano in scena il luogo da cui arrivano la voce e la presenza di Alan, una sorta di Atlantide, piccolo Eden subacqueo tra le cui spume, sabbie, coralli la piccola esistenza del bambino è rimasta impigliata.

Una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri.

 

Alan e suo padre Abdullah lasciano il loro paese, in Siria, dove la guerra sta portando via le scuole, le case, gli alberi; salgono su una barchetta sgangherata e colma d’anime, per arrivare molto lontano. Ma quella notte una grande onda prende il bimbo via con sé: Alan scivola via dalle braccia forti di suo padre, e giù nelle acque profonde diventa fratello delle alghe, dei coralli, dell’anemone colorato. Abdullah non vuole vivere senza il suo bambino-pesce: decide di andare da lui, entrare nel mare. Lì però potrà restare solo per poco tempo; lui appartiene alla terra, ed è là, gli sussurra all’orecchio il suo Alan, che dovrà continuare a vivere ed essere felice.

La storia di Alan Kurdi, il piccolo profugo siriano annegato a settembre 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, ha costituito un momento di svolta nella nostra percezione, ormai da tempo “anestetizzata”, dell’epopea vissuta dai milioni di uomini, donne e bambini fuggiti dai propri paesi per approdare in Europa. L’immagine di Alan, potente e ineludibile, è un punto di non ritorno: lo è stata per Nilufer Demir, la fotoreporter che ha scattato la foto-simbolo (“Ero pietrificata. L’unica cosa che potevo fare era fare in modo che il suo grido fosse sentito da tutti”, ha dichiarato); lo è stata, oltre ogni misura di umana sofferenza, per il padre del bimbo, Abdullah al – Kurdi.

Nel momento stesso in cui quell’immagine si imponeva ai miei occhi – riflette Giuliano Scarpinato – per mezzo di un telegiornale in prima serata, una domanda iniziava ad abitarmi: come raccontare tutto ciò a dei bambini, magari poco più grandi di quello annegato sulla costa di Bodrum? Come dire l’indicibile?”

Da qualche anno ha intrapreso un percorso di ricerca nel delicato ambito del teatro per le nuove generazioni, con il desiderio di portare all’attenzione dei più giovani temi difficili, complessi, che sfuggono a soluzioni semplici e necessariamente edificanti. Impossibile prescindere, per raccontare una storia così recente, dalle testimonianze reali dei suoi protagonisti: i racconti di Abdullah Kurdi e Nilufer Demir sono stati una preziosa risorsa, insieme ad un’ulteriore quantità di altri, incredibili racconti di giovanissimi profughi. La veridicità della narrazione è imprescindibile in un lavoro che vuole anche essere un tributo alla storia di persone realmente esistite.

Ma il teatro ha delle possibilità in più rispetto a quelle della cronaca: sono quelle del sogno, della trasfigurazione. Se la storia di Alan rimanesse solo sua, raccontarla sarebbe inutile. Allo spettatore, giovane o adulto, spetta il compito di raccogliere quell’esistenza; come porgendo l’orecchio a una conchiglia per sentire, in qualsiasi luogo ci si trovi, il lontano rumore del mare.

Autore: admin

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