Marco CAMERINI – Amos Oz tra Qabbalah e Heidegger (“Tocca l’acqua, tocca il vento”, ultimo romanzo dello scrittore israeliano)



Scaffale


TOCCA L’ACQUA, TOCCA IL VENTO: L’ULTIMO ROMANZO DI AMOS OZ



In libreria il romanzo dello scrittore israeliano Amos Oz, in bilico fra Qabbalah e Heidegger, scienza e fede, alla scoperta di un nuovo “sentimento del tempo”.


Il protagonista dell’ultimo libro di Amos Oz marca da solo le differenze profonde tra Tocca l’acqua, tocca il vento (Feltrinelli, 2017) e Giuda (Feltrinelli, 2016) che sembreranno scritti da due autori differenti. Ma egualmente straordinari, non c’è dubbio. Elisha Pomerantz, insegnante di matematica e fisica, “tozzo, occhi minuscoli, mascelle spesse e quasi quadrate”, possiede gli arcani segreti della Musica che affranca dalla gravità terrestre, della Realtà “vaga sembianza […], casuale e rabberciata

convergenza di energie astratte”, del Tempo, bergsoniano impulso interiore e, nel fiabesco villaggio di M. (più simile alla Macondo di Marquez – non certo solo per l’iniziale – che a una cittadina polacca invasa nell’inverno del ’39 dai nazisti), si libra nell’aria suonando l’armonica (e compiendo prodigi, come l’Oskar di G. Grass con il suo tamburo di latta), s’infila nella cappa del camino e vola verso i boschi, ascolta i rumori “delle cose mute, la luce delle stelle, i bisbigli del silenzio prima dell’alba” (quanto vicine le Corrispondenze di Baudelaire).

Poeta/sciamano “scaccia con un gesto la luna dal cielo e cosparge la volta buia di un pugno di stelle”, coglie le proporzioni algebriche dell’universo infinito, lascia l’adorata moglie Stefa – bella, fiera, ambita, dagli occhi scuri e dal morbido profumo, confidente di Heidegger, figura chiave dell’intreccio – per iniziare un simbolico, allusivo viaggio nel “non tempo” di una Storia solo in parte riconoscibile eppure presentissima: dal secondo dopoguerra al conflitto del Kippur (1973)? “Israele sempre in allarme. Minacce. Analisi. Controanalisi”. Kafka più che Yehoshua nella parabola sofferta ed onirica dell’ebreo errante, itinerario ipnotico che, calzati magnifici stivali delle sette leghe foderati di pelliccia e cambiati, come Simon Mago, lire in dracme e poi in dollari, lo conduce attraverso i Balcani sino al Pireo, eden stregato capitale di un nuovo Regno di Polonia del quale Elisha, creduto figlio di Papa, è unto re con olio…di macchina. Da far impallidire Melquìades e la stirpe infinita dei Buendìa. 1

Alla fine (dopo Tiberiade – splendida la descrizione del lago, cfr. pp. 52 e 53 – e “la velata città di Damasco, sorgenti e fontane, mirra e incenso”) l’approdo a un kibbutz dell’Alta Galilea che ha la dimensione realistica della buzzatiana Fortezza Bastiani, in cui “l’occhio vede la luce e tutto è distillato nello splendore dell’azzurra estate… purezza, libertà, pace” per annullarsi – o tornare a vivere? – nell’armonia delle cifre, nelle geometrie del pentagramma “alla ricerca di un ordine dentro e fuori di sé, percorso dallo spasimo ebraico per una immacolata nitidezza che riduce il reale ad una essenziale e luminosa entità lineare e perfettamente squadrata”. Così scrive Amos Oz, e sul suo stile unico dovremo tornare.

Qui la clamorosa scoperta scientifica del paradosso dell’infinito matematico, senza “scontrarsi con la contraddizione, l’assurdità, il misticismo, l’enfasi, la follia” e con buona pace di atomisti, pitagorici, neokantiani e Peirce: “illuminazione oltre i limiti mentali” in bilico fra Qabbalah e Heidegger, scienza e fede che fa del romanzo una complessa riflessione sul nostro essere-per-la-morte, sulla necessità di una progettualità tesa a liberare l’umanità da solitudine, guerre, conflitti razziali, passioni egoistiche, male (“che non riguarda solo i malvagi”),2 sull’opportunità di tornare a riscoprire “la lezione degli Elementi immensi e muti: il mare, la sabbia, il buio, la musica, il vento”, vero topos che attraversa l’intera trama.

Il ruach/respiro/spirito celebra la maestà di Dio e l’energia vitale dell’uomo, “blandisce gli alberi e vi si attorciglia malinconico, freme un perdono alto e limpido, infonde allucinazioni e porta con sé un alone di luce sottile e carezzevole”. Il vento… mentre la scoperta del piccolo Pomerantz smuove interessi transnazionali per un possibile approccio all’equilibrio planetario e (di) multinazionali sull’ipotizzato accumulo di potentissima, nuova energia: “dominio su tutto, sino al Giorno del Giudizio”.

Ma lo schivo professore, che ripara orologi capaci solo di scandire gli attimi inautentici di una opprimente quotidianità nella pace non più anonima del villaggio, vuole semplicemente infondere un ritmo lento e diverso all’anima, insegnare la quiete, descrivere l’ossimorica dolce potenza della Musica. Tocca l’acqua, tocca il vento è anche un colto, raffinato invito, per ognuno di noi, a ridefinire e riappropriarsi di un nuovo, più profondo, intimo “sentimento del tempo”, e in questo senso lo scrittore non ha esitato a confrontarsi con il filosofo nominato rettore dell’Università Friburgo nel 1933 con la benedizione del regime nazista che l’aveva meticolosamente epurata dagli Ebrei: una risposta chiara a un dibattito spinoso, alimentato spesso da strenue difese del “politicamente corretto” più che da epistemologiche questioni di sostanza. Soprattutto, vale la pena ribadirlo, è un’opera in cui il tema di fondo – che non è certo “il commovente ritratto di una coppia costretta a separarsi durante la II guerra mondiale”…!? Del tutto inadeguata e fuorviante la quarta di copertina – è trasmesso attraverso il ricorso a toni e strutture surreali, magiche, estranee per lo più all’autore e assai vicini alla cifra favolistica dell’ebraismo orientale chassidico, nato proprio in Polonia e radicato in tanta parte della narrativa yiddish e kafkiana.

Lo confermano i caratteri dei personaggi collaterali: la moglie Stefa (deportata “per incanto” in Russia e divenuta spia staliniana, la sua figura – inizialmente di primo piano – finisce narratologicamente su un binario morto, nonostante l’intuizione metanarrativa potenzialmente brillante del cap. 36, che rimane troppo isolata: un errore, certamente), il giardiniere ubriacone “Corri Gesù”, sorta di pirandelliano “Canta l’Epistola”, il prof. Zajczik (filosofo solo e inerme, in questa o forse in un’altra realtà… quando parla si diffonde “un odore di foglie di castagno cadute”), il generale tedesco con la coda, “appassionato delle regioni crepuscolari sospese fra teologia e metafisica”, il medico ruteno “piccolo come una cavalletta e amico personale della Vergine Maria”, Yotam, figlio messianico del segretario del kibbutz (anch’egli figura solo apparentemente secondaria) che vagheggia una forza salvifica nata dalle sue sofferenze di schlemihl e capace di perdonare chi offende, organisti monchi, orsi russi “convitati di pietra” ai banchetti dell’intellighenzia sovietica (cfr. in Kafka la scimmia della Relazione per un’Accademia), ragazzi “bruni e fieri che litigano con il vento”, uomini “scuri dall’odore marrone caldo e pacato di pane” o “non uomini” astratti, mere ipotesi narrative.

Lo conferma l’originalissima scrittura che, come mai forse in Oz, è suggestivamente poetica, spezzata, con frequenti ricorsi all’iterazione (anche quando il dato è noto), a sequenze paratattiche nominali ellittiche del verbo, a personificazioni e procedimenti sinestetici, applicati spesso alla descrizione dei tipi umani, come si è visto. Così “il buio tende le sue lunghe dita di crepuscolo”, “la notte, cappotto invernale, avvolge la città”, “lo spazio è saturo di frenetici ululati mentre ad est sorge un’alba nuova [lo Stato di Israele? Sarebbe come spiegare le rimbaudiane vocali] che fende le foreste e tutti gli orizzonti diventeranno luminosi”, “le lune si irritano”, “i picchi montuosi, testardi, mordono”, “le valli festeggiano”, “le colline trasudano angoscia”…e la prosa diviene pura, ineffabile effusione lirica.


1 Cogliamo l’occasione per segnalare la nuova, brillante traduzione di Cent’anni di solitudine ad opera di Ilide Carmignani  (Mondadori), con significative variazioni rispetto a quella, ormai classica, di Enrico Cicogna.

2“La temporalità dell’esserci è una temporalità finita. Un tempo infinito toglie il motivo e lo stimolo del progettare e la possibilità più specifica dell’esserci stesso: l’esserci-per-la-morte” (Heidegger, Essere e tempo, Mondadori 2011)

 

 

Amos Oz

Tocca l’acqua, tocca il vento

trad. E. Loewenthal

Milano, Feltrinelli, 2017, pp.197, € 16,00


Autore: admin

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