Em. Reb. – Se una Rosa è una Rosa…(Stefano Massini traduce per le scene il fortunato romanzo di Eco)


Anteprime* 



SE UNA ROSA E’ UNA ROSA…

alt Foto A Tabocchini

Stefano Massini traduce per le scene il fortunato romanzo di Umberto Eco- Teatro Carignano, Torino

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«Se è vero che al centro dell’opera di Eco vi è la feroce lotta fra chi si crede in possesso della verità e agisce con tutti i mezzi per difenderla, e chi al contrario concepisce la verità come la libera conquista dell’intelletto umano, è altrettanto vero che non è la fede a essere messa in discussione, ma due modi di viverla differenti.

Uno guarda all’esterno, l’altro all’interno; uno è serioso, l’altro fortemente ironico»: il regista Leo Muscato firma la messa in scena de “Il nome della rosa”, il celebre romanzo di Umberto Eco, nella versione teatrale curata da Stefano Massini, scrittore e drammaturgo tra i più apprezzati, già autore della “Lehman Trilogy”.

Fino metà a  giugno sul palco Teatro Carignano tredici attori interpreteranno quaranta personaggi, un vero e proprio kolossal teatrale che vuole essere soprattutto un omaggio allo scrittore alessandrino.

«Credo sia un bel segnale che un autore quarantenne come Stefano Massini apra e chiuda la programmazione dello Stabile con due spettacoli di cui firma l’adattamento drammaturgico – spiegava mesi fa a Nuovasocietà il direttore dello Stabile di Torino, Filippo Fonsatti – Umberto Eco negli ultimi anni si era incrociato con Stefano Massini e aveva condiviso l’idea di portare in scena questo romanzo meraviglioso.

Purtroppo se ne andato prima che potessimo concretizzare quell’idea e ci è sembrato che mettere in scena il suo testo fosse il modo migliore per ricordarlo, peraltro in quel Teatro Carignano da lui frequentato assiduamente durante gli anni universitari.»

Vincitore del Premio Strega nel 1981, “Il nome della rosa” ha venduto più di 50 milioni di coppie, è stato tradotto in 47 lingue e nel 1986 Jean-Jacques Annaud ne trasse il fortunato e pluripremiato film con protagonista Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville, dotto frate francescano dal passato da inquisitore chiamato a indagare attorno alla strana morte di un monaco in un’abbazia benedettina nelle Alpi dell’Italia settentrionale (Eco si ispirò alla Sacra di San Michele).

Romanzo storico, giallo di ambientazione medievale e con molteplici rimandi politici, filosofici e teologici, ma soprattutto un testo di grande modernità nonché una miniera di fatti e di personaggi che Leo Muscato e Stefano Massini hanno analizzato, scomposto e ricomposto in questa prima trasposizione teatrale de “Il nome della rosa”, una complessa operazione scenica che coinvolge nella produzione tre Teatri Stabili (Torino, Genova e del Veneto).

La scena si apre sul finire del XIV secolo. Un vecchio frate benedettino, Adso da Melk, è intento a dettare le memorie in cui narra alcuni tremendi e mirabili avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù, nell’anno del Signore 1327.

«Dietro ad un racconto avvincente e trascinante – spiega Leo Muscato nelle note di regia –  il romanzo di Umberto Eco nasconde una storia dagli infiniti livelli di lettura; un incrocio di segni dove ognuno ne nasconde un altro. La struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornate in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento (Mattutino, Laudi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta).

Ogni capitolo è introdotto da un sottotitolo utile a orientare il lettore, che in questo modo sa già cosa accade prima ancora di leggerlo; quindi la sua attenzione non è focalizzata da cosa accadrà, ma dal come. Questa modalità, a noi teatranti ricorda i cartelli di brechtiana memoria e lo straniamento che ha caratterizzato la sua drammaturgia.»

Guglielmo da Baskerville è la sintesi perfetta dell’investigatore, uomo di fede ma al contempo di grande razionalità e non privo di ironia, un proto-detective che osserva la realtà e analizza i segni per giungere alla verità («Non ho mai dubitato della verità dei segni, Adso, sono la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo»).

In scena lo interpreta un grande autore shakespeariano, Luca Lazzareschi, mentre Renato Carpentieri è Jorge da Burgos, il vecchio frate cieco che avvelena le pagine del secondo libro della Poetica di Aristotele, perché in esso viene lodato il riso come strumento di conoscenza.

Quindi Eugenio Allegri chiamato a sdoppiarsi tra il francescano Ubertino da Casale e l’inquisitore Bernardo Gui, Luigi Diberti (il vecchio Adso), Giovanni Anzaldo (il giovane Adso) e Arianna Primavera, l’unica figura femminile, la fragile ragazza di cui s’innamora il giovane Adso senza conoscerne mai il nome.

La scenografia, firmata da Margherita Palli, è una grande scatola nera dove si aprono porte e fessure, feritoie attraverso le quali entrano luci ed oggetti, muri che si alzano e si abbassano, scale che salgono e scendono creando differenti livelli di movimento,

«Abbiamo immaginato uno spettacolo in cui la dimensione del ricordo del vecchio Adso – l’io narrante che diventa una figura quasi kantoriana, sempre presente in scena – potesse diventare la struttura portante dell’intero impianto scenico. Questo è concepito come una scatola magica in continua trasformazione che evoca i diversi luoghi dell’azione: una biblioteca, una cappella, una cella, una cucina, un ossario, una mensa, ecc.»

La colonna sonora fatta di suoni e di melodie semplici, frammiste a canti gregoriani eseguiti a cappella dagli stessi interpreti, creano una dimensione percettiva che mette lo spettatore nella condizione di dimenticare il film di Jean-Jacques Annaud, per seguire i labirinti della memoria del vecchio benedettino fino al tragico esito finale.

“Se si sapesse che perfino Aristotele ha legittimato il riso, niente più rimarrebbe in piedi. Crollerebbero gli altari, si farebbe di tutto uno sberleffo. Il riso è il male travestito. Il male non si discute: si distrugge”

*www.teatrostabiletorino.it  www.lanuovasocietà.it

Autore: admin

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