Francesco TOZZA- Frammenti di un discorso visivo…(“Frame” Napoli Teatro Festival)

 

Napoli Teatro Festival

 

 

 

FRAMMENTI DI UN DISCORSO VISIVO

Frame | Napoli Teatro Festival Italia

IN PALCOSCENICO

“Frame” di Alessandro Serra   con Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone,  Maria Rosaria Ponzetta, Emanuela Pisicchio, Giuseppe Semeraro   Regia, scene, costumi e luci: Alessandro Serra    Produzione: Cantieri Teatrali Koreja (Lecce) e Compagnia Teatropersona   -Napoli, Teatro Nuovo

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Capita anche ai critici più dinamici e curiosi del nuovo (i quali cioè si spostano, spesso e volentieri, dalla loro residenza per inseguire spettacoli in ogni dove) di aver tralasciato – certo incolpevolmente (non si può sapere e/o seguire tutto!) – presenze del panorama teatrale che meritavano invece precoci segnalazioni, poi costanti e più attente verifiche dei loro percorsi. E’ quanto capitatoci con Alessandro Serra, regista (e non solo) di cui conoscevamo appena il nome, per quanto si può riscontrare sul web (che in genere, comunque, va preso con le pinze ma, nello specifico, ha offerto pochi e già interessanti materiali), o avevamo appreso da qualche pubblicazione, in questo caso dalla pisana Titivillus, una delle più attente e informate case editrici nel settore spettacolo.

Dopo aver visto – grazie al NapoliTeatroFestival – l’ultimo lavoro del regista, FRAME (ma si dice un gran bene anche del recentissimo Macbettu, traduzione in sardo barbaricino della celebre tragedia shakespiriana, che ci affretteremo a vedere, se non con l’afa agostana in Sardegna, certamente nella ripresa autunnale al Vascello di Roma), ci sentiamo di dire che quello di Alessandro Serra è un bel, gran talento.

Insofferente agli eccessivi, e spesso esclusivisti, distinguo che ancora usano, purtroppo, nelle pratiche teatrali e ne feriscono la preziosa differenza sottesa all’immancabile unità (la varietà dei teatri nel teatro è stata da noi sempre sostenuta), Serra ha attraversato – a quel che sembra – teatro di prosa, teatro di figura, teatro-ragazzi, ecc., peraltro partendo dalle giovanili messe in scena dei film di Bergman (e in riferimento – crediamo – ad un celebre film del grande regista svedese, ha chiamato il gruppo teatrale, col quale di consueto opera, Teatro Persona); ultimamente è approdato – approdo, per lui, ad uno dei tanti porti possibili – a questo dichiarato omaggio all’universo visivo di Hopper, il grande caposcuola della pittura americana nel secolo scorso, originale evocatore degli anni 20-40 attraverso uno struggente realismo, peraltro continuamente tradito da una fascinosa visionarietà, quasi un’attonita presa di distanza con schegge di uno psicologismo appena suggerito.

In un intrigante connubio fra memoria filmica (il cinema delle origini, con la sua più scoperta scansione dei fotogrammi, ma anche quei “paesaggi d’anima” offerti da certo cinema di Antonioni, da L’eclisse e Deserto rosso in particolare) e una drammaturgia di corpi senza voce, Serra fa scorrere sul palcoscenico – grazie ai cinque magnifici attori di Cantieri Koreja – frammenti di un discorso visivo, con storie appena accennate che evaporano nello spazio-tempo di una luminosità misteriosa e sinistra insieme, comunque riposante per chi ha preso quasi a disgusto il ritorno di certo teatro di parola, arrogante e pervasivo! Qui invece domina il silenzio, che affina l’ascolto delle rare note volte a costituire una pacata sinfonia fatta di suoni e immagini.

Le quali si susseguono, e inseguono, quasi fossero fotogrammi o inquadrature (cui pure il titolo allude), composte sì di materiale umano, ma che accenna semplicemente a qualcosa che resta impalpabile, immobile e vibrante al tempo stesso: aloni di vita ammantano le figure per subito perderle; i tramezzi, che scivolano sul palcoscenico, rivelano, per subito dopo negarle, presenze sottaciute;  aloni di vita ammantano le figure per poi perderle, perché non ci sono storie né personaggi veri e propri da raccontare, solo espianti di atmosfere provenienti da possibili stanze della memoria.

E l’unica presenza, chiaramente identificabile fra le cinque che si alternano sul palcoscenico (quella del clown, di più sicura ascendenza hopperiana), è forse lì a sottolineare l’impossibilità di un costante aggancio della rappresentazione alla vita, o forse la sua inutilità per tesserne le fila o carpirne le profonde ragioni, onde il melanconico ballo del clown, solo, con il vestito vuoto trovato a terra abbandonato.

Forse, con questa novella sintesi fra i linguaggi, di perturbante suggestione, Serra non ha scoperto niente di nuovo, ma di dimenticato certamente sì. E gliene siamo estremamente grati.

Autore: admin

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