Cinzia BALDAZZI – “Attimi e infinito”: le poesie di Caterina Trombetti (con testo inglese a fronte)

 

Scaffale


ATTIMI E INFINITO: LE POESIE DI CATERINA TROMBETTI



Liriche scelte della poetessa fiorentina con testo a fronte in inglese. Traduzione di David Tammaro. Scelta di commenti di Mario Luzi, di cui la Trombetti è stata assistente e collaboratrice.


Sembra per la verità impossibile che,

raggiunta la consapevolezza operativa o linguistica

dell’identità di una classe di oggetti,

non vi si associ in linea di principio

una consapevolezza rispettivamente

linguistica o operativa:

il passaggio dall’una all’altra è in realtà minimo.

Emilio Garroni



La lettura di Attimi e infinito di Caterina Trombetti pone dinanzi all’opportunità di affrontare la simbologia poetica da un punto di vista concreto – bilaterale e ricco di molteplici tonalità logico-intuitive – potenziato dall’essere translitterata in un’altra lingua, l’inglese. La tecnica del tradurre, in prevalenza repertori semantici riformulati nel segno e nel senso, ha occupato anni di proficua e capillare ricerca metodologica, con protagonisti di fama tra i quali Michail Bachtin con il suo cronòtopo: utilissimo direi, nella fattispecie, a recepire un’antologia in cui chi traduce cammina su un terreno semiotico vario: «figure testuali letterarie», precisa il curatore e traduttore David Tammaro, «sono frutto di una strategia comunicativa che fa proprio lo spazio intertestuale e le caratteristiche dominanti del testo di partenza  (prototesto), come emanazione dell’ambiente culturale dell’autore».

Mentre in fisica si adotta alludendo alla Teoria della Relatività di Albert Einstein, nella “scienza della traduzione” il cronòtopo, o tempospazio, venne impiegato nel 1937 dall’illustre filosofo russo per indicare le coordinate nella storia, nell’opinione o nello stile (in accordo tra mittenti e destinatari) inerenti la nascita e lo sviluppo dei brani tradotti: «è l’interconnessione sostanziale dei rapporti temporali e spaziali dei quali la letteratura si è impadronita artisticamente», è «l’inscindibilità dello spazio e del tempo», è «una categoria che riguarda la forma e il contenuto della letteratura» (da Le forme del tempo e del cronotopo nel romanzo). Il grande studioso, in particolare, conquistato dal dibattito nel merito del codice intrinseco al referente-romanzo, concentra il discorso sul rispetto necessario dell’asse linguaggi propri/linguaggi altrui, da attuare con successo correlandoli. In ragione – è ovvio – di un procedere con pertinenza nell’insieme originario di riferimento, di per sé abbastanza vasto da consentire verifiche organiche, e non “travisate”, da distinte espressività.

Michail Bachtin

Nella silloge della Trombetti (composta da liriche nate tra il 1986 e il 2016) il tutto è poliedrico, ma unitario. L’autrice scrive nella raccolta Fiori sulla muraglia e nell’hic et nunc coincidente con l’incipit: «Emerge lentamente / dal profondo silenzio. / Lì dimorava / l’ineffabile / noto e mai sfiorato». E un’omogeneità attinente rimane incontaminata nell’alter-ego inglese: «Slowly surfacing / from profound silence. / There dwelt / the ineffable / known but never touched». Poi leggiamo: «Negli occhi la poesia, / essenza di colori / e suoni / vibranti all’infinito / nel respiro del cosmo. / Fluttua, guizza / è inafferrabile, / prodigiosa fusione / e assolutamente / Uno»: o meglio, l’unità integrata del trovarsi o fluire cronotopico, anche bachtiniano. Nell’ignoto taciturno di tale simbolismo di semiosi in progress, si privilegia un’immagine viva, policroma e fiorita («botticelliana figura / rapita alla materia / per durare nel tempo»): ai margini misteriosi di una scala di poeticità quasi sospesa a una fresca limpidezza a pelle, su una fronte chinata per “respirare” nell’intimo l’imparzialità del «cosmo». Nondimeno l’«Uno», la «prodigiosa fusione» conclusiva della poetessa è naturalista, non apodittica, né situata nell’arcano, al di là di un sentire singolare dinamico: anzi, una tale linea di coesione è permeata di umana pietà.

Il filosofo e saggista torinese Jean-Luc Egger, in un intervento del 2012 in Lussemburgo su “Chiarezza e traduzione”, giudica prioritario un simile «fattore di umanità» nell’atto di passaggio da un idioma all’altro: «Essa esige alta sensibilità linguistica e implica la mobilitazione di notevoli risorse per tutte le attività che la rendono possibile (terminologia, consulenza specialistica, revisione, commissioni di redazione, controlli di qualità, formazione continua)». Convergendo, insomma, a riordinare un’effettiva «consapevolezza linguistica», la traduzione «diventa indirettamente anche un fattore di umanità, perché che cosa contraddistingue l’umano se non l’uso altamente perfezionato della parola?».  Ma, aggiunge Egger, «si potrebbe andare oltre: se è vero, seguendo le tesi di Roman Jakobson, che il nostro uso della lingua è già un continuo riformulare e ricontestualizzare enunciati noti e che quindi può essere definito come un continuo lavoro di traduzione, è anche possibile sostenere che la traduzione (…) può essere considerata come un uso della lingua alla potenza due, un atto linguistico al quadrato».

David Tammaro

L’ambito paradigmatico di vocaboli e contenuto, dunque, nel suo fluttuare sfugge a norme costrittive. Detenendo comunque un’energia vitale primigenia, è idoneo a dissolvere e risolvere l’individuo nel “supremo”, ossia in un’autenticità atemporale in qualche misura metafisica, non astrusa: appartenendo a un’“illusione” congrua, poiché – con le parole della Trombetti – «rapita alla materia» e, pertanto, percepita in chiave non vaga e ambigua. La metafisica, ricordiamo, pur reputata da Immanuel Kant – l’autore delle più celebri Critiche del conoscere – una scienza non sicura, in quanto non edificata su dati empirici (all’opposto, ad esempio, della fisica e della matematica), veniva giudicata un’«illusione necessaria». Attimi e infinito è collocato con “esattezza” in un territorio inquietante dove si indica l’estensione significativa di figure e leit-motiv testimoni della quotidianità, nonostante siano dotati di aura e distanza trascendenti: sono ipotesi valide a mostrare la disponibilità evocativa di documentare la forza del reale con un appello alto dell’Ego non isolato, bensì calato in una rete coinvolgente di livelli intrecciati.

In alcuni preamboli inclusi in Attimi e infinito, il grande Mario Luzi – la Trombetti ne è stata collaboratrice – qualifica una tale gamma di opere «semplici e dirette, desunte con lineare emozione dall’esistenza e dai pensieri dell’esistenza (…) e anche da certe fugaci e illuminanti intuizioni che essa suggerisce». Si suppone, quindi, i versi «tendano e poi si accostino a un loro assoluto: e raggiungano una loro profondità logica e linguistica che dà a chi le legge e le ascolta il timbro e la vibrazione, appunto, della irrefutabile poesia». In un omogeneo complesso di messaggio e lessico è allora pregevole l’incidenza sintattica impegnata sul vivo e in atto delle metafore e metonimie (o sineddochi), costruite in una trama di trasparenza letteraria a riflesso di colori attraenti, scorci narrativi di corpi, orme istintive nella bontà e nella cattiveria: in un permanente rifiuto e incremento di malessere, sensibile e ideale, orientato a intraprendere itinerari alternativi nel presente e nel passato. Non è un invito alla tregua: sono momenti di sosta, forse affascinati da un incanto pari all’abbaglio di un fuoco d’artificio, nella notte invasa da una luce rosata, capace di non abbandonare una dialettica di paesaggi illustrati e ricavati in piena libertà.

Mario Luzi e Caterina Trombetti

Ed ecco Meriggio, quando l’autrice, in prima persona, confessa: «Si preannunciano inusitate avventure; / ed ha inizio un fresco viaggio / fatto di panni spiegati nell’aria / che in danza accompagnano / quel vivo silenzio / del mezzo del giorno. / È ancora promessa di terre lontane». A volte anche io interagisco, in una lunga routine di cammino, nel lavoro, nei sentimenti, con la volontà di guardare nel remoto, in un linguaggio avvalorato da un’espressione ampia e non dettagliata (ossia priva di un segno preciso), come garanzia (o «promessa») di princìpi a caso, acquisiti qua e là, all’altezza di afferrare nell’intimità, mentre un domani “preannunciato” «si gonfia di vento / ondeggia nel sole / e il muro, la pietra si animano». Così Tammaro, commentando Il mio Pesce nero (dalla quasi omonima silloge Il pesce nero), annota: «Divenire altro da sé per essere sé. Entrare nel suo reame, non solo umano, ma panico, le cui orditure sono il suo concetto di società matriarcale e la sua concezione presocratica alla ricerca dell’Uno nel cosmo».  È un’arte, di conseguenza, non svelata: è sfumatura, filtro spirituale degli elementi di un mondo partorito dalla donna nella natura, nell’ordine di una riconquista di atmosfere primitive e propizie, generatrici di salvezza dall’inquinamento degli interessi imposti da desideri alienati e conformismo.

Appare una «Terra ricolma, gravida per noi / Terra scavata, lacerata e poi violata», è affermato in Potenza generatrice, e inoltre: «Abbiamo assecondato il tuo ciclo / colto i tuoi doni / e quante volte ti abbiamo / tagliata e mutilata / per i nostri assassini esperimenti»: il tragitto dove corriamo a fatica è tappezzato da contingenze immanenti e impetuose, e il ritmo, il suono martellante di simili coesioni lessicali vorrebbe ricostruire il perduto, sebbene lontano dal fuoco con il quale abbiamo distrutto la pietra, e dalla pietra utilizzata nel tentare di soffocare le fiamme. La Weltanschauung della Trombetti – con lo strumento eversivo del messaggio artistico – sembra voglia arginare le «piaghe» ricoprendole di «verde»: offrendo di nuovo una «messe» in grado di compattare il tutto di “pace”, se coscienza e corpo comunicassero con quella «madre gentile e amorosa» sempre antagonista, coraggiosa del travaglio per compiacere la vita. In un’esistenza affiorata, subito vittima potenziale trascinata da venti contrari in una “miniatura” vuota, assieme a stelle, a chimere all’improvviso dissolte, si dispiega una tristezza indomita, non rassegnata al discredito senza ragione, che rientra infine ricacciata nell’ignota dimora. In più, la propensione operativa trapela in una sostanza strutturale di denuncia delle attuali ingiustizie e sofferenze, convalidata in campo in una significativa dinamica di fusione tra l’intensità lirica e il quotidiano cruciale delle carceri, ad esempio nell’Istituto Sollicciano di Firenze (da cui la silloge Dal cielo cascò una rosa).

In altri termini, Caterina Trombetti mostra di non cercare le parole in paradigmi precodificati di vocaboli e contenuti, calandole invece in una sorta di stato di grazia, in un non-luogo (lo outopos greco ) favorevole – concreto e constatabile – al paesaggio naturale in sé, quando il poeta e l’ambiente-società si scoprono a vicenda. Nelle Colline senesi, tra gli inediti, è scritto: «Respiro inebriata, mi alimento, / è una linfa di vita che torna, / è la pace dopo tanto frastuono. / Mi libro anche io nell’aria / vestita di bianco, / penso agli uomini che sono passati, / al lavoro incessante che ha plasmato / questa terra così morbida e bella». Si tratta perciò di raggiungere il nucleo della psiche, di togliere la maschera distorta del tempo, obbligata a causa dell’integrità di origine assente: è l’impulso di possedere un tono adeguato a ogni senso, corrispondente alla verità di un’anima e di un reale carnale, in un universo adatto ad un profilo interiore e collettivo.

Un’ulteriore matrice del repertorio della nostra autrice è la memoria, non articolata in una classe pertinente espositiva, piuttosto selettiva. In Dentro il fuoco, nel brano Rigenerazione, leggiamo: «Ho lame di coltello nella mente. / Non tornare – mi dici – a quei giorni, / lascia che affondi il vascello di pene», ma poi: «Così mi dici ed ascolti il mio pianto / mentre confondi il tuo cuore col mio» e, alla fine, «nella profondità giace il forziere / ed io sulla tua fronte di ragazzo / poso le labbra per un bacio». Ne scaturisce una rimembranza ininterrotta o a brevi flash, sulla superficie del mare di un’obbiettività disposta a riaccoglierla e, in parte, contaminata da rimorsi, nostalgia e accuse lontani da slanci consolatori e nemmeno evasivi. Un diritto di conforto, benché utopistico, è attendibile se collocato nell’aura del “canto” dell’arte («da te arriva il canto / porti il pensiero in alto / nel volo»), a patto, però, di non sperare che essa sia in grado di salvare, da sola, l’uomo in sé, né mutare l’insieme alterato, identificandosi con semplicità (per modo di dire) con la dimensione oggettiva delle cose.

Negli esametri dattilici dell’Odissea, uno dei grandi poemi epici attribuiti a Omero, l’eroe protagonista, del resto, non sceglie di immedesimarsi con la natura per aggirarne gli ostacoli: la inganna, invece, estorcendone i segreti, “corretti” al punto da coincidere con un vantaggio personale. Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, nel celeberrimo saggio Odisseo, o mito e illuminismo (1947), giudicano tale epos, «specie nel suo strato più arcaico, legato al mito: le avventure derivano dalla tradizione popolare. Ma lo spirito omerico, che si impadronisce dei miti e li “organizza”, entra in contraddizione con essi (…). I due concetti si separano (…). La poesia omerica conferisce universalità alla lingua, se già non la presuppone; dissolve l’ordine gerarchico della società con la forma essoterica della rappresentazione, anche e proprio quando lo esalta».

Infatti, in Traccia, non alludendo a «giorni lunghi / come ombre vertiginose ai poli», Caterina Trombetti parla «del rapido, / immediato scorrere del giorno / nella sua luce piena, / nel suo abbaglio». E la cecità di Omero, il veggente, «spalanca le porte»: è un «tam-tam di altre vite», di «altre storie». Eppure non mi sorprendo, anzi onoro l’invocazione: «Ma è la tua vita, / è la tua storia» e, soprattutto: «Omero cieco nel suo incessante andare (…) Ha spalancato le porte / e ci ha dato la chiave».



Caterina Trombetti

Attimi e infinito / Moments and Infinite

Poesie scelte 1986-2016

traduzione in inglese di David Tammaro

scritti critici di Mario Luzi

edizioni Thedotcompany, Reggio Emilia, 2017, pp. 154, € 13,90


Autore: admin

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