Agata MOTTA – Saggistica breve. Divagazioni sui Lehman

 

Saggistica breve

 

DIVAGAZIONI SUI LEHMAN

Riproponiamo il saggio di Agata Motta in occasione della selezione, avvenuta ieri a Padova nell’Aula Magna G. Galilei di Palazzo Bo, dei cinque libri finalisti della 55^ edizione del Premio Campiello, fra i quali “Qualcosa sui Lehman” di Stefano Massini ha ottenuto il maggior numero di voti.


foto di scena dello spettacolo di Ronconi

A iniziare dall’avventura letteraria di Stefano Massini, dalla quale Ronconi ha desunto la sua ultima regia

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Il 2008 segna il fallimento della Lehman Brothers, legato alla crisi dei mutui subprime, e avvia l’avventura letteraria di Stefano Massini, multicorde drammaturgo rappresentato con successo anche oltreoceano, che di quella catastrofe ripercorre l’affascinante storia in Qualcosa sui Lehman, edito da Mondadori. Ma come possano eventi prevalentemente economici tradursi con disinvoltura in un vortice seduttivo di calcoli numerici, di azzardi d’impresa, di teorie speculative, di giochi di borsa e quant’altro sia legato all’universo criptico degli esperti in materia è un misterioso prodigio di cui solo l’autore custodisce il segreto. Chi legge il libro può solo limitarsi a fare qualche illazione o meglio abbandonarsi al fluire della narrazione.

Stefano Massini riesce a rendere estremamente intrigante e sinuosa una materia di per sé arida, e vi riesce perché essa si incarna nei personaggi sino a divenire un blocco compatto, un flusso circolare in cui finanza e persone si tengono per mano, in cui i meccanismi legati al successo e all’ossessione del denaro – accumulato, investito, moltiplicato – si fondono con la psiche di ogni membro di questa bizzarra e potentissima famiglia dedita al culto del proprio nome.  E se il lettore potrà sentirsi inizialmente intimidito dallo spessore e dal peso di un tomo di 773 pagine, una volta posato lo sguardo sull’albero genealogico posto in apertura e sulle prime pagine in cui il nero dello scritto sembra galleggiare sul bianco del foglio non può non sentirsi trascinato all’interno della storia.

L’unica sua occupazione sarà a questo punto quella di rosicchiare ampie porzioni di tempo libero e di trovare una posizione comoda per consumare, fagocitare ed incenerire parole che si vorrebbero moltiplicate come il denaro/feticcio oggetto della narrazione. Si danza dunque sui ritmi di una scrittura potente e inebriante (sulla copertina troviamo la definizione di romanzo ballata per necessità di sintesi) che esalta il fluire dei versi – dal bisillabo alla prosa ritmica – che ricorre a dialoghi di impronta teatrale, ad accorgimenti tipografici legati ai colori, alle dimensioni, ai caratteri e ai concetti espressi attraverso di essi, alle percussività anaforiche, alle rime usate come optional eufonici, alla destrutturazione della gabbia sintattica, ai repentini passaggi di testimone delle voci narranti e alla mimesi di tutto quanto uno scrittore possa avere a disposizione per divertirsi con la sua creatura, se libero dagli obblighi legati all’ortodossia dei generi e dalle imposizioni di astratte e coercitive “linee editoriali”.

La grande avventura di una delle più grandi banche americane si anima degli umori e delle astruserie di questa famiglia di ebrei tedeschi sbarcata, tramite il timoroso primogenito di un mercante di bestiame, nell’America dei sogni a buon mercato per raggranellare qualche gruzzolo e poi tornare in patria. Un banale cambio di nome (dall’originario Heyum Lehmann storpiato da un ufficiale del porto in Henry Lehman) diviene quasi un segno premonitore, l’impulso che spinge ad un nuovo inizio lontano dalla natia Rimpar in Germania e dalla figura granitica di un padre autoritario e poco incline alle tenerezze e alle parole superflue.

E si parte per un viaggio acrobatico (la figura di Solomon Paprinskij, l’equilibrista di Wall Street, ne è metafora) di ventisette capitoli – titoli yiddish tradotti e spiegati in un glossario – che sviscera la storia di due secoli, non solo quella strettamente legata alla finanza ma anche quella politica e sociale che sull’economia hanno sempre aveuto le loro ovvie e pesanti ripercussioni. Si passa dunque dalla guerra di secessione alle guerre mondiali, dal maccartismo all’infelice avventura del Vietnam e, parallelamente, dalla seconda alla terza rivoluzione industriale – passando attraverso il cotone, il carbone, il caffè, lo zucchero, il tabacco, le ferrovie, il petrolio, le automobili, gli aerei, i computer – dal consumismo sfrenato alla creazioni dei bisogni indotti. Bisogna sommergere il mondo di prodotti, comprare è l’unico imperativo categorico.

Henry presto è raggiunto dai fratelli. Gli esuli per scelta diventano tre e sono la testa, il braccio e un bulbo di patata: tre caratteri diversi e tre singolari modalità di approccio agli affari e alla vita, tre tempre forti e diversamente malleabili che attraverso il commercio approderanno ai sacri riti del capitalismo. Tutti i Lehman sono stati segnati dalla forte impronta paterna, ma nessuno di loro, divenuto padre a sua volta, rinuncerà a marchiare i propri figli.  Così sarà la volta dei cugini al timone: il taciturno Dreidel, nascosto dalla sempiterna nuvola di fumo; il metodico Philip, intento alla conquista della prima fila dei posti al Tempio come indice dei successi conseguiti; il coniglietto Sigmund trasformato in cinico opportunista; l’inflessibile giudice Irving, il politico Herbert tentato da scrupoli democratici e i tanti altri parenti di sesso maschile che condurranno alle vette eccelse il marchio di famiglia.

Ma è l’immenso e fragilissimo Bobbie (la grande crisi del ’29 gli piomba sulle spalle come un macigno) a far schizzare alle stelle la disposizione empatica del lettore. Inchiodato come Noè, David e Giona ad una volontà superiore, Bobbie è condannato a ricevere la gratitudine dell’umanità intera (la folla, reale o immaginaria, che esclama “Grazie, signor Lehman” è il leitmotiv del narcisismo di famiglia) e a perpetuare l’immortalità di un nome che sarà infine traghettato verso gli inferi da estranei. Alla guida della nave in tempesta saranno infatti altri nocchieri che, come i Lehman delle origini, sono figli di immigrati (greci e ungheresi) in cerca di fortuna.

Nel corso dei decenni cambia la geografia mentale dei personaggi che corrisponde a nuovi luoghi cui appartenere: dalla Baviera all’Alabama, da New York al pendolarismo forsennato dell’ultimo membro della dinastia, mecenate per vocazione e banchiere per dovere, ondivago e incerto come la società che rappresenta, solido e titanico come Vecchio Testamento impone.

E frattanto cambia pure la percezione religiosa: da  ebrei ortodossi rigidamente osservanti, i Lehman, sospinti dal vento del progresso e coartati dalle dure leggi del mercato che non lasciano spazio a sentimenti e tradizioni, indosseranno i panni più consoni di ebrei riformati.

La componente ebraica è fondamentale per lo snodarsi della storia e per le scelte stilistiche dell’autore. Massini attinge a piene mani all’ironia yiddish che affianca la gioia e la tragedia, il trionfo e la catastrofe, quest’ultima sempre incombente nell’attività onirica (anche la neonata psicanalisi fa capolino tra le pagine) in modulazioni peculiari: ogni Lehman possiede i propri traumi e le proprie paure e ognuno li materializze in forme e immagini ricorrenti del tutto personali. E accanto ai sogni alloggiano portentose fantasie di onnipotenza, alcune in assetto cinematografico – la lotta contro King Kong (film realmente finanziato nel ’33 dalla Lehman Brothers) – altre in forma grafica come l’avventura di Superman (il solito Bobby affetto da psicosi patriarcale) costretto ad usare l’energia atomica contro il mostruoso avversario con la svastica sul petto.

Se nella facciata pubblica l’universo Lehman è tutto al maschile (solo gli uomini sono predestinati al comando), nel privato, invece, la scelta delle compagne di vita e delle perpetuatrici di cotanto lignaggio è un affare assai serio e proprio a queste ricerche razionali e ponderate l’autore dedica alcuni dei capitoli più divertenti e irriverenti. Abbiamo la vedova scaltra e la cugina che guida dietro le quinte il marito/bambino, le mogli che si adeguano a ruoli preconfezionati e quelle che rivendicano i loro spazi in quello squarcio di secolo in cui il femminismo concede loro diritti e congrui assegni di mantenimento. Senza dimenticare le lunghe gallerie delle ipotetiche fidanzate, passate al setaccio del gradimento e della ragione come il bestiame del tedesco antenato, fanciulle che spesso saranno strumenti di fruttuose alleanze tra colossi della finanza ebrea.

Sembra quasi che autori quali Israel Singer e Woody Allen  sorridano sornioni dentro le pagine più lievi di Massini, lumachine intente ad intridere di caustica bava le amare ferite del quotidiano esistere e ad agitare festose le antenne al risuonar dei dobloni. L’umorismo regna sovrano, smussa gli spigoli, abbassa e solleva la materia, la sostanzia per donarle paradossalmente la giusta solennità.

I conti alla fine tornano per tutti: per l’autore, che con evidenza si compiace della sua perizia tecnica e dell’architettura poderosa che ha innalzato per i suoi straordinari personaggi, e per il lettore, che emerge a riprendere fiato dopo un’apnea libidinosa che si vorrebbe ulteriormente prolungare.

E per chi volesse ancora bagnarsi nelle stesse acque, lo spettacolo teatrale Lehman Trilogy – ultima regia di Luca Ronconi (a lui il libro è dedicato) e prossima di Sam Mendes a Londra – costituisce di certo l’occasione più propizia.

Autore: admin

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