Teresio SPALLA- Roger Moore. Un uomo sospeso tra due continenti

 

 

La memoria

 


UN UOMO SOSPESO TRA DUE CONTINENTI

Roger Moore (1927-2017)

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Si è spento, il 23 maggio, in Svizzera, nel suo chalet di Cras Montana, dove viveva dal 1978 dividendosi con soggiorni nella sua villa a Montecarlo e in quella sulla Costa Azzurra, uno dei più famosi attori del Novecento.

Famoso certamente, non sempre bravissimo ma spesso bravo, comunque un buon interprete prima di condannarsi ad un lifting mummificante impossibile ad una vista immune dal fascino della vecchiaia rifiutata artificialmente.

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Aitante e simpatico, comunque dotato di un’innata ironia che lo farà spesso scherzare su se stesso, rimarrà per tutta la vita, nonostante le sue apparizioni in produzioni internazionali e americane, dalla metà degli anni Sessanta agli anni Ottanta, il prototipo del raffinato avventuriero britannico, conoscitore e amante del buon vino e del caviale, coltivatore di donne dalla bellezza inarrivabile, vagabondo milionario nelle località più esclusive, intrappolato in eventi sempre in contrasto con la sua vocazione al piacere riposante e aristocratico.

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Questo ruolo (che fu negli anni Trenta di Leslie Howard e Ronald Colman, per un po’ di Cary Grant e RayMilland prima dell’identificazione come star esclusivamente hollywoodiane, e infine di David Niven dagli anni Cinquanta in poi) se l’era guadagnato con fatica e una encomiabile e dura dedizione al suo lavoro di attore. Infatti, come Cary Grant, Richard Burton e i suoi amici-rivali Sean Connery e Michael Caine, veniva da una famiglia proletaria.

Suo padre era un poliziotto di strada, uno di quella specie di vigili urbani londinesi che giravano con il casco semicilindrico, la finanziera zeppa di bottoni, e il proverbiale manganello di Scotland Yard.

Nato nel ’27, con la guerra aveva dovuto interrompere gli studi alla Royal Accademy of Dramatic Art (dov’era entrato grazie ad un aiuto previsto per i ragazzi più dotati di famiglie non in grado di pagare la retta) e dove aveva conosciuto la sua prima fidanzata, una compagna di studi che rispondeva al nome di Lois Maxwell .

Si fece tutta la gavetta, da soldato semplice a capitano trascorrendo anche un paio d’anni nella Berlino occupata tra il ’45 e il ’47.

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Tornato in patria si dedicò con successo al teatro e successivamente alla prosa televisiva dove questo ragazzone dalle indubbie attrattive maschili non sfigurò se lo chiamarono all’interpretazione di opere di alta qualità tra cui non mancò l’esperienza scespiarana.

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Ma Roger Moore voleva provare ad approdare a Hollywood.

L’esempio di tanti colleghi che c’erano riusciti prima e dopo il conflitto lo spingeva in quel senso. E anche il suo agente che dagli stipendi della Bbc percepiva una ben risicata percentuale.

Però, nel suo primo soggiorno americano, dovette constatare come fosse difficile, per un attore inglese dall’inconfondibile accento londinese, trovare parti che non fossero quelle di un europeo, giacché per il pubblico americano un britannico può interpretare ruoli di ogni paese, può tuttalpiù trasformarsi in un gentiluomo del Sud, ma mai essere un yankee.

Se infatti molti suoi conterranei avevano trovato il successo oltre atlantico altri non ci riuscirono mai, per esempio il mercuriale Rex Harrison, l’inarrivabile Alec Guinness, lo sponsorizzatissimo Edmund Purdom che finì tristemente la sua carriera in Italia facendo il cameriere di Maurizio Costanzo, fino al più aspro Stephen Boyd, e Richard Todd pur celeberrimo in patria negli anni Cinquanta.

Gli spettarono quindi ruoli di fianco nelle ambientazioni europee L’ultima volta che vidi Parigi, Oltre il destino, Il ladro del re (subissato come protagonista proprio da David Niven).

Recitò accanto ad Elizabeth Taylor, Ava Gardner, Eleanor Parker, Annblyth, ma rimaneva sempre un comprimario per parti delimitate.

Una maggiore affermazione sembrò arridergli quando lo chiamarono per impersonare il principe Enrico di Valois, il ruolo principale maschile in Diana la cortigiana, la travagliata storia di Diana di Poiters sceneggiata da Christopher Isherwood per la Metro. Ma la protagonista Lana Turner non gli lasciò molto spazio sebbene, in privato, non fu insensibile al fascino ancora grezzo del giovane attore di Brixton.

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Fu così che l’anno dopo (’57), sciolte eventuali proposte di contratto con le majors statunitensi, tornò a Londra dove, nel ’58, fu scelto per Ivanhoe (1958-1960) una delle più belle, memorabili e famose serie per ragazzi che la Bbc stava per produrre dopo il grande successo del Robin Hood (1955-1960) con Richard Greene.

La serie, girata quasi esclusivamente in teatro di posa secondo il metodo allora in vigore (riprodotto e amplificato anche in Italia) ma in pellicola, ebbe un tale successo che rischiò di sfondare, anche se non ci riuscì, il mercato televisivo americano pur ancora reticente alle produzioni europee e avverso anche per motivi politici.

Era infatti noto che la maggior parte degli sceneggiatori, sia di Robin Hood che di Ivanhoe, erano scrittori e registi sfuggiti al maccartismo che avevano trovato in Inghilterra una nuova patria.

Forse, anche per merito loro,Ivanhoenon è solo una delle migliori produzioni che la mitica “Tv dei ragazzi” rese popolarissima anche tra i bambini italiani della mia generazione e non solo di quella, ma un’opera complessivamente intelligente, piena di humor e di strali satirici sul potere e sull’ingiustizia sociale.

Distaccandosi nettamente dal personaggio di Walter Scott gli autori televisivi riuscirono bene a rendere un medioevo con molti, cauti ma espressivi, riferimenti moderni, in grado di essere accettato e compreso da grandi e piccini di quegli anni in cui, proprio nel Regno Unito, ribollivano il free cinema e il teatro degli angryyoung men aprendo le porte ad una cultura pop che condizionò il mondo musicale e le arti visive fino ad arrivare anche in televisione con serie come l’ancor oggi inarrivabile The Avengers(in Italia, col titolo Agente speciale,di cui furono trasmesse solo le stagioni con Diana Rigg e poi Linda Thorson come protagoniste femminili insieme all’inappuntabile Patrick McNee) che durò dal ’61 al ’69, passò dal bianco e nero al colore, e, già nel ’63, (con Honor Blackman, la futura PussyGalore di Goldfinger) sfondò in Usa come prima serie britannica trasmessa in prime time dalla Nbc su scala federale.

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Roger Moore non fu insensibile agli entusiasmi artistici e sociali (nel ’64 i laburisti tornarono a Downing Street con la politica avanzata di Harold Wilson)  di quel momento magico che aveva nella  swingingLondon la sua capitale fervida e frizzante.

Proprio per questo non tornò in Usa (dove aveva svolto svariate apparizioni in serie antologiche tra cui un episodio di AlfredHitchcock presents) e accettò il ruolo di Simon Templar nel serial, tratto dai romanzi di Leslie Charteris ma reideato per la tv da Robert Baker e MontyBerman (che avevano collaborato a The Avengers) con un taglio più accattivante ma meno duro e cinico dei romanzi benché l’autore si riservò, almeno nelle prime stagioni, un certo potere nelle scelte del cast e delle sceneggiature.

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La serie, intitolata The Saint, dall’ironico soprannome del protagonista e dal disegnino un po’ eretico con cui firma le sue azioni, partì nel ’62 e durò fino al ’69. Fu uno dei più grandi successi televisivi di tutti i tempi sebbene, a dispetto della mai sopita vocazione hollywoodiana di Roger Moore, non riuscì mai a raggiungere altissimi risultati in Usa.

Forse The Avengers ci riuscì perché rifletteva ben di più il momento, lo stile giovanile, che la cultura popolare stava trasferendo oltre oceano sulle musiche dei Beatles e dei RollingStones le quali andavano ad incontrarsi con un mondo artistico fino ad allora escluso dalla televisione americana.

Sta di fatto che, in tutto il resto del mondo, Roger Moore, dopo essere stato identificato con Ivanhoe, divenne per tutti Simon Templar, questo era il nome anagrafico di The Saint, per eccellenza anche se il personaggio era stato e sarà interpretato da altri attori in alcuni tentativi non tutti fallimentari come quello francese, ridotto ad un solo film, con Jean Marais o al serial cinematografico statunitense dell’Rko, realizzato tra il ’39 e il ’42, con George Sanders, composto da quattro pellicole destinate al doppio programma.

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Simon Templar assomiglia a James Bond, non è un agente segreto ma spesso è costretto a farlo per pagare qualche debito al foreign office, ha più o meno le medesime caratteristiche del personaggio di Ian Fleming (gusti costosi, auto d’alta marca, viaggiatore di lusso; amante delle belle donne; le stesse qualità che saranno poi attribuite, nella realtà, allo stesso Roger Moore) ma con un paio di differenze.

James Bond, sul piano letterario, rappresenta l’alter ego immaginario di un autore di scarsa vaglia, arrivista e parvenu, che infatti aveva immaginato per il ruolo il  Cary Grant di Scandalo a Filadelfia, per lui attore simbolico della commedia sofisticata.

Invece Simon Templar non ha il sostegno di un apparato spionistico quasi totalmente inventato o supermaggiorato da Fleming, è soprattutto un avventuriero (del quale non sapremo mai l’origine dell’aspirazione al mettersi nei guai e sempre sul filo della legalità tanto che le polizie di tutto il pianeta lo tengono sul libro nero) che conta soprattutto su se stesso e su aiutanti occasionali.

Inoltre i romanzi di Charteris (editi da noi, come quelli di Fleming,da Garzanti, collana economica romanzi d’azione) oltre ad essere assai migliori da un punto di vista narrativo, ritraggono Simon Templar come un indisciplinato assoluto, scettico fino al cinismo, capace di essere crudele con le donne che lo amano come con i nemici che lo odiano, ritratto estroverso del male e del bene della modernità.

Dal punto di vista ideologico Simon Templar è neutrale sino all’indifferenza. Sia nei libri che in tv disprezza i ricchi ma li frequenta, spesso per impadronirsi di gioielli preziosi o corteggiare una ragazza che gli piace.

In un episodio lo vediamo risolvere uno sciopero fomentato dai classici fanatici, mentre, in un altro, sgomina un imprenditore ladrone e schiavista donando la sua impresa ai suoi operai; ai tropici sta quasi sempre dalla parte degli indigeni ma, da buon anglosassone, non disdegna gli interessi coloniali.

Non ha particolare simpatia per le ex colonie americane dove, di solito, gli intrighi nascono da situazioni sociali estreme che sarebbero inaudite nell’Inghilterra del tempo. In uno (di cui gli sceneggiatori erano reduci della lista nera)  prende le difese di uno scrittore a cui la censura statunitense ha impedito di pubblicare un romanzo sulla malavita metropolitana.

Spesso e volentieri risolve tutto seducendo donne potenti e malvagie, attratte sensualmente da lui che le abbandonerà dopo averle truffate e punite. Ma ha rispetto per le brave ragazze e, se le porta a letto, preferisce essere lasciato che lasciarle.

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E’ quindi evidente che, quando i produttori Saltzman e Broccoli pensarono ad una trasposizione cinematografica in grande stile di DrNo (tratto da uno dei peggiori lavori di Ian Fleming e intitolato da noi Agente 007-Licenza d’uccidere) avevano presente più la grande esposizione televisiva di The Saint che il personaggio desiderato dall’inventore di James Bond.

Per quanto in televisione Simon Templar fosse edulcorato era pur sempre l’evoluzione ideale e umana di un personaggio di carne e sangue e non il prodotto delle deluse prospettive di un uomo mediocre come Fleming.

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Per questo giudizio si tenga conto che il personaggio di Simon Templar nasce nel 1928 anche se Charteris (figlio di genitori americani ma nato a Singapore nel 1907 e poi cittadino del Commonwealth sino alla morte nel 1993) produrrà i suoi cinquanta romanzi nell’arco di tutta la vita e attraverso il cambiamento di mode e costumi, dall’età del jazz a quella ben più arida di Margaret Tatcher e Ronald Reagan.

Per inciso gli ultimi quindici romani con Il Santo sono soltanto supervisionati dall’autore e redatti da altri : Harry Harrison (che firma con Charteris la sua ultima opera originale : La vendetta del Santo del ’64,) e soprattutto Fleming Lee (insieme a Donne Avenell, Peter Bloxmon, Terence Feely, John Kruse, Donald James, D.R.Mottom, Michael Pertwee, Chris Short, Leigh Vance, Michael Pertwee) mentre Burt Baer e Jonathan Hensleigh scrivono da soli i due romanzi usciti dopo la morte del creatore, editi nel ’97 come ricavo della sceneggiaturadel coevo film Il santo con Val Kilmer da cui la Robert Evans Company si aspettava un successo che non ci fu.

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“Le avventure di Simon Templar” ebbero sei stagioni di 118 episodi complessivi.

In questa serie parteciparono personalità affermato del firmamento interpretativo inglese e giovani attori che diventeranno famosi più tardi come Oliver Reed e Donald Sutherland; la sua amica Lois Maxwell destinata ad essere identificata come la Molly Penny dei film con James Bond, la bellissima e statuaria Shirley Eaton che in Goldfingerviene dipinta d’oro.

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Sta di fatto che, nella stagione ’61-’62, Roger Moore fu il primo attore ad essere interpellato per il personaggio di James Bond.  Ma non poté accettare poiché – a parte il contratto con Baker e Berman che poteva essere superato con un prelievo dai novecentomila dollari messi a disposizione dall’United Artists per quello che doveva essere un film di spionaggio un po’ sui generis ma niente di più – egli era diventato produttore associato della serie. Non sarebbe quindi stato in grado di giustificare alla Bbc l’evasione da un personaggio che gli rendeva molte migliaia di sterline alla settimana per un altro dal futuro ancora incerto.

Per queste ragioni, Saltzman e Broccoli scelsero poi il quasi sconosciuto Sean Connery, più carnale e apparentemente volgare di Roger Moore, anche lui reduce da un tentativo americano andato a male (Estasi d’amore, del ’58, anche lui con una preponderante Lana Turner) e con un accento scozzese che andava immediatamente corretto.

Non sapevano, con questa scelta (che fu patrocinata dallo stesso Roger Moore, amico di Connery), di cambiare la fruizione cinematografica del pianeta, spostando in Europa il cursore di una nuova interpretazione dei generi che avrebbe creato filoni paralleli, sottofiloni, imitazioni tra le più variegate, fino ad influenzare il western, il giallo-thiller tradizionale, il film d’avventura in genere.

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Tutto ciò anche se James Bond non entrò così di volata nel mercato americano come si pensa oggi.

Infatti (se non nelle immediate riedizioni) non fu Licenza d’uccidere, con la conturbantissima Ursula Andress che usciva dalle acque caraibiche, ma Dalla Russia con amore (’63)con la meno “espressiva” Daniela Bianchi, a sbancare i botteghini di tutto il pianeta e a stabilire un rapporto con la cinematografia americana (del resto Broccoli era un americano che aveva fatto fortuna con una produzione che sfruttava i “capitali congelati” delle majors americane in Inghilterra) che pian piano diventerà un legame forzoso e inalienabile.

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Tornando a Simon Templar o a Le avventure di Simon Templar(come sarà intitolato The Saint da noi, volendo la Rai escludere il riferimento religioso sebbene il personaggio fosse già noto come Il Santo nei libri della Garzanti) possiamo fare alcune osservazioni.

Il personaggio, rispetto ai libri di Charteris, è reso più nobile e disponibile alle buone cause, censurato degli aspetti più corrivi in previsione dell’esportazione, meno carogna e più cavalleresco con le donne.

I telefilm sono girati con il citato sistema tradizionale, anche le ultime stagioni a colori, e, coll’ingigantirsi del successo internazionale, si rivelano ancor più particolarmente economici rispetto ai guadagni.

Roger Moore gira solo in teatro. Le scene in cui lo vediamo entrare in auto o salire su un elicottero sono filmate da lontano, preparate precedentemente con una controfigura, e, per segnalare fin dall’inizio l’ambientazione di un episodio o di un altro, si usa mostrare scene documentarie della campagna inglese come della Montecarlo dell’epoca. Subito dopo appare Simon Templar seduto al tavolino di un bar o nella hall di un albergo ricostruiti limitatamente in studio.

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A proposito dei numerosi giri turistici del Santo, è giusto appuntare che le storie ambientate in Italia subiranno una distorsione nella traduzione dei dialoghi e alcuni tagli raffiguranti insegne o segnali stradali, e si suggerisce che ci si trovi in Spagna o in Grecia.

Tra l’altro, come vedremo, questo avverrà anche nella prima edizione di un altro serial con Roger Moore – Attenti a quei due – dove si arriverà a cassare interi brani a scapito della comprensione della trama.

Tutto ciò risulterà evidente quando le due serie usciranno in edizione completa negli anni Ottanta ma bisogna tenere conto, a giustificazione dei curatori della Rai, che il nostro paese è rappresentato, specialmente in Le avventure di Simon Templar, come un luogo del terzo mondo : un ambientazione rurale rozza e ignorante, una Roma-suburra popolata di congreghe di mendicanti come in un romanzo d’appendice dei primi del secolo scorso, polizia corrotta e personaggi di contorno ridotti quasi esclusivamente a macchiette buone o perfide.

Non è stato un caso unico. Molti film americani, francesi, inglesi, tedeschi, noi li abbiamo visti – prima della loro apparizione in dvd con la durata completa e le scene tagliate fornite di sottotitoli – privati dei pessimi apprezzamenti rivolti all’Italia e alle supposte caratteristiche della nostra popolazione, all’amministrazione pubblica in genere, non solo prima ma ben dopo l’era del boomeconomico e la rivalutazione della lira.

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Intanto Roger Moore, tra il ’59 e il ’69, mentre gira e produce Le avventure di Simon Templar, tenta ancora l’abbordaggio alla mecca hollywoodiana.

In questo decennio escono film diversi, nessuno dei quali particolarmente memorabile, tranne forse L’oro dei settesanti (’61) – accanto a Clint Walker, allora famosissimo divo del serial Cheyenne – un western dalle venature anticonformiste, con un copione che evita l’ovvio e il ripetitivo a favore di una vicenda in cui Moore è ovviamente un irlandese immigrato da poco e da poco alle prese con il selvaggio Ovest americano.

Le altre pellicole sono l’evidente prodotto di un cinema in crisi di contenuti : il tremendo Vento di tempesta (’60) ricostruito nella Spagna invasa da Napoleone (un film di cui lo stesso regista, Irving Rapper, denunciò i tagli e le imposizioni della produzione); Desiderio nelsole (’61) ambientato nel Congo Belga dove le buone intenzioni del soggetto si mescolano a un clima melodrammatico-sessuale di terz’ordine.

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Come altri attori anglosassoni del periodo, non troppo costosi per i budget nostrani, arriva anche in Italia dove gira la coproduzione italo-franco-jugoslava Il ratto delle sabine (’61) dove interpreta niente di meno che Romolo, il fondatore di Roma,  circondato da bellezze locali  – Rosanna Schiaffino (la dea Venere !) Giorgia Moll, Scilla Gabel – e diretto dall’austroungarico naturalizzato francese Richard Pottiér. Un peplum fantastorico senza Storia e senza fantasia.

In seguito sarà anche nella poco nota storia, tutta italiana,Un branco di vigliacchi (’62) di Fabrizio Taglioni, vicenda di guerra e brutture naziste con al centro un’innocente Pascale Petit.

Non sarà questo film, di scarsissimo successo e distribuito malamente, la sua ultima escursione professionale in Italia. Nel ’76, quand’era già famoso come nuovo James Bond, girerà Gli esecutori, thriller mafio-criminale con un certo budget e la distribuzione americana della Aic di Roger Corman, al fianco di StancyKeach .

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Ma è ancora la televisione che lo valorizza di più anche negli Stati Uniti.

Mentre è già Simon Templar è il protagonista di una serie sfortunata, che dura una sola stagione, con RayDanton e Dorothy Provine – The alaskians(inedito in Italia, 1959-60) – ambientata durante la corsa all’oro del 1890. Queste avventure alla Jack London non piacciono troppo ma hanno il merito di metterlo in risalto.

Per questo sarà chiamato per il serial che gli darà più notorietà di ogni altro negli Usa – Maverick(1957-1962) – con James Garner, dove è la guest star periodicaBeauregardeMaverick, cugino inglese del protagonista.

Maverick, un western commedia, ha un richiamo assoluto e fa di Garner una star definitiva. Ne sarà realizzato un prequel – The youngMaverick (’78), un tv-movie – The new Maverick (’79) – e un sequel tardivo – Brett Maverick (1981-82) – di diciotto episodi. Seguirà ancora il bruttino film – Maverick (’94) con Mel Gibson, dove Garner farà un cameo a titolo informativo.

Le prime stagioni (di cui alcuni episodi sono apparsi in Italia per poco tempo sulle tv private negli anni Ottanta per poi subito scomparire) non ebbero un gran successo in Europa ma in Usa Roger Moore, pur brillando di luce riflessa, brillerà abbastanza che molti appassionati del silver television screen (anche se Maverick è a colori), lo ricordano soprattutto come “il cugino inglese  di Brett Maverick”.

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Tornato in Europa inizia a fare film in patria. Ne escono solo due film ma tutt’altro che disdicevoli.
Circolo vizioso (’69), l’unico ambientato nella swingingLondon ormai in disarmo, è un thriller ricco di tensione.

L’Uomo che uccise se stesso (’70), l’unica sua prestazione cinematografica diretta da un veterano del cinema britannico – Basil Dearden – è un curioso giallo a sottofondo fantastico basato sullo sdoppiamento della personalità, un buon film che ha nell’ex Simon Templar l’interprete ideale, sempre sicuro di se stesso quanto insicuro di essere vivo fino all’inaspettato finale a sorpresa.

Queste opere, girate in Inghilterra, ancora distribuite in Usa dalla Aic, hanno successo e contribuiscono alla sua fama ma non lo sottraggono alla considerazione di attore prevalentemente angloeuropeo.

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Nel frattempo ci sono state due delusioni.

Nel 1966, dopo aver girato Agente 007-Operazione Tuono (’65), Sean Connery, che intanto ha intrapreso una brillante carriera come attore a se stante, decide di chiudere con il personaggio che gli ha dato notorietà e ricchezza.

Subito Saltzman e Broccoli chiamano Moore ma tengono nel cassetto una proposta miliardaria per Connery nel caso ci ripensi. Di fronte alla cifra che gli viene proposta, e all’entità della penale per la rottura del contratto, infatti ci ripensa a patto che, nel nuovo accordo contrattuale sia specificato che non interpreterà mai più il fatidico agente segreto.

Roger Moore deve quindi rinunciare a interpretare Agente 007-Si vive solo due volte che esce nel ’67 e fa la solita incetta di miliardi di incassi mondiali.

Inoltre è il film in cui la trama si arricchisce di elementi fantasiosi e iperealistici – creati, nella sua sola occasione come sceneggiatore della serie, dal grande scrittore RoalDahl – che sfondano dovunque e danno vita al mercato dei gadget più svariati prima limitato solo alla classica pistola e ai modellini dell’Aston Martin superaccessoriata in dotazione a Bond.

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Alla fine del ’67, quando Si vive solo due volte è ancora nelle sale, diventa di nuovo necessario rimpiazzare Connery che, questa volta, rifiuta implacabilmente.

Anche questa volta Moore viene richiamato.

Ma, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite e che probabilmente devono essere riportate alle interferenze della United Artists che preferisce puntare su un volto nuovo, viene scelto lo sconosciuto attore australiano George Lazenby il quale, pur mantenendo le caratteristiche mascoline del personaggio, non assomiglia ne al James Bond sperato da Fleming ne a quello reinventato da Saltzman e Broccoli, il loro primo regista Terence Young (la cui vita di gusti lussuosi lo rendeva affine all’agente segreto in non poche note caratteriali) e i loro sceneggiatori.

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“Dopo tutto sei stato tu la nostra prima scelta. Non è colpa nostra se hai rifiutato quella prima volta” sembra abbia detto Broccoli a Moore quando diventa inevitabile che sarà Lazenby a interpretare l’agente segreto in Agente 007-Al servizio segreto di sua maestà (’69) che, stando agli appassionati della saga bondiana, è, da tutti i punti di vista tranne che per il protagonista, il miglior film della serie giunta al settimo film.

Naturalmente tutti lo vanno a vedere.

C’è, nel ruolo femminile, la sempre più brava e sempre più sensuale Diana Rigg– quella di The Avengers e apprezzata attrice di teatro – che avrebbe meritato di apparire prima al fianco di 007, ma Lazenby proprio non regge il confronto con Connery per quanto ce la metta tutta e la storia sia tutt’altro che banale e vi si tenti una umanizzazione del protagonista.

Così gli incassi delle seconde visioni non rispondono, né hanno richiamo le riedizioni che, chi ha vissuto il cinema di quegli anni, sa quanto fossero impregnate di bondite, sia per gli innumerevoli tentativi di imitazioni, sia per le variazioni spesso d’autore, sia per le riedizioni che, ad ogni estate, facevano riapparire i precedenti cinque film.

Personalmente ricordo di aver visto almeno una decina di volte Operazione tuono. Durante la stagione estiva, quando le prime visioni chiudevano per ferie, tra un film e l’altro vietati ai minori, reperti hollywoodiani visti e rivisti, in una piccola cittadina turistica o nella periferia di una grande città, volente o nolente, ad un certo punto, ti ritrovavi alle Bahamas con Adolfo Celi che andava matto per gli squali e si circondava di una sequenza molto appetitosa di fanciulle : Claudine Auger, Luciana Paluzzi (che incominciò da lì la nuova carriera in Europa dopo essere stata una giovane promessa del cinema americano) Martine Beswick e Molly Peters.

Ma, per vedereAl servizio segreto di sua maestà ho dovuto attendere un grigio pomeriggio d’inverno, in una sala  semivuota, quando al rimpianto cinema Universale di Firenze, si proiettò, come usava, una rassegna dei primi sette film con l’agente 007.

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George Lazenby non doveva essere il giuggiolone che tutti dicevano se, già durante le riprese, aveva capito la situazione e, fatti i suoi conti, aveva dichiarato che la sua esperienza come James Bond si chiudeva lì.

Dato che il contratto era per un solo film, Saltzman e Broccoli si misero quindi alla ricerca di un sostituto prima che il film uscisse nelle sale.

Ovviamente il primo ad essere chiamato fu Roger Moore che, nel frattempo, è diventato ricco con le trasposizioni cinematografiche della serie con Simon Templar (furono girati due film per la tv destinati all’esportazione nelle sale e in molti paesi, anche in Italia, uscirono altri tre film costruiti su due episodi televisivi appaiati) poiché quelli erano ancora tempi in cui non è la tv ma il cinema che rendeva di più.

Ma, dopo che Al servizio segreto di sua maestà viene esportato in Usa e incassa tre quarti dei suoi predecessori, i produttori preferiscono non rischiare e propongono a Connery di tornare, sebbene per una volta sola, e lo ricoprono di soldi.

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Ulteriore umiliazione di Moore e ulteriore successo dell’amico scozzese il quale, con Agente 007-Una cascata di diamanti (’71), sbaraglia ogni concorrenza e si guadagna pure una supermiliardaria percentuale sugli utili più l’impegno della United Artists a finanziare completamente un prossimo film a sua scelta che sarà il drammatico e tesissimo Riflessi in uno specchio scuro (’72) girato in Gran Bretagna da Sidney Lumet.

Da quando apparve Una cascata di diamanti prese il posto di Operazione Tuono nei film da me visti contro voglia nelle riedizioni estive tra il ’66 e il ’76. E mi piaceva di meno.

C’erano meno trovate e quelle che c’erano erano piuttosto tirate per i capelli. C’era meno sensualità femminile : le pur volenterose Jill St.John e Lana Wood, americane, non erano alla pari delle bond-girl europee e precedenti.

Inoltre, anche se allora non me ne rendevo conto che inconsapevolmente, Connery era completamente disinteressato all’interpretazione e ciò si risentiva in tutto l’andamento della storia.

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Intanto Roger Moore deve continuare per la televisione ed accetta la produzione britannica The Persuaders, basata su una storia ideata dagli stessi Robert Baker e MontyBernam ma poi realizzata dal solo Baker e che, in Italia, diventerà una delle serie più seguite ed amate di tutti i tempi col titolo Attenti a quei due (1971-72).

La trama è semplice, due amiconi che vivono lontani, uno a Londra e l’altro a New York, ma si ritrovano e sono spesso impantanati in una sequenza di storie appassionanti dove non mancano i misteri da risolvere, le risse da ingaggiare, le missioni da compiere, lo champagne e le belle ragazze.

Questa miscela apparentemente sul banale – il miliardario americano che s’è fatto da solo partendo dagli slum e l’aristocratico inglese di quattordici generazioni che non ha mai lavorato in vita sua – creano un cocktail che sprizza humor e avventura, gusto per il rischio (nella famosissima sigla iniziale, tra le note tonanti e allegre di John  Barry, si vedono in lizza in una corsa automobilistica e alle prese con ogni casistica nei luoghi più ambiti del mondo) e la passione per le buone cause, senso di lealtà e amicizia sincera.

Sempre appresso alle donne più affascinanti,Lord Brett Sinclair (Roger Moore) e Tony Curtis (Danny Wilde) non litigherebbero mai veramente per una di loro e si dividono l’ultima cicca se rimangono (come capita in più di un episodio) senza soldi o prigionieri di oscuri nemici.

Il giudice Fulton (l’esimio caratterista britannico Laurence Naismith) che potrebbe essere il capo di tutti i servizi segreti o di una qualsiasi organizzazione di polizia interplanetaria (in effetti di lui non sappiamo niente) ha l’incarico narrativo di metterli insieme e sbatterli nelle situazioni più improbabili per loro che potrebbero godersi in pace le ricchezze accumulate in anni di lavoro e secoli di nullafacenza.

E loro sono pronti a infilarsi negli intrighi più insidiosi, nelle vicende più improbabili. Sventano un colpo di stato, salvano un uomo politico che vuole la pace nel mondo, combattono contro i loro sosia – versioni negative degli stessi personaggi – e, alla fine, sono sempre pronti a darsi una mano l’un l’altro, a condividere gioie e dolori.

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Il successo di Attenti a quei due, che dura tutt’ora nonostante nel frattempo la serialità televisiva sia diventata qualcosa di diametralmente opposto allo stile dei loro telefilm, è tutto qui.

In un’epoca, l’inizio degli anni Settanta, in cui le sicurezze ideali del dopoguerra vanno frantumandosi, Lord Sinclair e mr.Wilde ripropongono la semplicità dell’amicizia che si ricambia con altra amicizia e in nome di ideali che i due, pur non conoscendoli e non nominandoli mai, difendono per dovere e per piacere.

Se Roger Moore si dimostra qui un attore più maturo di quello conosciuto in Ivanhoe e Le avventure di Simon Templar – dotato di un senso della battuta e dell’umorismo da interprete raffinato – Tony Curtis – che gira con il giubbotto, il foulard e i guanti alla Topolino, come fosse sempre pronto a qualche zuffa o sparatoria in quella Topolinia impazzita che è diventata la Londra dell’epoca – mette a frutto tutta la simpatia accumulata in vent’anni di brillante carriera.

I due non sono più dei giovincelli – Moore ha, nella realtà, quarantaquattro anni; Curtis – di due anni più vecchio anche se non sembra – ne ha quarantasei. Ma anche in questo c’è il buono di questa serie. Brett e Danny non sono due giovanotti forzuti, hanno alle spalle tutta una vita. E, anche se non lo danno a vedere, hanno fatto tesoro di ogni esperienza.

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In Italia era appena scoppiata la strategia della tensione, scoppiavano le bombe e le rivolte del ’68 buttavano sul cupo, il palazzo sembrava sempre più inaccessibile. In questo contesto, con la trasmissione della Rai ancora in bianco e nero, Attenti a quei due, una serie a colori, ha un riscontro che gli esercenti si affrettano a mettersi d’accordo con i detentori dei diritti per proiettare gli episodi, a due per volte, in una cinquina di produzioni per le sale.

Alla radio i due doppiatori – Cesare Barbetti e Pino Locchi – fanno un programma che imita i telefilm e continuano a recitare come fossero loro Roger Moore e Tony Curtis.

Le repliche ogni due o tre anni diventano d’ordinanza.

Allora non c’era l’auditel ma il molto più credibile indice d’ascolto che saliva alle stelle. E le lettere dei telespettatori imploravano continuamente la Rai a rimettere la serie in onda.

Il pubblico si rinfrancava, simpatizzava, cercava e trovava in Attenti a quei due quello che aveva perso e ancora non sapeva si fosse smarrito per sempre.

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Però, come spesso accade nel settore dello Spettacolo, anche Attenti a quei due, ha i suoi aspetti sconosciuti e non necessariamente divertenti.

Per esempio, pochi ricordano che Tony Curtis non fu affatto la prima scelta. Moore propose per primo il suo amico americano David Hediso (personaggio da noi completamente dimenticato o mai noto, che negli Usa fece come protagonista cinematografico  due soli film – L’esperimento del dottor K (’58) prima versione di La mosca, dov’era lui a trasformarsi in insetto e gridare “Aiutooo !”con una voce sempre più fioca nel palmo della moglie –  e Mondo perduto, seconda versione sonora del classico di Sir Arthur Conan Doyle)  ma aveva stretto con Moore durante la sua attività televisiva finendo per partecipare, proprio nel ruolo dell’amico americano di Simon Templar, a due episodi della serie.

Naturalmente la produzione sperava in qualcuno più noto. Era quella l’epoca in cui molti divi del cinema non si vergognavano più a fare i protagonisti di serial tv. Furono proposti diversi nomi tra i quali il più noto era quello di Rock Hudson. Ma, dopo diversi rifiuti a girare una serie completamente di produzione inglese, venne fuori Tony Curtis il quale, anche per ragioni personali, era in fase di calo.

Attenti a quei due lo tramutò di nuovo in star di prima classe. Ma in Europa perché, negli Usa, unico paese al mondo, la serie fu un flop amareggiante.

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Allo spettatore medio americano non piacevano quelle storie di non sterminata scenografia britannica, per quanto il budget fosse molto alto rispetto ad altre serie.

Per quel tipo di pubblico la campagna inglese è, oggi ancor più di allora, bellissima ma non comparabile con i più usurati paesaggi statunitensi.

Il momento delle serie inglesi alla moda era finito.

Inoltre tutto il cast, a parte Curtis, era composto di attori europei.

In un solo episodio compare, nei panni di un vecchio amico americano di Sinclair, Larry Storch, il popolare attore brillante che fu il capolareAgarn in un’altra serie famosissima da noi : I forti diforte Coraggio (1965-68) e che ancora oggi, se si riesce a ritrovarla, fa sbellicare dal ridere.

Quel tipo di pubblico gradisce gli attori inglesi che vanno a lavorare in America e si trasformano in americani (come ormai accade abitualmente) ma disdegna gli attori americani che finiscono nelle serie inglesi.

Oggi il nome di uno statunitense non garantisce più il successo di un film europeo oltre l’Atlantico. I numerosi tentativi fatti a riguardo sono tutti risultati fallimentari anche se i gazzettieri al soldo delle distribuzioni raccontano il contrario.

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La riproposizione, anche qui da noi, a colori, dell’intera serie – con gli episodi completi nella loro durata e le parti precedentemente mancanti dotate di sottotitoli – avvenuta negli anni Novanta prima in tv poi in dvd, svela alcuni particolari che sono stati nascosti per decenni ai telespettatori italiani.

Non tutta la serie completa era mai stata trasmessa prima. Alcuni episodi erano stati censurati per ragioni che rimangono misteriosi come certi anfratti kafkiani dietro le vetrate oscurate di viale Mazzini.

In particolare  se ne segnala uno – il 24° e ultimo, Una giungla di spie (The man in the middle, trasmesso per la prima volta il 27 aprile 1980 su Raiuno) – in cui Brett e Danny vengono coinvolti da Fulton nel previsto attentato ad un ministro inglese pacifista che, in Italia, parteciperà ad un programma televisivo in mondo visione.

Ovviamente l’attentato è fermato all’ultimo momento. Ma il telefilm era stato tagliato di 23,5 rispetto ai 53 che dura.

Tutta la parte che riguarda il complotto contro il ministro era stata eliminata.

Inoltre l’episodio è ambientato in Italia, ma nel doppiaggio nella nostra lingua si vuol far credere che i nostri eroi si trovino in Spagna. Quando l’episodio fu trasmesso per la prima volta dalla Rai, tutte le scene in cui comparivano chiari riferimenti all’Italia – come il Colosseo, le targhe delle auto o i cartelli segnaletici – vennero tagliati o coperti con altre inquadrature.

Chi aveva paura che si parlasse di un colpo di stato (perché è questo, alla fin fine, di cui si parla : il capo del complotto non solo vuole uccidere il ministro ma compiere un golpe nel nostro Paese) in Italia, nel 1980 ?

Se pensiamo al potere che esercitava allora la P2 sui partiti che dominavano la Rai, e in particolare all’ala destra della Dc e al  partito craxiano che pensavano ad un cambio della Costituzione in senso autoritario e avevano uomini ovunque, la risposta forse potrebbe essere più semplice di quanto si pensi.

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Uno degli aspetti che rendono Attenti a quei due un’opera accattivante è che spesso le riprese si svolgevano con la collaborazione degli stessi interpreti principali che modificavano all’ultimo momento il copione per inserire battute, riferimenti personali, frecciate ad amici e nemici della loro vita.

Inoltre sia Moore che Curtis si prendono spesso in giro da soli. Uno ironizza sul suo passato come Simon Templar, l’altro addirittura sul suo nome d’arte.

Rispondendo al telefono, in un episodio particolarmente basato su scambi continui di sosia e personalità, Curtis risponde al telefono e chi lo chiama èBernard Schwartz, il suo vero nome che dovette cambiare non solo per cacofonia ma perché era ebreo.

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Ciò non toglie che questa serie così amata, e ancora così ricercata (è attualmente ancora in commercio mentre Le avventure diSimon TemplarreintitolateIl Santo sono rimaste, in Italia, alla prima stagione in dvd) sia stata un’amarezza per Curtis che non s’aspettava un insuccesso tale in patria e per Moore, ancora alla ricerca di una definitiva consacrazione negli States.

La serie fu interrotta, oltre al fatto che Lord Sinclair stava per diventare finalmente James Bond, anche per questo. La mancanza dell’estensione nel mercato dove la moneta era più forte non compensava abbastanza la diffusione nei paesi dove, a poco a poco, diventava sempre più debole.

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Ma, alla fine, il momento venne.

Nel 1973, con la regia del veterano Guy Hamilton, in mancanza di altri concorrenti, ricopre, per la prima volta, il ruolo di James Bond in Agente 007-Vivi e lascia morire.

Ricordo come allora, sui giornali e i rotocalchi, persino nelle trasmissioni più improbabili della tv, si discutesse se Roger Moore fosse migliore o peggiore di Sean Connery.

Il fatto è che non era né peggiore né migliore. Era semplicemente diverso.

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Il suo ritratto pubblico, trasmesso attraverso le serie interpretate di qua e di la dall’oceano, gli impedivano di rivestire i panni di un Bond brutale e cinico esecutore dei piani della potenza britannica intanto diventata, anche cinematograficamente, una dependance della Casa Bianca e di Hollywood.

Erano quelli gli anni peggiori della cinematografia inglese che, dopo che l’industria americana aveva fagocitato il free cinema finanziandolo fino ad impadronirsene e i conservatori al potere avevano privato di significato pratica la tutela dei capitali congelati (per cui chi produceva un film nel Regno Unito era obbligato a impiegare lì i propri ricavati e a congelarli fino all’utilizzo per altre opere) e i suoi registi o erano tornati a lavorare in piccolo, specialmente in tv, oppure s’erano accodati all’industria statunitense.

Per cui la differenza sta anche in questo : i sei film della serie dell’agente 007 girati da Moore non sono più una produzione autonoma ma il frutto di un sistema di finanziamenti dove gli americani hanno il maggior potere anche più forte di quello di Broccoli (nel frattempo rimasto volutamente orfano del socio Harry Saltzman) e poi sua figlia che prenderà in mano la faccenda anni dopo.

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Vivi e lascia morire ha un successo enorme.

Moore, con la sua aristocratica tranquillità, riesce a scalfire l’eredità di Connery anche se gli effetti speciali sopravanzano sulle componenti psicologiche e le sue avventure amorose sono molto meno voluttuose.

Lo stesso accade con  L’uomo dalla pistola d’oro (’74), forse il più realistico della serie interpretata da lui, mentre  i successivi  – Moonraker-Operazione spazio (’79), Solo per i tuoi occhi (’81),  Octopussy-Operazione piovra (’83), 007 Bersaglio mobile (’85) denunciano un sempre maggiore declino della formula iniziale che deve necessariamente sposarsi con le consuetudini del cinema americano degli anni Ottanta : azione ed effetti speciali.

Già dopo Moonraker-Operazione spazio, il vecchio Billy Wilder, interpellato in proposito, rispose : “questo, con tutto il rispetto per sceneggiatori e regista che si capisce come abbiano tentato di umanizzare il tutto, è il segno evidente che ormai Hollywood non produce più il pensiero che si nascondeva anche nel più scadente dei film d’azione, ma pretenderebbe che gli effetti speciali si impadronissero degli esseri umani come in un vecchio film di fantascienza da due dollari”.

Il nostro Tullio Kezich scrisse : “Una volta, di fronte alla sempre più strabilianti invenzioni che vi apparivano, si diceva che i film con James Bond servivano a mandare avanti il cinema. Ora, di fronte ad un film come questo, è come dire che la terza guerra mondiale contribuirà all’evoluzione della tecnica scientifica”.

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Del resto Moore stava invecchiando e le sue prestazioni amorose non potevano più contrapporsi alle sequenze d’azione roboanti e preponderanti.

Quando aveva iniziato la serie aveva già quarantasei anni. Ma, quando l’agente con licenza d’uccidere entrò negli anni Ottanta ne aveva cinquantatre. Cinquantotto quando decise di darci un taglio con Bersaglio mobile (’85).

Lui stesso ha alimentato la leggenda di aver deciso di smetterla quando si accorse che non la coprotagonista femminile, la trentenne Tanya Roberts, era troppo fresca per lui, ma persino sua madre era abbondantemente giovane per far l’amore con lui. Insomma, come avventuriero, agente segreto ed amatore, ammetteva di non reggere più i ruoli.

In un’intervista contemporanea fa il conto per i colleghi che, come lui, sono giunti alla vetta quando ormai erano alle soglie della maturità accentuata : Charles Bronson, Lee Marvin, TellySavalas ed altri, costretti ad indossare un vestiario che nascondesse il sempre maggior uso delle controfigure ma che non potevano nascondere sul volto l’età acquisita.

A comprova di questa sua tristezza, nonostante il personaggio di Bond lo avesse reso uno degli attori più ricchi del cinema di allora, c’è che, non solo per il confronto con la mamma di Tanya Roberts, si sentiva un esponente di un mondo che non esisteva più e si sentiva costretto alla reiterazione di un personaggio che aveva perso la sua origine più genuina e realistica.

Se, in questo ultimo ventennio, si è sottoposto al ringiovanimento forzato e troppo visibile del viso, probabilmente ha eliminato chirurgicamente pancia e altri ingrossamenti del suo già possente fisico, forse non è stato per vanità ma per cercare di sentirsi ancora giovane in un mondo dove uno come lui –  il mitico Ivanhoe e l’affabile Simon Templar, il leale Lord Singlar e l’umano James Bond – era come non esistesse più.

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Dopo il richiamo di Vivi e lascia morire diventò ovviamente il divo del cinema che aveva sempre desiderato. Dopo di allora interpreta ben quattordici film fino al 1990. L’ultimo del decennio, prima delle partecipazione straordinarie e dei camei, fu Bullseye (inedito in Italia) accanto al suo amico Michale Caine che, nato nel ’33, aveva solo cinquantasette anni contro i suoi sessantatre.

Non è che, in quel periodo dorato sull’orlo della vecchiaia, abbia fatto dei capolavori. Ma vanno segnalati almeno Gold-Il segno delpotere (’74) e Ci rivedremo all’inferno (’76, con un vulcanico, in senso di esplosivo, Lee Marvin) di Peter Hunt, regista misconosciuto, ex montatore divenuto un affermato regista all’interno nell’ambiente troppo tardi per il suo talento classico, che diresse, a parte i film con Moore-Bond, solo un altro film di impegno e durezza avventurosa oltre ai citati : Caccia selvaggia (’81) ancora con Lee Marvin e Charles Bronson in un incontro-scontro di personalità ormai fuori dal tempo nell’Alaska del 1931.

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Negli ultimi decenni, nei suoi quasi novantanni di vita, Roger Moore si è sposato tre volte, la terza (da cui si separò nel ’93 a sessantasei anni non si sa per chi altra) era l’italiana Luisa Mattioli con la quale ebbe il legame matrimoniale più lungo e tre figli che lavorano nel settore.

Parlava cinque lingue tra cui, molto correttamente, l’italiano.

Nonostante la sua vocazione quasi fallita al cinema hollywoodiano la regina Elisabetta fu buona con lui e lo nominò sirnel 1999. In seguito lo volle anche, nel 2003, “cavaliere commendatore dell’ordine britannico”. In Francia ottenne la decorazione di “commendatore dell’ordine delle arti e delle lettere” nel 2008 e, nello stesso anno, una nomina simile in Germania.
Ma, nel 2007, ottenne ciò che avrebbe più desiderato da giovane : la sua stella personale sull’Hollywood Boulevard segno dell’Hollywood walk of fame.

Chissà se si gloriò, a ottantanni, di un riconoscimento per cui aveva lottato tutta la vita.

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Roger Moore fu, senza probabilmente saperlo, il protagonista di una svolta epocale e di una tragedia culturale, il passaggio da un mondo dove tutte le cinematografie erano autonome e libere a quello dell’impero americano del cinema.

Se ne avvantaggiò economicamente ma la sua vera carriera, quando conquistò la sua più sincera celebrità, si svolse nella prima parte, quella che forse, in vecchiaia, ha rimpianto di più.

Come ogni essere umano d’esperienza rimpiange oggi la sua giovinezza e, inconsapevolmente, la giovinezza del mondo.


Copyright©Scenario.23.05.2017

Autore: admin

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