Francesco NICOLOSI FAZIO- Glam Berillo (note critiche su “Glam City” di D. Trischitta, Regia di N. A. Orofino)


Prisma  critico



GLAM BERILLO

 

“Glam City”A  Tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Trischitta.  Regia: Nicola Alberto Orofino  Con: Silvio Laviano.  Riduzione Teatrale: Domenico Trischitta  Scene e costumi: Gabriella Caltabiano  Progetto Fotografico: Gianluigi Primaverile.

Catania, Teatro Piscator

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Catania è stata protagonista/vittima di una sorta di pulizia etnica. Negli anni sessanta intere popolazioni del quartiere di San Berillo furono letteralmente deportate verso il quartiere-ghetto del “Villaggio Sant’Agata”, volutamente e concettualmente posto oltre il cimitero. L’incredibile è che, ancora oggi, a memoria dello scempio, sono presenti le enormi voragini di Corso Martiri, riempite, alternativamente, da campi di extracomunitari o progetti del duo Unicredi-Parnasi (quello dello stadio della Roma). L’evento meno preoccupante, forse, sono gli extracomunitari.

Mimmo Trischitta ha scritto intense pagine sul quartiere scomparso, con un’epopea degna dello sterminio dei nativi americani, Anche il romanzo, da cui è tratta l’opera, riconduce alle storie del quartiere San Berillo, l’area residua, a “luci rosse”.

Glam è diminutivo di glamour, il modo di intendere la vita come una continua passerella. Da noi giunse molto lieve il fenomeno del Glam-rock, del “trend” arrivarono certamente gli eccessi cromatici e scenici, che raggiunsero l’apice del successo mondiale con David Bowie. Come ogni eccesso, anche la moda del Glam affascinò il mondo gay più trasgressivo, conservandone, ancor oggi, gli elementi essenziali.

Silvio Laviano, one man show, interpreta alcune figure, più o meno storiche, degli abitanti gay del quartiere di San Berillo, che, tra mura fatiscenti e retate della polizia, svolgono la più antica professione del mondo. Un mondo nel mondo. Una visione estrema e concreta della vita, dell’esigenza di essere, di essere amati, innanzi tutto. Dove l’eccesso e l’esibizione, un tempo, erano una forma di affermazione, se non di protesta, di un non ancora manifesto diritto alla diversità. Parliamo dei tempi quando non esistevano i “Proud days”, e la diversità, in qualunque forma esistente, era considerata tra il peccato e la maledizione divina.

Ecco che lo spettacolo, prefetto ed intenso, viene sormontato dall’eccesso insito nelle vicende, per cui la trasposizione teatrale rischia di divenire ridondante, in quanto qualunque evento, rappresentato sul palcoscenico, amplifica il suo messaggio, tracimando sulle coscienze del pubblico, volutamente scosso.

Ma forse è proprio quello che Mimmo ed Alberto volevano, colpire il pubblico con un forte messaggio, bello e disperato.

Riteniamo quest’opera una interessante digressione del percorso, luminoso e possente, che da tanti anni conduce Nicola Alberto Orofino, che seguiamo gioiosi, perché ci stupisce gradevolmente, sempre più.

Un intero articolo meriterebbe Silvio Laviano, grande interprete, dalla serietà e professionalità commoventi. Dalla fisicità intensa e matura, dalla postura e presenza sceniche da primattore. Una capacità interpretativa e mimetica lieve e garbata, anche nei più forti eccessi. Grande attore, anche nella sobrietà dei ruoli virili.

Bravo. Bravi.

Autore: admin

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