Lucia TEMPESTINI (a cura di) – Cannes 2017, Wonderstruck

 

 

 

IN CONCORSO “WONDERSTRUCK”, CHE UTILIZZA GLI IMMAGINARI VISIVI

E SONORI DEL PASSATO.

CON UNA MAGNIFICA JULIANNE MOORE

 

Todd Haynes e Selznick recuperano il passato nella stanza delle meraviglie

 


Wondestruck, tradotto in italiano come La stanza delle meraviglie, è il libro che Brian Selznick ha scritto dopo La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, adattato al cinema da Scorsese, e ne prosegue il metodo: una storia raccontata alternando una parte scritta e una solo disegnata. In questo caso però, le due forme espressive raccontano in parallelo due vicende che si incontrano solo alla fine.

Nella parte scritta, ambientata nel 1977, un dodicenne diventato sordo per un incidente va dal Minnesota a New York alla ricerca del padre sconosciuto, e trova un nuovo amico che lo conduce all’interno dal Museo di Storia Naturale, dove inaspettatamente c’è qualcosa che ha a che fare col suo passato. In parallelo, nella parte disegnata seguiamo un’altra ragazzina che nel 1927 parte dal New Jersey per andare a trovare la madre, famosa attrice del muto, e trova invece il fratello. Selznick, nell’adattare il libro per lo schermo, ha immaginato che la parte disegnata dovesse essere messa in scena in bianco e nero e come un film muto con accompagnamento musicare.

A dirigere è stato chiamato Todd Haynes, uno dei grandi registi americani di oggi, il cui mondo sembrava fatto apposta per incontrarsi con quello di Wonderstruck. Haynes ha un’autentica passione per gli immaginari visivi e sonori del passato. Il glam rock di Velvet Goldmine, gli anni 50 di Lontano dal Paradiso e Carol. Ma anche altri elementi sembravano ideali, dal riferimento a una canzone di David Bowie (alla cui figura era appunto ispirato Velvet Goldmine) a un delicato sottotesto “queer” sul sentimento della diversità, i linguaggi segreti, la gelosia.

Ed effettivamente il regista mostra il consueto talento nella ricostruzione di una città vista parallelamente in due epoche del passato, gli anni Venti di film come La folla e i Settanta di Taxi driver. Lo sguardo del bambino serve da effetto di straniamento per entrare in due mondi che sono fatti innanzitutto di cinema del passato.

[…] Haynes vuole fare un film sperimentale, con una costruzione di montaggio complessa e una narrazione che punta quasi esclusivamente sulle immagini, ma non va fino in fondo, appoggiandosi troppo alla musica di Carter Burwell (che avrebbe meritato nel 2016 l’Oscar per l’emozionante colonna sonora di Carol, ndr) e lasciandosi rapire dal gusto della ricostruzione d’epoca (elementi che potrebbero risultare positivi, considerata l’eleganza mai fine a se stessa del regista, ndr).

[…] Ciò che più colpisce nel film è l’uso fiabesco di diorami, wunderkammer, del cinema stesso e degli eventi storici (il passaggio dal cinema muto al sonoro, l’Esposizione del 1964, il blackout dell’estate ’77). E soprattutto la parte finale, in cui risplende la sempre magnifica Julianne Moore. […]

Per non rovinare il finale, diciamo che vi ha grande ruolo un plastico della metropoli, in una metafora che non sarebbe dispiaciuta al filosofo Walter Benjamin e che spiega il senso del film: il museo come magia e utopia, lo spazio urbano che non è solo una geografia ma anche una mappa storica, l’insieme di tutte le storie vissute, un deposito di poveri tesori perduti e di segreti intimi.

Insomma il sogno di salvare tutto il passato (anche del cinema), di unirlo in una sola storia che gli dia un senso, attraverso peripezie rocambolesche che citano esplicitamente i colpi di scena dei romanzi di Dickens.

Emiliano Morreale (La Repubblica)

Autore: admin

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