Cinzia BALDAZZI – I colori di Pino Reggiani. “La fine dell’estate”: una mostra alla Galleria Andrè (Roma, 19 maggio – 10 giugno)

 

I COLORI DI PINO REGGIANI: LA FINE DELL’ESTATE


Spiaggia d’Oriente, 2012 – olio su tela cm 35×40

 

In mostra le opere di Pino Reggiani dell’ultimo decennio (Galleria Andrè, Roma, 19 maggio – 10 giugno)

 

Yellow is the color of my true love’s hair

Blue’s the color of the sky

Green’s the color of the sparklin’ corn

Donovan Leitch, Colors, 1965

 

 

In Un’altra estate (1987), dell’insigne poeta greco Jannis Ritsos, leggiamo:

Questi bei giorni di sole sottraggono ogni argomento alla tristezza
Baluginano le case calcinate sparse sulla collina verde.
Ecco, anche un cavallo rosso nella piana. Torna qualcosa
di scordato dalle vecchie estati. Ma erano veri
quella ragazza nel campo di granturco e quel ragazzo
nell’ oro del meriggio che faceva segno al battello di passaggio
con l’asciugamani da bagno. Eri vero
anche tu che non avevi niente di tuo
se non quello che donavi, e forse quello che donerai ancora.

Così, nella pittura di Pino Reggiani, nella personale La fine dell’estate, di fronte ai due olii su tela dal titolo Spiaggia d’oriente (2012), è opportuno interrogarsi se la «tristezza» sia scomparsa, se l’agglomerato scarlatto sia un cavallo in procinto di sfidare la «piana» verde scomposta, distinta dal cielo: e, in particolare, se la donna sia vera o infondata. Però, nel microcosmo descrittivo del Maestro, il tempo della comprensione (è ovvio, non reale) coinciderebbe con un modello da accertare nel contesto dei protagonisti, per i quali l’omaggio ricevuto diventa ora ironico ora commosso, gioioso o malinconico, sebbene in chiave mai farsesca, invece umana e naturale. Quasi l’autore fosse “orientato” a svelare segreti, a elaborare per noi, senza pause, felicità e dolore, in una miscellanea arguta di toni pungenti, di amari collage, inducendo ad analizzare i motivi struggenti di una vita – soprattutto sulla base dell’esperienza verificata – dedicata all’arte: amico di lunga data di Jorge Amado, Rafael Alberti, Dario Bellezza, ha di frequente aiutato a “guardare le figure” evocate (secondo i termini precisi di Antonio Faeti), prestando a letterati e poeti odierni l’affascinante mestiere di illustratore di libri.

Il tratto a matita, il passaggio del carboncino, i lapis e i pennini sottili erano comunque le armi – almeno nella fase di partenza – di cui disponeva una squadra costituita nel ’65 nella galleria “Renzo Botti” di Cremona, coordinata dal critico Danilo Montaldi e capace di influenzare, per un paio di decenni, la ricerca neo-espressiva italiana. Giovane tra i giovani, il nostro pittore era accanto a Floriano Bodini, Mino Ceretti, Giuseppe Banchieri, Giannetto Fieschi, Tino Vaglieri. Lo spazio programmatico dell’idea era assai sviluppato in una missiva inviata proprio da Montaldi a Ceretti:

Quello che vogliono fare certi miei amici, sono delle mostre d’arte contemporanea per il momento impostate sulla grafica, tenendo conto, cioè, della risposta che può dare il mercato, e per poter stare entro certe spese che assicurino una continuità all’iniziativa. C’è da rimetterci quattrini, tempo e fegato, ma vale la pena di farlo. Non ci facciamo molte illusioni sulle vendite, anzi nessuna, ma darà quello che darà. Soldi qui ne sono stati spesi molti, in porcherie. Perché non con del materiale di qualità?

Il guardiano, 2007/2008 – olio su tela cm 140×100

Trascorsi quarant’anni dall’esperienza cremonese, apprezzo adesso il rosa de Il guardiano (2007-2008). «Ma cosa, del rosa?», mi domando. La tradizione vorrebbe nascesse dalla fusione tra la carica del rosso e la neutralità categorica del bianco, simbolo della dolcezza, del tenero o del delicato. Lo studioso Fabrizio Caramagna osserva quanto l’unica sfumatura rosea fosse, cento milioni di anni orsono, «nel tramonto, nel punto di innesto del cielo con l’universo. Poi sono venuti i fiori e le conchiglie e le guance dei bambini e il mondo ha potuto ammirare per sempre questo colore». Il repertorio di Reggiani non è solito innescare esordi improvvisi, sia pure solenni: piuttosto sono i concetti e la messa in atto del dipinto a confezionare il significato, in un progredire cosale idoneo a una memoria di millenni, combinando tra loro superfici e riflessi di una fisionomia angelica in volo e un dettaglio dello scimmione gigante.

Il “rosato” li lambisce a destra, sopra e sotto un edificio della medesima tonalità, policromo di tracce di vernice a macchie marrone chiaro. È schiacciato tra un aggregato di cespugli, tagliati a segmenti blu, con una torre fumante e un albero – sinuoso, con la chioma chinata dietro il solaio – azzurro al pari del cielo, delle finestre, degli oblò e delle campiture laterali. È mite, candido, e ospita un angelo, e la distesa degli oceani: ma il suo rosa non è conforme al timbro della bocca che, scrive Umberto Saba, «prima mise / alle mie labbra il rosa dell’aurora», e «ancora / in bei pensieri ne sconto il profumo», né all’omerica «alba dalle dita di rosa», poiché qui non assistiamo al sorgere del sole. Al contrario, gli eventi di tale pittura scelgono di susseguirsi nel sognare notturno, inferiore nella pratica alla fenomenologia veritiera della veglia: benché, sono sicura, ulteriori ad essa, in quanto sono adeguati a restituire il raffigurato con la mente assorta nel guardarsi in giro. L’immaginario lascia a noi qualcosa da concludere, difeso dalla censura dei fatti in cui, al contrario, lo spazio della visione concreta può imprigionare: liberando così fantasia e ispirazione cultuali, geometrico-strutturali, filmiche.

L’indole compositiva di Reggiani scaturisce subito, appena ventenne, in un insieme concepito appunto tra la carrellata del cinema e la prospettiva dei paesaggisti, quando, nella nativa Forlì, nel 1957, debutta con una “personale” alla Galleria Serra. Residente a Roma dal 1960, espone alla Cappuccina, vicino ad artisti di tendenza realista – Piero Guccione, Aldo Turchiaro, Pasquale Verrusio – non dimenticando, inoltre, le parole introduttive di Carlo Levi nel catalogo del Museo di Modena e Parma nel ’62. Negli anni ’70 cominciano le “antologiche” – ad esempio quella organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura a Vienna – e, nel periodo, sperimenta un intento di impegno politico diretto con denunce sociali sdoppiate in caratteri espressivi calcolati e impetuosi: modellari, in ordine parallelo, le varianti sulla “Violenza” (’61-’63) e su “Sacco e Vanzetti” (’69-’70).

Verso la notte, 2012/2013 – olio su tela cm 140×120

Con un salto di decenni, in Verso la notte (2012-2013) ritroviamo tutto: il nero e il blu sono le oscure porte dello Stige, divenuto una tavolozza dove intingere i pennelli per raccontare la vita. Ecco, quindi, il rosso, dei tanti colori il più giovane, apparendo, per scelta, confuso in una fuga di antitesi generate dalle fibre interne spezzate, frantumate e riassemblate, scappando dalla malinconia di creature replicate, come corolle fragranti o labbra accese: per Reggiani sono l’ area tecnico-semantica in cui Benito Recchilongo ha individuato il corpus globale oggetto del reperimento di «un processo di segmentazione di pensieri, ricordi, reazioni emotive, immagini, intorno al nucleo centrale che costituisce il filo conduttore, il perno intorno al quale ruota tutto il resto, ma che si manifesta nella sua complessità solo alla fine».

Una “fine” da riconoscere, in questa pittura a olio, in una classe di riferimento collocata oltre, perché la linearità, dinanzi, trascinando nel verdeggiante vivace dei campi, trasporta nella speranza: è consentito, di nuovo, errare tra luci e ombre della storia, della routine quotidiana, alla ricerca del cupo riverbero degli alberi o di quello limpido delle saggine boschive. Rintraccio il verde del riposo, riflesso con grazia forse nel piccolo riquadro con una donna adagiata in un prato silenzioso color della pace: magari è un’allusione alla libertà, raggiunta o da raggiungere. Il blu viola è, invece, il trapasso dei crepuscoli, l’incantesimo e la lusinga dell’immenso, l’arte partecipe di duplice vita, dalle albe ai tramonti. Mancano gli angeli, però appaiono la luna o il sole, in un arancio intenso, clemente. Trova posto una nobiltà serena d’animo dove, in virtù di accostamenti subitanei, spinti nella realtà da un rapporto fortuito, emerge una polifonia di toni, distesi e squillanti, equilibrati o misteriosi, associati a un’ora, una stagione, un affetto: avverto uno sgomento, approdato rapido da Reggiani a noi.

Porto Rose, 2013/2014 – olio su tela cm 140×100

L’analisi di un simile opus suggerisce l’opportunità di utilizzare una logica intervallata a “blocchi”, considerando in simultanea lavori accomunati dalla medesima tematica, ricorrendo a un confermato status iconografico pur variato nella regola del ritaglio. È il caso della sequenza intitolata Porto Rose, attivato con funzionalità privilegiata nella fotografia della moglie Carla, ritratta bambina con la divisa da soggiorno in colonia. Nel capofila di maggiori dimensioni (2013-2014), in un azzurro frammisto qua e là di pause bianche, le “rose” tornano al “porto” (rosa? chissà…): nel mezzo, due scatti della fanciulla con un garbato cappellino, e di lato, in alto, un’istantanea dell’autore accanto a lei, adesso innamorati.

Incontrando simboli dell’infanzia, tra palloncini, pesci e un breve arcobaleno, a riguardo consiglierei di non impegnare esclusiva premura a meditare sulle singole figure come decisioni e prodigi di abilità esecutiva e comunicativa: la “trama-intreccio” illustrata in Porto Rose ritengo proceda, piuttosto, in una visione del presente e dell’esterno al completo, condensata con il passato e l’intimo rivendicati.

L’insieme evocativo di riferimento unitario così ottenuto è, infatti, l’amore, nell’intervento del suo rosso, sensuale per eccellenza, nella tonalità dello scarlatto-arancio:  e color del fuoco, del sangue, del frutto maturato, in ogni movimento ardente del desiderio, è la cornice con una stellina a tre punte in parte nascosta dalla foto della piccola Carla, “modella” per l’occasione di un raffinato copricapo. Nell’opera non si profilano chiaroscuri, indipendenti dalla forma, benché il nucleo luminoso sia tanto diffuso in una mimesi fantastica, perfetta, radiosa, esito di una traccia pacata e in sé viscerale, dove l’arte non migliora il sentimento: semmai, lo estende e lo appiattisce per poterlo meglio affrontare nel subconscio, compatto e libero, differente per norma e ineguagliato. E la ballerina in passo di danza, nel margine di destra? Vanta un tenerissimo spazio di nuvole, incline a smorzare l’effetto della distanza, rafforzato da elementi indecifrabili al fianco e nel fondo, con la misura fragile della brevità dell’esistenza. A far da bordo ai ritratti nelle fotografie, Reggiani adotta il giallo, difficile a fissarsi per renderlo sempre uguale, preferito perché indocile: lo vorremmo immobilizzare, ma con esso fugge tutto via.

Il sole nero, 2012 – olio su tela cm 35×40

La ciclicità “epica” dei temi ha distinto l’ars di Pino Reggiani: dalla “Caduta dell’Angelo”(’71-‘73) a “Egitto, mito delle età sepolte”(‘79-’80, su cui la rivista “The Sciences” dell’Accademia delle Scienze di New York ha allestito un documentato servizio), dai “Paesaggi della campagna romana”(‘81-‘84) ai “Tempi della musica”(‘90-‘93), sino a “Strutture di archeologia industriale” (2001), “Campi del Nord. Northfields”(2006) e “La maschera del Brunelleschi”(2009). Uno degli ultimi è la coppia de Il sole nero (2012). Nel primo, in particolare, quasi un tetto del grande astro imbrunito spicca sul cielo infiammato, chiuso in alto da tratti orizzontali indaco. I limiti laterali sono irregolari e, sotto l’ambito buio, la preziosa stella, luce della vita, sembra un’orca predatrice (della famiglia dei delfini), dal liscio dorso nero con l’occhio rubino a saltar fuori nell’aria per riaffondare con un vasto tonfo. Scorgo un avanzare “ondulato” rosa, con strade d’asfalto plumbeo sboccate da un bivio, macchiato da superfici inconsuete, a goccia cristallina, a colature verdi e candide.

Dipinta di rosso – giudicato da molti poeti novecenteschi una sfumatura concreta, umana e terrestre – un’immagine di persona còlta di spalle è situata in basso a sinistra. Nella zona speculare, a destra, un muso d’uccello protende il becco imprecisato, confuso da pennellate chiarissime, sormontato da una striscia di rifinitura blu-violacea. Il bianco contiene ogni colore, similmente a una luce rivelata, spezzata da una sorta di prisma: è reversibile poiché, oltre all’innocenza e alla bontà, simboleggia – in analogia all’indicatore opposto, il nero – mistero, spavento, malvagità. Lo spiega, del resto, Hermann Melville in un capitolo del romanzo Moby Dick, enumerando i motivi per associare il biancore alla paura e, quindi, per attribuirlo al gigantesco mammifero marino, il capodoglio, di indole non aggressiva, al contrario dell’orca citata.

È esatto, il “Sole tetro” sarebbe caratteristico di un’eclisse, anche se in esso individuo il peso della rimembranza di un amore perduto, come suggerisce l’autore e sceneggiatore contemporaneo Davide Stocovaz nei versi dedicati a una specie di epos della stella oscurata:

Da quando ho ricordo,
sono accompagnato da un terribile e inquietante Sole Nero,
che lancia i suoi dardi avvelenati fin dentro al mio cuore.
L’anima, tutta, si agita e non trova pace
Attorno a me, tutto invecchia, muore e tace.

No, il potente mammifero acquatico de Il sole nero, che suppongo di intravedere su questa tela, non lancia dardi, però sovrasta imponente, forse si tufferà tra i flutti per divorare vittime indifese. Poi, mentre quell’uomo o donna, sotto il nostro sguardo “ripresi” di schiena, sono al suo cospetto, ne percepisco naufragare i sentimenti offuscati: magari soffrono con il cuore stretto in una morsa opprimente, perché il bene desiderato è dissolto. Eppure, dal buio solare nasce una coscienza non cancellata, circondata invece da corpo, sensi e spirito, malgrado ciascuno di loro sia stato proiettato in un al di fuori remoto: penso in una natura sconosciuta e angosciante, enorme e ostile, spugna avida di vita.


Una consapevolezza del tipo, una tale unicità sensoriale e spirituale, ha segnato e solcato – sperimentandoli – gli “appuntamenti” pubblici e privati di Pino Reggiani, dalla Medusa romana alla Rotonda della Besana di Milano al bolognese Museo Bargellini, in aggiunta a occasioni di rilievo quali il Festival dei Due Mondi di Spoleto e il Premio Città di Suzzara. Con l’onore di essere menzionato nel prestigioso Dictionnaire Bénézit parigino del 1999, ha disseminato opere in pinacoteche e raccolte italiane (Torino, Bologna, Roma, Pisa, Lucca, Venezia, Catania) e internazionali (Skopje, Madrid, Houston, Tunisi, Caracas, Bucarest, Haifa, Gerusalemme). Nell’hic et nunc multispaziale, ormai da anni “riproporre” l’oscurità è più ragionevole, considerati i tempi, di quanto lo sia espandere un ricreato habitat in sé luminoso: poiché nessuno dipinge in chiave avulsa nel significato gratuito del termine e, nonostante rispondenze di idealità e stimoli esterni sviluppino sempre, nel mestiere autentico, conquiste libere ed originali, l’onnipresente Weltanschauung (o “visione del mondo”) può essere all’altezza di trasmettere messaggi aperti a qualsiasi lingua e cultura, “parlando” così agli artisti abili e indipendenti nell’ascoltare.

La coppia de Il sole nero nasce nell’atmosfera tenebrosa dell’epoca odierna: pertanto, Reggiani preferisce riflettere rispetto alla mancanza di raggi illuminanti sulle strade dei viaggi intrapresi, degli itinerari percorsi, o sulla cronaca vissuta, per suscitarli, evocando in ciò stupore e Ostranenie, cioè “straniamento”; evita di proposito di costruire un mosaico fantastico, assolato e accecante, incapace di fornire i mezzi adeguati per combattere le ingiustizie e, chissà, la morte, in agguato dietro l’angolo.

Come ha sintetizzato il grande studioso canadese Northrop Frye,

l’artista per eccellenza è l’uomo in lotta per fare della sua percezione una creazione, della sua vista una visione: e l’arte è una tecnica per realizzare, attraverso un ordinamento dell’esperienza sensibile da parte della mente, una realtà più alta di quella che può darci l’esperienza lineare non selezionata.

 

Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.

 

Pino Reggiani

La fine dell’estate

Galleria Andrè, via Giulia 175, ROMA

dal 19 maggio al 10 giugno

martedì-venerdì 11.00-13.00 e 16.00-19.30

sabato 16.00-19.30

lunedì e festivi chiuso

 


Autore: admin

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