Francesco TOZZA- BuchnerMartone… (“La morte di Danton” all’ Argentina di Roma)

 

Il collega Francesco Tozza ha assistito al debutto dello spettacolo di Martone al Politeama di Napoli.    Queste le sue note critiche

 

Il mestiere del critico

 


BUCHNER\ MARTONE

LE RIVOLUZIONI, ETERNE INCOMPIUTE

“Morte di Danton” di Georg Bűchner

trad. di AnitaRaja   regia e scene di Mario Martone  con G. Battiston (Danton), Paolo Pierobon (Robespierre). E inoltre, Lino Musella, Paolo Mazzarelli, Totò Omnis, Roberto De Francesco, Fausto Cabra, Roberto Zibetti, Mario Pirrello, Gianluigi Fogacci, Pietro Faiella,   Giovanni  Calcagno, Paolo Graziosi, Michelangelo Dalisi,  Iaia Forte, Irene Petris, Maria Roveran, ecc.

Produzione Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale   –  Di scena al Teatro della Pergola, Firenze e (da ieri) al Teatro Argentina, Roma

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Ci sono testi teatrali stupendi (di Buchner, Kleist, Puskin, ecc.) che ti prendono sin dalle prime battute e non ti lasciano più, per la loro scrittura incandescente ma contemporaneamente per la profondità dei concetti che esprimono, peraltro con pensosa semplicità e autentico calore umano; e ciò che ti sorprende è che quella profondità di pensiero, quel fuoco espressivo, fatto di incanto e disincanto al tempo stesso, di evidente fervore ma anche di inaspettata, precoce saggezza, viene da giovani scrittori che a quel livello di creatività pervennero quando da poco avevano raggiunto quel che ancora oggi si chiama la maggiore età (ma non lo è più, se non per l’anagrafe!), mentre la terribile Signora – per molti di loro – era già appostata dietro l’angolo per ghermirne l’esistenza.

Uno di questi testi è senz’altro La morte di Danton, scritto da Bűchner fra fine gennaio e inizi marzo del 1835, in appena cinque settimane, inseguito dagli sbirri della polizia tedesca per le sue idee politiche, con il manoscritto del lavoro ancora da rivedere nella tasca del giaccone: aveva appena ventitré anni (era nato nel 1813), la morte (per febbre tifoide) lo avrebbe colto due anni dopo, lasciandogli solo il tempo di scrivere una straordinaria novella (Lenz) e altri due capolavori teatrali (Leonce e Lena; Woyzeck).

Cosa rende intrigante questo primo testo di Bűchner  (forse meno visionario dei due successivi, ma con una sua complessa polifonia e peraltro una sconvolgente attualità)? E, in secondo luogo, cosa ha portato – a nostro avviso ovviamente – un ex giovane (ma non certo vecchio!) regista, affermatissimo, come Martone, a questo impegnativo incontro e, più o meno consapevolmente, con quali risultati?

Rispondere al primo quesito non è difficile: scritta dopo nemmeno quarant’anni dai fatti che ne costituiscono l’oggetto, La morte di Danton è un’amara meditazione sulla Grande Rivoluzione o, forse, su tutte le rivoluzioni e l’orribile fatalità che, attraverso esse, la storia sembra esprimere. Sapientemente emblematico risulta il confronto fra Danton e Robespierre, incarnazioni di un dilemma che il talento, nonché l’incredibile lungimiranza del drammaturgo, non avviano a definitiva soluzione, anche nelle immancabili variazioni sul tema che vengono aggiunte dagli altri partecipanti all’acuta dialettica.

Per Danton (e i suoi sodali) la Rivoluzione finisce col tradursi in un’impresa contro natura: “carro funebre della libertà”, diventa come Saturno, divora i suoi figli; il popolo, che l’ha voluta, santificando i suoi rappresentanti, finisce col comportarsi “come un bambino, vuol rompere tutto per vedere cosa c’è dentro”, non ammette più moderazione perché in essa vede solo debolezza, ammazza quindi i ritardatari e, se appare virtuoso, “non gode, perché il lavoro gli ha ottuso gli organi del godimento”! Robespierre, a sua volta, facendosi latore del “grido d’indignazione che risuona da ogni parte”, trova che la riconquista della vera natura dell’uomo (la “virtù”) è lo scopo della Rivoluzione; per realizzarlo, giustifica il “terrore”, che è emanazione della virtù stessa, “giustizia rapida, severa, inflessibile”: “punire gli oppressori è clemenza, perdonare loro è barbarie”. Non senza spasmi di metafisica,con venature già dostoevskijane, anticipando i Demoni di ieri e di oggi (più semplicisticamente definiti terroristi), finisce col paragonarsi al Cristo: “Lui ha avuto la voluttà del dolore, io il tormento del boia: Lui li ha redenti col suo sangue e io li redimo col loro. Chi ha avuto più abnegazione, io o Lui? (…) nessuno redime il prossimo con le proprie ferite”.

Ad un “messia di sangue, che sacrifica e non viene sacrificato”, anche se a prezzo di una drammatica solitudine (“Tutti se ne vanno da me e tutto è vuoto e deserto, sono solo”), non è difficile controbattere, da parte del più disincantato Danton, che la fisionomia morale dell’Incorruttibile nasconde semplicemente il gusto di trovare gli altri peggiori di sé: la vantata purezza della sua coscienza è un narcisistico specchio di fronte al quale si tormenta una scimmia, l’alibi di un “poliziotto del cielo” che fa della ghigliottina la tinozza per la biancheria sporca degli altri. Con tutta evidenza Danton si rivela un edonista più che un epicureo, come pur si dichiara, senza troppo distinguere fra vizio e virtù, anzi negandola questa distinzione, dal momento che ognuno agisce secondo la propria natura, vale a dire “fa quel che gli piace” (laddove il piacere per Epicuro era assai piccola cosa, consistendo semplicemente nell’assenza di dolore).

A questo punto è facile anche per Robespierre ribattere, pur con la retorica che ogni sostanziale puritanesimo comporta, che “in certi momenti il vizio è alto tradimento”, anche se progressivamente – dietro l’apparente cinismo dell’altro – trapela una stanchezza esistenziale solo in parte dovuta a quello che nel frattempo era diventato il dogma della rivoluzione (un’idea fissa!), determinata invece da un nihilismo di fondo: la noia per la ripetizione dell’identico, l’attesa in apparenza non più disperata della morte (“è meglio sdraiarsi dentro la terra che correrci sopra, tanto da farsi venire i calli”) perché essa è una decomposizione più semplice, mentre la vita è una decomposizione più complicata, più organizzata; l’insofferenza per le maschere sociali che si è costretti ad indossare e la contemporanea consapevolezza che dietro le maschere non ci sono che altre maschere, “perché siamo marionette tenute al filo da forze sconosciute, mentre non siamo niente, per noi stessi niente”.

Pensieri – tutti questi – di una modernità sconvolgente, “per cui non dovrebbero esserci orecchi (dice Danton a sua moglie); “non è bene che strillino già nascendo”! E invece avrebbero continuato a strillare, sempre, per tutto il secolo, ancora di più nel secolo successivo (il secolo di Pirandello e del ‘Teatro della morte’ di Kantor); strillano ancora ai nostri giorni, forse ormai inascoltati, perché non si compongono più sinfonie, ma soltanto elzeviri (per usare un’altra profetica espressione di Bűchner)!

Le rivoluzioni rivelano, dunque, la loro incompiutezza, una deriva quasi fatale. “Per quanto tempo le impronte della libertà dovranno essere delle tombe?” – si chiede un sempre più disincantato Danton, al termine di un drammatico percorso che vede lui stesso, nemico di precedenti amici, avviarsi al patibolo. E, al colmo della delusione, aggiunge icasticamente: “Voi volete pane e loro vi buttano teste! Avete sete e loro vi fanno leccare via il sangue dagli scalini della ghigliottina”! Fallito il tentativo di traghettare la rivoluzione verso forme di pacificazione sociale, l’intransigenza assoluta ha la meglio su ogni pur necessaria offerta di mediazione. Senza considerare il rischio che il nuovo caos si traduca in controrivoluzione: non a caso Lucille, nel vedere il marito (Camille Desmoulins) decapitato dalla ghigliottina, grida: “viva il re”.

Fortunatamente le rivoluzioni a sfondo politico-sociale – le vere o le uniche per molti! – non sono affatto le sole: le seguono, talvolta le accompagnano o addirittura le anticipano, quelle inerenti i linguaggi dell’arte e della comunicazione in genere, con le filosofie che le sottendono; basta, per questo, non credere alla sterilità dell’arte, del resto più volte smentita. Non è poi vero che la statua di Pigmalione – per dirla con un famoso adagio – non ha avuto figli: leggendo fino in fondo l’antico mito, si scopre che quel re di Cipro cui allude, innamoratosi della statua eburnea di Afrodite, da lui stesso scolpita, riuscì ad ottenere per lei la vita dalla dea; e dalla loro unione nacque Pafo.

Probabilmente bisogna avere il coraggio e la forza di ricreare la creazione, alimentando, anziché estinguere in sé, lo sgomento dell’identità, la noia dell’essere sempre e solo se stessi. Sarà questa l’angoscia della celebre “fissazione” pirandelliana, e non solo la sua: avvertire l’io come prigione, nella pretesa immutabilità del destino, dover essere tutti i giorni la stessa cosa, non poter seguire le infinite possibilità del pensiero, vivere per forza in una società che non si é riusciti a modificare, ripetere i gesti dei predecessori perché da quelli si discende, credere che una volta che siamo creati non possiamo più ricrearci o crearci diversi, vivere in un caos pietrificato di “idee fisse”, per la pretesa inamovibilità del reale.

Comprensibile, allora, il disgusto di un Danton per una rivoluzione che con i vari  Robespierre diventa essa stessa idea fissa, cioè morta. Pensieri, anche questi, che se non rimbalzano più alle nostre orecchie, invasero tuttavia le menti di tanti cultori e/o costruttori del nuovo, in vecchie e nuove avanguardie e nelle non poche famiglie che proliferarono in queste ultime: certo anche qui si è riproposto il dilemma incarnato, nel bel testo di Bűchner, da Danton e Robespierre: conflitto fra assoluti, uno dei quali – quello di Danton – ha perlomeno il merito di sciogliersi nel forse più proficuo tepore del disincanto.

A Martone, uno dei più lucidi esponenti di quelle ormai lontane neoavanguardie, non deve essere sfuggita la drammaticità di quel dilemma; forse è segretamente rimasto nel suo inconscio e questo incontro con Bűchner ne è magari la testimonianza, oltre che un punto di riferimento. Per la verità ci fu un altro incontro con questo autore, precisamente con il Woyzeck, nel lontano 1989: non troppo felicemente andato in porto, nonostante la buona interpretazione del compianto Vittorio Mezzogiorno (una recita – ci par di ricordare – la vedemmo allo Storchi di Modena, poi lo spettacolo quasi scomparve).

Ma erano quelli, per il regista, anni di ancora fertili dubbi: la costante riflessione sullo spazio, il felice matrimonio fra arti visive, teatro e per certi versi musica (prima di subire, più specificamente, il fascino segreto dell’opera lirica!), pur rischiando di tradursi in rigida formula estetica, obbedivano ancora ad un disegno unitario, costituivano arricchimento continuo di un’esperienza in itinere che non si voleva del tutto abbandonare, pur nell’incombente ritorno al teatro di parola. Poi (per riprendere appena un discorso già altre volte accennato) le scelte si sono fatte meno ambigue, più nette e chiare: l’ingresso nell’ufficialità dell’establishment teatrale ha segnato la vittoria del principio di realtà, ma anche l’abbandono di preziosi fermenti, che senza dubbio avrebbero prodotto ulteriori, felici esperienze. “Sono un’anima sognante ma con i piedi per terra” – avrebbe detto il regista in un’ intervista del luglio 2011, e ancora: “sento il bisogno di cambiare, di mettere in discussione quello che è sicuro” (l’insofferenza di Danton alle idee fisse?).

Certo la sperimentazione non poteva durare in eterno (per la contradizion che nol consente), divenire un assoluto, come forse ha rischiato di diventare, ghigliottinando altre felici esperienze; ma anche la tradizione, come ricordava Mahler, deve significare “custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.

Dello spettacolo di Martone/Danton cosa prende, o comunque cosa resta? Fondamentalmente quei cinque sipari rossi che si aprono e chiudono come lame di ghigliottina (se ne sente anche il sinistro rumore), svelando e nascondendo, in definitiva scandendo, con ritmo quasi cinematografico (la settima arte resta il grande amore del regista!), il flusso dialogico di un bel testo (correttamente recitato da uno stuolo di bravi attori): stranamente quasi senza tagli o auspicabili sottolineature, invano attese per una più pregnante resa scenica. Un testo di per sé splendido (lo ripetiamo) che comunque, una volta tornati a casa, ci si affretta ad andare a rileggere, magari per meglio riflettere su alcuni suoi momenti, anche su battute spesso blasfeme o giovanilmente oscene,  così meglio gustandone la valenza simbolica, come per es. laddove Danton dichiara: ”C’è differenza se davanti alle nostre vergogne appendiamo foglie d’alloro, corone di rose o di pampini, oppure se le portiamo scoperte e ce le facciamo leccare dai cani?”.

Sinceramente, però, “Noi credevamo” che dal teatro ci si potesse aspettare di più.

Autore: admin

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