Cinzia BALDAZZI – “Amore e sesso al tempo degli Etruschi” (un libro di Claudio Lattanzi per Intermedia Edizioni)


Scaffale

 

AMORE E SESSO AL TEMPO DEGLI ETRUSCHI. UN LIBRO DI CLAUDIO LATTANZI



Eros e sentimento nella civiltà etrusca a confronto con il mondo greco-romano. Uno studio di Claudio Lattanzi per Intermedia Edizioni.


Percorrendo le colline toscane, le pianure concilianti della Maremma, ora occupate da edilizia moderna, ammirando le gole tufacee dell’alto Lazio, o il monte Amiata, magari in virtù di un immaginario familiare accade di riconoscere, in un ambiente assai diversificato, la remota unità densa di elementi etnici e culturali condivisi designata dai contemporanei “Tyrrhenia” o “Etruria”. Ai suoi protagonisti, Etruschi o Tirreni o Rasenna (così si chiamavano loro), e al modus vivendi, è rivolto il libro di Claudio Lattanzi Amore e sesso al tempo degli Etruschi, dedicato in via privilegiata a illustrarne l’amore e i costumi erotici (il lungo saggio è stato da poco pubblicato dalla meritoria casa editrice Intermedia di Orvieto, di cui Lattanzi è co-titolare con Isabella Gambini).

Sulla copertina, nel sottotitolo, è giustamente precisato come il tema del testo sia comprensivo di un interesse specifico riservato a una profonda analisi del «Maschile e Femminile nella civiltà dei Tirreni, dei Greci e dei Romani». La ritengo un’ottima opportunità per chi nutre confidenza con l’argomento, oppure ne custodisce un sommario apparato critico scolastico, di riflettere su un antichissimo popolo il quale ha lasciato ai posteri oggetti e opere d’arte di eccellente beltà.

Da parte mia, avendo apprezzato da anni, uno per tutti, il dipinto parietale che dà il nome alla Tomba della Fustigazione a Tarquinia – riportato nella parte iniziale del volume di Lattanzi – sono sempre rimasta stupita di tanto “osare artistico”, anche, ma non solo, tenendo presente la datazione intorno al V secolo a.C. Una camera ospita due uomini in piedi ritratti a colpire, con una verga, una giovane intenta in un atto di eros orale a un personaggio, mentre l’altro la sodomizza. Nell’ampio sepolcro sono collocati eventi di danza e di musica: sull’insieme incombono tre imponenti finte porte colorate di rosso a rammentare la vita dell’aldilà. Senza dubbio, il cosiddetto fustigare raffigurato e la scena in sé acquistano potenti caratteristiche rituali: il bastoncino nudo simboleggia l’organo sessuale maschile e al tempo stesso l’albero privo delle foglie, rigogliose invece sulla testa dell’uomo impegnato a possedere la donna da dietro.

Tarquinia, Tomba della fustigazione

L’affresco sembra rinviare al materiale iconografico riferito alle stagioni, alla ricomparsa della “media stagione” di rinascita dopo la morte invernale, alla ripresa assicurata dall’energia corporale primigenia. Già da studentessa ho pensato fosse straordinario un universo evocativo ricco e svincolato da tabù e condizionamenti fuorvianti, e sono d’accordo con il suggerimento di Katia Maurelli, nella prefazione allo studio di Lattanzi, di cogliere nel complesso considerato il messaggio progressivo di «socialità “altra” in cui collettività umane si organizzarono su principi di convivialità, bellezza, senso del sacro, rispetto delle differenze e conoscenza dei cicli della natura».

Gli Etruschi furono gente dell’antica Italia di ceppo linguistico non indoeuropeo e di provenienza incerta, cresciuti in un’area denominata Etruria: da uno spazio corrispondente all’incirca all’attuale Toscana si espansero, in seguito, a nord del settore padano (oggi Emilia-Romagna, Lombardia sud-orientale e una fascia del Veneto meridionale) e verso sud fino alla Campania. Tarconte e Tarquinia sono ritenute “responsabili” anche degli albori delle dodici unità di insediamento etrusco-padano. Un ulteriore indirizzo di ricerca attribuisce la nascita di Bologna e Mantova ad Acnus, erede di Aulestes, re di Perugia. In effetti, sul territorio campano le notizie sono meno sistematiche dei documenti sulla Padania: ciò dipende, magari, dalla sorte di una più tardiva caduta del dominio dei Rasenna nel centro-nord, insieme all’importanza ben “amministrata” da tali patrimoni mitologici e realistici nelle articolate suggestioni tipiche della “regione” cisalpina. Virgilio, non dimentichiamolo, figlio di un agricoltore di Mantova, una volta etrusca, ed egli stesso di pretesa discendenza dai Tirreni, nell’Eneide ne ribadisce validità e prestigio.

Del resto lo storico Tito Livio, della venetica Padova, offre numerosi particolari sulla dodecapoli (ossia la lega a carattere sacro dei già citati dodici nuclei urbani) costruite in località padane, accanto a cronache note dettagliate sull’origine dei Reti. L’iter singolare dei Rasenna ebbe una solida influenza su Roma, fondendosi con essa a conclusione del I secolo a.C. Un analogo e lungo cammino di comprensione culturale ebbe inizio con la data della conquista di Veio condotta a termine dai Romani nel 396 a.C.

Tuttavia, un simile processo è campo euristico di un interpretare variegato poiché, pur essendo passati «oltre duemila e seicento anni da quando la civiltà etrusca raggiunse l’apogeo della propria potenza nella penisola italica», lo sostiene l’autore e saggista Lattanzi, «tanti aspetti di questo popolo che ha suscitato interesse e fascino in ogni epoca continuano ad essere ancora sfuggenti». L’atmosfera misteriosa relativa alla grande Etruria pare, infatti, sia il frutto di molti principi, complici nell’inquinare il nostro apprendere gli indizi basilari, le consuetudini private e ufficiali dei progenitori Tirreni.

Tarquinia, Tomba dei Tori

Forse è la mancanza di fonti dirette, aggravata dalla difficoltà di decifrarne al completo la lingua, a costringere il ricorso a informatori sovente propensi a tramandarne un’immagine alterata: sia compiacendo uno strumentale e del tutto probabile imporsi di opinioni antagoniste, sia per l’obbiettivo rischio di equivocarne le inusuali abitudini e gli insoliti valori morali. Quindi, chiarisce sempre Lattanzi, «ognuno ha finito per vedere ciò che preferiva o che gli faceva più comodo» causando, anche nel percepire l’amore e il sesso, una versione «influenzata da questa schizofrenia di interpretazione» con le radici nell’antichità, quando si consolidò «la fama degli Etruschi come gente dissoluta».

Di certo, ciascuna etnìa vuole esercitare un controllo della libido in sé (sebbene possa coincidere, all’apparenza, con un suo opposto), giudicato necessario allo scopo di ottenere un adeguato predisporsi strutturale e militare delle istituzioni. Non è casuale come, in epoche lontane, le pratiche dell’eros dei Tirreni suscitassero ripetute circostanze per recriminarle e stigmatizzarle in specie nei soggetti di matrice culturale latina o greca. Risulta evidente la misura in cui l’emancipazione femminile nella comunità etrusca e la libertà di costumi rivelino alcuni sfumati segnali dell’Occidente successivo: ma l’etica riconosciuta dai Rasenna è pur sempre collocata in un’ottica piuttosto incline a diffamarla, a denigrarla, da parte delle civiltà di allora, in primis quella ellenica, tanto da far collimare il vocabolo “etrusca” con il significato di “etèra”.

Addirittura, nel IV sec. a.C. un retore, allievo dell’ateniese Isocrate, vicino a Filippo il Macedone, scrisse, al loro riguardo, come fossero protagonisti di un’assoluta e vergognosa promiscuità: contatti “carnali” di gruppo, paternità indistinta, mogli bevitrici sedute accanto al primo venuto durante il convito, nudità, rapporti sessuali in pubblico, un frequente esibizionismo pur di natura composita. Nonostante l’Etruria fosse «caratterizzata da una forte stratificazione sociale e da una schematica divisione», spiega l’autore, «tra ceto dominante e schiavi, costante per tutti i dieci secoli di storia etrusca (…) il bipolarismo nobiltà-servitù fu però molto meno schematico di quanto si potesse pensare». Ne sono prova le reiterate ribellioni dei sottomessi – spesso stroncate con lo spargimento di sangue, ad Arezzo e a Orvieto nel 264 a.C. – sintomo di un contesto generale di dinamiche collettive pervase di un’inquietudine coinvolgente: è esattamente qui che la donna ha goduto di un’autonomia e di un credito inediti nell’antichità.

Di sicuro la lettura dell’opera, con l’osservare rigoroso di Claudio Lattanzi, personalizzato e documentato, ha motivato e reso salda un’opinione iniziale e precaria nutrita sin da ragazza sugli inquieti Etruschi e le rispettive “compagne”, le quali, al contrario delle abitanti dell’eccelsa Ellade, non erano chiuse in casa, perché libere – è ovvio, in senso relativo – e oggetto di stima nella società; e l’amore matrimoniale, affettuoso e costruttivo, risultava il desiderio prevalente come, appunto, è dimostrato dai vari reperti e dal patrimonio della scultura funeraria.

Museo Etrusco, Sarcofago degli Sposi

Sono sempre stata colpita anche dalla cura riservata al trucco e alle vesti, tipiche delle affascinanti immagini femminili protagoniste di feste e simposi, con consorti a volte non presenti: nel Sarcofago degli Sposi, terracotta del VI secolo a.C., ammiriamo gli sposi distesi, in un atteggiamento aristocratico, su un “talamo” simultaneamente considerato “tavolo”, quasi celebrassero un banchetto. Gli affreschi erotici nelle tombe sembra fossero riferiti a materiale connesso a ritualità mitiche, e i coperchi  e le lastre dei sarcofagi testimoniavano l’intima dolcezza, gioiosa e struggente, della passione coniugale, giudicata una totalità esaustiva. Il tutto legato a religiosità ancestrali, a una visione integrale (meglio «olistica», precisa Lattanzi) innescata da un saldo rapporto tra uomo e natura, nemico dell’alterità tra corpo e spirito, profano e sacrale. Una notevole occasione per riflettere al proposito è il tema della prostituzione sacra, ossia favorire l’esercizio dell’attività dell’eros in un luogo eletto, o forma di pertinenza solenne essa stessa.

Quando, tra i moderni, predominerà una morale antagonista, discriminatrice della sessualità non repressa (espressione di peccato), la causa è giusto rintracciarla, in gran parte, nell’eredità della tendenza sessuofobica e misogina coltivata dai padri della Chiesa, tra i quali ricordiamo san Paolo (nel I secolo d.C.), Tertulliano e san Gerolamo. E se è emerso un simile concetto, ciò è accaduto nella fase calante dell’impero romano, con commenti arbitrari sulla parola di Gesù, forse per via della gigantesca dispersione di conoscenza culturale seguita al crollo del mondo classico, effetto delle cosiddette “invasioni barbariche”.

Per concludere, almeno cinquecento anni prima dell’avvento prestigioso dei teologi della Patristica e del significativo ascendente applicato sul nesso inscindibile tra vizio e piacere – forti del terreno sperimentato dallo Stoicismo e dallo specifico richiamo alla virtù e alla temperanza – «i Rasenna vivevano questo aspetto della vita», conclude Lattanzi, «secondo una concezione naturalistica che oggi si fatica anche ad immaginare».


Claudio Lattanzi

Amore e sesso al tempo degli Etruschi

Maschile e femminile nella civiltà dei Tirreni, dei Greci e dei Romani

Orvieto, Intermedia Edizioni, 2017, p. 116, € 11,00

 

Autore: admin

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