Cinzia BALDAZZI – Cicerone e Catilina: giustizia sommaria o democrazia reale? (“Toga e spada” di F. Sargentini e E. Agalbato – L’Attico, Roma)

 

Il mestiere del critico


TOGA E SPADA: CICERONE CONTRO CATILINA.

GIUSTIZIA SOMMARIA O DEMOCRAZIA REALE? – L’ATTICO, ROMA.



Tra cinema e teatro, filmati e performance dal vivo, lo spettacolo di Sargentini e Agalbato sintetizza lo scontro tra il famoso avvocato e lo spregiudicato cospiratore – Alla galleria L’Attico, Roma.


Assistere a spettacoli di performance drammatiche non definibili in genere “teatrali” (negli ultimi decenni di cultura occidentale, per evitare categorie imprecise), prender parte, insomma, a mise-en-scène in luoghi deputati o meno, ha sempre significato per me celebrare un mondo “a venire” anche se i soggetti o i copioni risalivano al passato, o ne erano un parziale e positivo attualizzarsi. Ciononostante, una simile emotività non era mai stata tanto evidente come quando, in un bell’interno della galleria L’Attico in via del Paradiso, a Roma (nello splendido tridente di largo Argentina, piazza Navona e Campo de’ Fiori), ho sentito l’attore Gabriele Parrillo, in una lunga toga bianca, affermare con enfasi: «O tempora! O mores! ». E poi continuare: «Il Senato conosce l’affare, il console lo vede, ma lui è vivo. È vivo? Addirittura si presenta in Senato, indica e marchia con lo sguardo chi ha destinato alla morte. E noi, uomini di coraggio, crediamo di fare abbastanza per lo Stato se riusciamo a schivare i pugnali di un pazzo! A morte, Catilina, già da tempo dovevamo condannarti per ordine del console e ritorcerti addosso la rovina che da tempo prepari contro noi tutti!».

Ebbene sì, invitata in un gruppo raccolto di trenta persone a una replica di Toga e Spada. Cicerone contro Catilina, era opportuno fossi pronta ad ascoltare la famosa frase della principale delle quattro orazioni ciceroniane Catilinariae (63 a.C). La pièce, ideata e curata nella regia da Elsa Agalbato e Fabio Sargentini, è dedicata, appunto, al doloroso periodo di civiltà latina occupato dalla ribellione, e conseguente guerra fratricida, scatenata da quell’audace patrizio impoverito di origine sillana (interpretato da Francesco Biscione), ucciso in battaglia sulla piana denominata Ager Pisternensis dall’esercito romano comandato da Marco Petreio. Eppure, chissà, in quei momenti sono quasi tornata indietro di circa mezzo secolo nella realtà, di oltre duemila anni nella fantasia, tra i banchi, nelle aule universitarie, tra migliaia di studenti concreti o immaginari, a riflettere su chi fosse, in fin dei conti, nel giusto: il neo vincitore della carica consolare, Marco Tullio Cicerone, l’homo novus di Arpino appoggiato dalla nobiltà coalizzata nel ceto equestre? o magari Lucio Sergio Catilina, militare e senatore decaduto erede dell’antica stirpe dei Sergi più tardi collegata da Virgilio alla famiglia da un antenato importante, Sergesto, giunto in Italia da Troia insieme a Enea?

La storia, forse perché complessa e non univoca nell’intreccio, è dotata di un paio di distinte location, una coppia di spazi limitrofi, piccoli ambienti provvisti di sedili a gradinate: in una è accomodato il pubblico, con uno schermo situato di fronte, e al centro un praticabile nero a mo’ di pulpito. Nella stanza attigua, comunicante attraverso una porta sulla parete di destra, è ospitato il Senato romano, con la vicenda svolta dal vivo dagli interpreti, ispirati nell’indossare candide toghe nei panni di Cicerone e Catilina. Dinanzi a loro sono collocate sagome di cartone con le fattezze di Marco Licinio Crasso (Quirito di ingente disponibilità economica), Gaio Giulio Cesare (in ascesa per popolarità, con la voce di Guglielmo Gigliotti), e Marco Porcio Catone Uticense (apprezzato scrittore e generale, plebeo di nascita, che “parla” grazie a Fabio Sargentini). Seguiamo sul telone della prima sala, in proiezione diretta, quanto sta avvenendo nel locale adiacente, dove si fronteggiano gli acerrimi nemici: talora accostandosi allo stipite e permettendo di intravederli, o inoltrandosi negli scranni senatoriali ed eclissandosi del tutto, facendone solo intendere le battute ben amplificate.

Il tema del complotto ordito dall’intrepido discendente di dinastia troiana – un tentativo di sovvertire l’oligarchia – ha interessato Sargentini per due aspetti: «Il primo è quello della supremazia della legge sulle armi: “cedant arma togae”, sono le parole di Cicerone», ovvero “che le armi lascino il posto alla toga del magistrato”. «È questo principio la base etica della convivenza civile», prosegue Sargentini, «e da sempre differenzia la Repubblica dalla dittatura. Il secondo è la “bella morte”, cui si votano i soldati di Catilina. Molti di loro, appreso il fallimento della congiura, abbandonano il campo» pur rimanendo, a suo fianco, in tremila, a rischio di annientamento. L’ostinato Lucio Sergio, propenso al sacrificio estremo, possiede un carisma oscuro: diviene paladino della plebe, fa leva sul malcontento diffuso, trama per sopprimere gli antagonisti poiché, avendo perso le elezioni consolari, per conquistare il potere non intuisce rimedio se non ricorrere all’aggressione violenta.

Il racconto di Toga e spada ricava così, dalla coppia di segnali di richiamo spiegati dall’autore, un livello binario tecnico-strutturale specifico e singolare nel rappresentarsi: spesso, infatti, per favorire tale orizzonte polisenso, introduce spazio per filmati di repertorio, sceneggiati tv e documentari, mescolati a eventi girati utilizzando appropriati scorci marmorei, colonne e scalinate, della Capitale odierna. Assai emozionanti le sequenze del conflitto e, al termine, la lenta panoramica sulla tragica carneficina di corpi uno accanto all’altro, come adagiati a nascondere il suolo insanguinato della guerra fratricida. Sono d’accordo con Sargentini quando afferma, in virtù di simile scelta, di rendere possibile «una doppia percezione da parte dello spettatore: sullo schermo si moltiplicano i punti di vista, e nello stesso tempo, attraverso lo spiraglio della porta persiste, sia pure parziale, l’hic et nunc, il qui e ora caposaldo irrinunciabile del teatro».

Lo spettacolo dal vivo

Cosa pensare di Cicerone? Discendente di una famiglia benestante di Arpino, fu nominato console nel 63 a.C.. Rammento ancora l’opera con l’intero programma della campagna elettorale, attribuita al fratello Quinto (intitolata Commentariolum petitionis) ma, secondo alcuni critici, scritta di suo pugno. In un calcolato gioco strategico, finanziario e militare, il geniale oratore e ambizioso uomo politico ebbe la meglio assieme al patrizio Gaio Antonio Ibrida, zio di Marco Antonio, futuro triumviro e già acerrimo nemico, querelato dall’Arpinate per essere collusore del temuto Lucio Sergio Catilina. La fiducia prestata al brillante candidato dalla classe degli equites (o cavalieri) fu compensata, sin dagli inizi, con quattro arringhe (De lege agraria) contro l’ipotesi di redistribuzione delle terre avanzata dal tribuno Publio Servilio Rullonella (e per questo citate da Fabio Sargentini ed Elsa Agalbato: a lei dobbiamo, inoltre, la persuasiva voce recitante fuori campo).

Intenso, in particolare, appare il ruolo dell’illustre avvocato, impersonato in Toga e spada dall’attore Gabriele Parrillo, evitando ogni ingombrante retorica accademica quando, avendo saputo della pericolosa insidia (grazie alla soffiata di Fulvia – animata dalla bella e giovane attrice Sonia Andresano – amante del congiurato Quinto Curio), riesce a far promulgare un senatus consultum ultimum de re publica defendenda (“decisione del Senato per la difesa dello Stato”): cioè un provvedimento adeguato a circostanze gravissime, all’altezza di elargire poteri speciali ai consoli. In seguito, sfuggito a un attentato per mano dei cospiratori, Cicerone convocò l’assemblea nel Tempio di Giove Statore e proclamò una fremente accusa nota come Prima Catilinaria, dal celebre incipit «Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?» (“Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”).

Avvalendosi della complicità di delegati inviati dai Galli Allobrogi, vennero trascinati in Senato anche i congiurati Lentulo e Cetego: gli ambasciatori, al cospetto loro, dai quali avevano avuto i documenti dove erano promessi grandi vantaggi se avessero appoggiato la causa degli insorti, furono arrestati in modo non regolare e delle carte incriminate si impadronì Cicerone. Toga e spada sintetizza magistralmente, in pochi gesti e battute, l’impetuoso dibattito scatenato nello stabilire il castigo da infliggere: Giulio Cesare, dopo la proposta di tanti di applicare il verdetto fatale, manifestò, al contrario, una certa clemenza, consigliando di comminare agli imputati il confino e la confisca dei beni. L’opinione di Cesare, futura vittima di uno dei più celebri omicidi politici della storia occidentale, destò scalpore, ridotta in minoranza solo quando Catone il Giovane (ossia l’Uticense) incitò con veemenza a sopprimere i colpevoli. Essi furono quindi giustiziati nel carcere Mamertino e, apparso nel Foro, Cicerone ne annunziò la sorte con la sentenza «Vixerunt» (“Vissero”), perché era considerato di cattivo auspicio declinare il vocabolo “morte” o coniugare la voce verbale “morire” (ed espressioni di significato affine come “sono deceduti”).

Cicerone e Catilina in Senato

Grazie al ruolo svolto nel reprimere la congiura, ottenne una fama incredibile, di pater patriae (titolo “decretato”, quasi dopo Romolo fosse un secondo fondatore della Civitas). Nonostante ciò, aver autorizzato la condanna degli accusati non acconsentendo loro di godere del diritto della provocatio ad populum (ovvero l’appello al tribunale del popolo, in grado di commutare la pena suprema in detentiva) avrebbe comportato, negli anni successivi, esiti disastrosi. Vantandosi, se aveva occasione, di aver difeso con coraggio l’integrità dello Stato, Cicerone era impegnatissimo a mantenere in vita nella romanità la filosofia greca, assicurando un continuum affascinante della cultura europea globale: nessuno dei filoellenici in quella cerchia è riuscito a raggiungerlo nella profondità analitica. Narrano fosse simpatico, capace di un’intelligenza dinamica sui generis. È significativa la testimonianza di Sant’Agostino: l’allontanamento del futuro vescovo dagli interessi e dagli studi superficiali della gioventù, e l’esordio di una severa riflessione, è coinciso con la lettura dell’Hortensius ciceroniano sul Protettico di Aristotele; senza dimenticare che una notizia conservata da Cicerone, intorno alla ricerca sul sistema eliocentrico ultimata dalla Scuola di Platone, rafforzò Copernico nella persuasione di aver compiuto una scoperta veritiera.

Allorché, nel 63 a.C., era apparso a Campo Marzio indossando una corazza sotto la veste di avvocato, essendo sfuggito, la sera precedente, a un agguato, era divenuta chiara la scelta di comunicare i messaggi voluti non risparmiando mezzi ed “effetti speciali” per richiamare l’attenzione di tutti gli onesti. Disegno simbolico da cogliersi al completo, in quanto, dirà più tardi, un ipotetico killer avrebbe mirato alla gola e al capo: quadro verosimile dell’attacco brutale da parte dei sicari fidati di Marco Antonio di lì a un ventennio. L’attore Parrillo, dinanzi a noi, in voce originale o doppiata, è proprio il Cicerone nei cui scritti lo Status romano acquista coscienza di sé e le forze spirituali sono efficaci all’educarsi, e quindi all’etica, accanto al percepire il grande e il bello, in qualsiasi finezza dei rapporti sociali e privati, nell’abbandono conscio all’alternarsi di strofe dense di humanitas. Lucio Anneo Seneca, egregio fautore dello stoicismo, commentando la dissolutezza di costumi e morale, affermerà: «Tuis verbis, Cicero, utendum est: O tempora! O mores!» (“Dobbiamo usare le tue parole o Cicerone: O tempi! O costumi!”).

Marco Porcio Catone detto l’Uticense

Nell’apprezzare le immagini girate o animate a poca distanza dalla platea, comprendo sempre meglio lo stile appassionato, minaccioso, ricco di pathos, di questo discorso articolato in una “prosopopea”, cioè un personificarsi nella patria, chiamata a dialogare con Catilina il traditore e utilizzando toni di aspro biasimo. Toga e spada fa riflettere sulla vicenda grazie alla “diretta” dal Senato, paragonabile oggi alle riprese riservate ai giornalisti politici nel Parlamento italiano, confinati in un salone munito di telecamere a circuito chiuso collegate live con l’aula del dibattito. Qui, negli spazi dell’Attico, agiscono due macchine Full HD tra loro indipendenti: una non presidiata, piazzata su un treppiede e governata da remoto, a inquadrare i sedili e i profili disegnati dei protagonisti; l’altra a mano, sulla spalla di un operatore, per garantire i primi piani ed effettuare campi e controcampi con rapidi spostamenti di obiettivo.

Appena ventenne, Catilina fu seguace di Strabone nella lotta dellUrbe contro i municipia (le comunità italiche coalizzate). Conosce Cicerone e Pompeo, mentre, nell’88 a.C., figura tra i fedeli del console Silla, militando in Asia nel conflitto con Mitridate VI. Gli storici di allora lo ritraggono individuo depravato, indegno e assai malvagio (pur impavido e vigoroso), in una misura da rendere legittimo dubitare della serenità di giudizio. Fin dall’età studentesca, dell’inquietante sovversivo accoglievo una sorta di “leggenda nera” nella quale (in aggiunta agli omicidi e alla cospirazione) risulterebbe reo di incesto e di violenza sessuale a una vestale. Nell’84, inoltre, Silla, alleato degli optimates (i nobili), rientra in città per osteggiare i nemici populares nella Guerra civile in atto: Catilina, essendone un sostenitore, uccide persino il cognato Marco Mario Gratidiano, torturato e decapitato (sulla tomba di Quinto Lutazio Catulo), gettando la testa ai piedi del dittatore Silla. Benché non sia una latinista, ho memoria di numerosi racconti analoghi, con eventi paralleli, delineati in qualità di sacrificio tipico dell’epoca arcaica, in cui – in distinte versioni, ad esempio quella di Cassio Dione, di tre secoli posteriore – il perturbante Lucio Sergio sarebbe colpevole addirittura di cannibalismo.

Crasso, Cesare e Catone

Le battaglie provocarono catastrofi e miseria in una larga zona del territorio italico, con località devastate, com’è il caso di Forlì (Forum Livii), schierata con Mario: per sanare il danno subito, furono necessari decenni, con la messa al bando, inoltre, dei nemici debellati. Nondimeno, i commenti ostili, in parte arbitrari, su tale figura tormentata, non dovrebbero causare sorprese, perché anatemi e attacchi comparabili, rivolti a screditare il personaggio, sarebbero stati lanciati molto dopo a carico di imperatori odiati dal Senato: Caligola, Nerone, Tiberio, Commodo. Nonostante, in una fitta rete di imputazioni, fosse assolto nei processi affrontati, ciò ebbe l’effetto di rallentarne la carriera politica. Ma quando vedo e ascolto Francesco Biscione animarlo dal vivo, arringare l’esercito mentre, nell’oscurità di una minuscola sala cinematografica, alle sue spalle scorre un filmato che lo mostra in simultanea, infine parlare della povertà della plebe desiderosa di giusti cambiamenti, ebbene, non riesco a maturare una completa e salda critica negativa a suo riguardo.

Di nuovo fuori, in strada, per coltivare idealmente in me stessa l’eco dell’atmosfera evocativa di Toga e spada, acuta e penetrante, curata nella scenografia e originale nell’allestimento artistico, ho pensato a uno dei più divertenti brani di Cicerone: l’atto di difesa Pro Murena, scritto – tra la prima e la seconda Catilinaria – per respingere una denuncia di corruzione ricevuta da Lucio Licinio Morena, console designato per l’anno successivo e considerato ottimo prosecutore di un solido sostegno della classe senatoria ed equestre. Ironico e incline allo scherzo, Cicerone smitizza il vuoto formulario giudiziario proprio dell’accusatore Servio Suspicio Rufo (sorretto dal prestigio di Catone in persona), valutando le glorie militari di Murena un contributo maggiore per lo Stato di ogni anacronistico rigorismo. Prendendo in giro con garbo un simile atteggiamento intellettuale di Servio e Catone – pur stimandoli con sincerità – proponeva un modus vivendi in cui il rispetto per il mos maiorum (“costume degli antenati”) è contemperato da un certo “addolcimento” dei costumi, di apertura lecita e onesta alle gioie della vita, ormai frequenti negli standard sociali diffusi di una Roma avviata all’età imperiale.

Suppongo l’abbiano tenuta a mente e apprezzata, nell’eccellente messaggio, anche gli autori di questo spettacolo, poiché il loro Cicerone è veramente conforme a tutto ciò.

 

 

Autore: admin

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