Maurizio TANCREDI – Le aperture di “Cinemasessanta” (in ricordo di Mino Argentieri)

 

La memoria

 


 

LE APERTURE DI “CINEMASESSANTA”: RICORDO DI MINO ARGENTIERI

Mino Argenteri in un ritratto di Lorenza Mazzetti


Mino Argentieri e “Cinemasessanta”: giovani, deriva culturale ed aperture estetiche


Ho conosciuto Mino Argentieri quando ero molto giovane, poco più che ventenne e con il disperato bisogno di “pubblicare”. Collaborai con la sua rivista per alcuni anni, poi mi staccai progressivamente dagli studi cinematografici, non perché per me avessero perso di interesse ma perché non si può far tutto bene ed è meglio allora scegliere solo alcuni campi sui quali scrivere e lasciare gli altri alle proprie private passioni. “Cinemasessanta”, la rivista di cinema che dirigeva, era, all’epoca (la seconda metà degli anni ’70), ancora l’erede di una tradizione d’interesse e d’impegno del PCI per lo studio e la diffusione del buon cinema. Ma la forbice si stava aprendo, e non tanto perché c’erano altre riviste cinematografiche importanti, da “Ombre Rosse” a “Filmcritica”, ma perché già allora c’erano dei segnali sulla perdita d’indirizzo culturale del partito.

Intendiamoci, non è che fosse negativo che sulle colonne di “Cinemasessanta” non si parlasse più soltanto di neorealismo, di cinema sovietico o di cinema del Terzo Mondo, ma che non si stesse sviluppando un dialogo con le nuove estetiche e con le forme cinematografiche che le esprimevano. Così si parlava di Michael Cimino, di John Milius o del nuovo cinema tedesco, ma lo si faceva con linguaggi ed ermeneutiche diverse da quelle che proprio su “Cinemasessanta” si erano costruite e sviluppate. L’incrinatura poteva essere avvertita nelle differenze di stile e di scelte ma Argentieri non era uomo da trincerarsi dietro una linea critica che poteva sorreggere alcune cose e non altre. La sua logica era piuttosto quella del “intanto parliamone e poi vediamo cosa succede”.

A differenza di “Filmcritica”, che restava ancorata a un linguaggio strutturalista localmente fin troppo criptico e a scelte talvolta provocatorie che andavano da Glauber Rocha ai fratelli Vanzina, “Cinemasessanta” tentava di far rientrare in un quadro unitario le tante voci e i tanti modelli interpretativi che si intrecciavano  in quegli anni nel dibattito cinematografico. Se la linea storicistico-critica, che era quella che si era costruita sull’analisi dei temi ‘storici’ della rivista, era veramente efficace, se effettivamente era capace di dire qualcosa di importante sul rapporto tra cinema e società, allora era anche capace di affrontare altri temi, come quello delle avanguardie, delle nuove tecniche di ripresa video, del tramonto degli schemi rigidi dei ‘generi’ a favore di ibridi che talvolta potevano sembrare inquietanti ma che, comunque, esprimevano un’epoca di cambiamento.

Se “Cinemasessenta” avesse avuto alle spalle riviste come “Il Contemporaneo” e quotidiani come “l’Unità”, probabilmente avrebbe potuto ben assolvere la funzione di laboratorio critico nel quale sperimentare nuove forme di analisi, sollecitate dalle proposte che in quegli anni venivano da tanti festival sul nuovo cinema, da Pesaro a San Sebastian. Faccio un esempio per capirci meglio: la questione del western. Che poi alla fine degli anni ’70 non era nemmeno una cosa nuovissima: Sergio Leone aveva girato già i suoi capolavori, gli spaghetti-western-pallidi epigoni, ma che Argentieri invitava a guardare con attenzione poiché proprio nella loro scarna struttura si potevano cogliere gli elementi di “consumo di un linguaggio” –  erano ancora in cartellone, non solo negli oratori e nei cinema di periferia – come un “linguaggio globale” che continuammo ad esportare per buona parte degli anni ’80.

Registi americani come Sam Peckinpah o Arthur Penn costruivano sul western una nuova epica. Era necessario ricostruire le ermeneutiche di questo genere, fissate dieci-quindici anni prima dai “Cahiérs du Cinema” e in Italia da studiosi come Tullio Kezich. Argentieri il dibattito lo aprì e lo sviluppò, utilizzando soprattutto i collaboratori più giovani – come Cinzia, Claudio o me – e discutendo a lungo con loro; ricordo la sua perplessità sull’idea di una “epica senza etica” che traspariva da film come Mucchio Selvaggio di Peckinpah. Diceva che quando l’etica non sembra esserci in realtà c’è, ed è un’etica nichilista che finisce per produrre solo gesti inutili («inutili quand’anche vincessero”, avrebbe detto Italo Calvino, “eroici furori che non cambiano le cose così che fra dieci o cento anni ci ritroveremmo così, con la stessa violenza, ma loro per continuarla, noi per redimercene»).

Capiva che per una generazione come quella degli “anni di piombo” l’epica dovesse apparire di necessità fine a se stessa. Un’«estetizzazione della violenza», come ebbe a dire, e aveva ragione al punto che i lunghi spolverini e i camperos divennero i simboli della Banda Bellini come pure dei neofascisti; ma un’estetizzazione che chiedeva di essere decodificata e che l’analisi  filmica non sarebbe bastata a spiegare. Sarebbe dovuta intervenire una chiave di lettura antropologica che però, all’epoca, seppure ne eravamo coscienti, non ci sembrava adeguata. Per questo “Cinemasessanta” non poteva bastare. Ha continuato fino all’ultimo a indicare una strada fondata sull’eclettismo metodologico e sulla riflessione del rapporto tra prodotto artistico e società che lo genera e che si riconosce in esso.

Ma intanto era proprio il partito di cui era figlia che se ne stava andando, in una lenta deriva, da un’altra parte. L’egemonia culturale che la sinistra aveva avuto dal dopoguerra agli anni ’70 si sgretolò sotto i colpi della liberalizzazione delle emittenze e dei teatrini del drive in. Anche lì si sarebbe potuto riflettere. Nel 1982, Argentieri spingeva perché si analizzassero le telenovelas che dal centro e sud America cominciavano ad arrivare; ma  gli spazi dove questo dibattito avrebbe potuto trovare eco cominciavano a rarefarsi. La ricerca culturale stava inesorabilmente mutandosi in moda, e coloro che intendevano ancora perseguirla si trovavano nella scomoda posizione di gridare in un deserto sempre più sconfortante.

Tuttavia questo non avvenne in un giorno. Ci è voluto oltre il ventennio perché  una struttura culturale che si era costruita tra la Resistenza e gli anni ’80 collassasse. E quelli della mia generazione non furono certo solo impotenti testimoni del collasso. Quanto ne fossimo corresponsabili, quanto fossimo consapevoli di questa disgregazione e quanto e se avessimo tentato di arginarla non è, credo, cosa che possiamo dire noi.

Spetta a quelli che stanno venendo dopo e che sembrano aver fatto proprio quell’eclettismo critico che ci riusciva così difficile da attuare. È merito loro se stanno fiorendo nuove stimolanti direzioni di ricerca, da quelle sulle nuove mitologie a quelle sulle strutture dei serial televisivi a tante altre cose. Argentieri di queste direzioni di studio parlava già trent’anni fa: vederle realizzarsi dev’essere stato bello nei suoi ultimi anni.

Autore: admin

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