Vito LO MONACO- La memoria. Per Pio La Torre, a 35 anni dall’omicidio di mafia


La memoria*



PER PIO LA TORRE

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A 35 anni dall’omicidio di mafia

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Saluto e ringrazio tutti i presenti: il Presidente della Repubblica; la ministra del Miur; la Presidente della Commissione Antimafia; le autorità politiche, civili, militari e religiose; Franco e Filippo La Torre, Tiziana, Sabrina e Laura Di Salvo; i tre segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil; gli studenti e i docenti delle scuole italiane che per l’undicesimo anno hanno seguito il progetto educativo antimafia; i vecchi e nuovi compagni di Pio e Rosario.

Sono trascorsi trentacinque anni da quel fatidico 30 aprile 1982, esattamente 12773 giorni dall’uccisione di Pio e Rosario per mano mafiosa esecutrice di un più ampio disegno politico-mafioso che aveva già fatto tante altre vittime e ne avrebbe fatto ancora molte altre. Da Terranova a Chinnici; da Piersanti Mattarella a Carlo Alberto Dalla Chiesa; da Costa e ai tanti investigatori e giudici capaci di mettere a nudo il sistema mafioso.
Sono trascorsi 31 anni di vita del Centro Studi intitolato a Pio La Torre che non si è impegnato solo per la manifestazione dell’anniversario, utile a ricordare, ma non sufficiente a contrastare la mafia come crede il 96% degli oltre tremila studenti italiani che hanno partecipato alla decima indagine annuale sulla loro percezione del fenomeno mafioso. I risultati dell’indagine, esaminati da un qualificato e volontario comitato scientifico nazionale, sono contenuti, assieme alle valutazioni degli studenti e dei docenti referenti, nella nostra rivista ASud’Europa, disponibile per tutti all’ingresso del teatro.

La memoria o si traduce in impegno e azione concreta per il cambiamento democratico del Paese e nella presenza costante nell’agenda politica del governo e della classe dirigente o diventa esercizio retorico vuoto, buono a quell’antimafia di cartone, parolaia, autoreferenziale, pronta a schermare carriere politiche, candidature e anche, come abbiamo visto, affari illeciti e a rafforzare il rapporto tra affari, mafia e politica.

Questa antimafia, per gli studenti, ne ascolterete alcuni a nome di tutti i loro colleghi, è definitivamente in crisi. La lotta antimafia è lotta per il cambiamento del potere politico, sociale, economico e della sua rappresentanza. Lo fu per Piersanti Mattarella, democristiano, Presidente della Regione per la quale rivendicò le “carte in regola” contro una parte del suo stesso partito espressione del sistema politico-mafioso.

Lo fu per Pio La Torre, capo dell’opposizione, comunista, capace di mobilitare milioni di siciliani contro i missili nucleari a Comiso e contro la mafia, autore di quel disegno di legge che introdusse nel codice penale italiano il reato di associazione di stampo mafioso e la confisca dei beni proventi di reato, approvato solo dopo l’uccisione del prefetto Dalla Chiesa e primo firmatario nel 1976 della relazione di minoranza della Commissione Antimafia riapprovata all’unanimità, per ribadirne la validità, lo scorso anno, nel 34° anniversario, dall’attuale Commissione, presieduta dall’on. Bindi. Ora attendiamo che tutti gli atti pubblici della stessa siano accessibili dal Portale “Pio La Torre”.

Lo fu per Pino Puglisi, primo religioso beatificato per aver interpretato la lezione del Vangelo anche come rifiuto di ogni sopraffazione mafiosa.

Laici e religiosi, credenti e non credenti, non uccisi perché erano soli, ma perché furono capaci di guidare eserciti di combattenti per il cambiamento e quindi contro la mafia. La loro azione ha smentito che la mafia possa dare lavoro, perché impedisce lo sviluppo e la crescita. Essa non crea ricchezza, la sottrae ai territori controllati e la investe nelle aree più ricche del paese e del Pianeta.

Non è vero che la mafia possa essere cristiana o religiosa, perché i suoi atti e i suoi soldi sono macchiati di sangue e di violenza, anche quando non spara, essa è senza dignità e onore. Ce lo ricorda, quotidianamente, Papa Francesco, in continuità con i suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È quanto abbiamo voluto riconoscergli in una missiva inviatagli come Centro Studi, storico luogo di cultura laica e democratica, alla quale il Papa ha risposto, elogiando e incoraggiandone l’azione educativa antimafia.

Signor Presidente, signori ospiti,

la mafia (le mafie) sono cambiate. Sparano meno, ma favorite dalla corruzione e dalla corruttibilità dei governi locali hanno potuto espandere il metodo mafioso nel paese e a livello internazionale.

La percezione dei giovani è netta: il rapporto mafia-politica per il 90% di loro è forte, a tal punto che pensano sia più forte dello Stato, ma hanno grandissima fiducia nel ruolo educativo della scuola e dei docenti, pochissima invece nella classe politica locale e nazionale. Ritengono la mafia, come afferma un giovane di Como, un sistema irrazionale che crea strumenti razionali per arricchirsi contraddicendo l’essenza della natura umana che è la ragione. Essa appare forte per il reticolo di relazioni, di scambio e di complessità che i mafiosi allacciano con interlocutori disponibili nel mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione e della politica.

La mafia è un fenomeno criminale al quale bisogna togliere l’aurea di invincibilità che non è vera. Considerazione sostenuta dagli studenti e confermata dagli studi scientifici. L’espansione del metodo mafioso nel sistema economico globalizzato e finanziarizzato porta ad una frammentazione delle organizzazioni mafiose e alla loro flessibilità, ma anche al loro indebolimento come dimostrano i successi repressivi di quest’ultimo trentennio.

È interessante rilevare come gli studenti del Sud più di quelli del Nord siano più ottimisti sulla sconfitta della mafia. Probabilmente perché più permeati da quella cultura antimafiosa che nel Sud e in Sicilia risale all’ottocento.

Cosa permette, secondo gli studenti, alle mafie di esistere? Il rapporto tra corruzione, mafia e politica. È questo che bisogna spezzare. Dev’essere l’obiettivo della politica, dell’economia, della società come abbiamo sintetizzato nel decalogo antimafia presentato nel trentesimo anniversario della fondazione del Centro con cui abbiamo proposto l’urgenza di definire alcune norme per colpire le mafie silenti, sommerse:

  • Rivedere la normativa che favorisce la ribellione al racket e migliorarne l’attuazione.
  • Introdurre l’aggravante della corruzione nel 416 bis, come proposto dalla DNA;
  • Modernizzare ulteriormente gli strumenti di indagine con l’introduzione delle nuove tecniche di captazione delle intercettazioni;
  • Configurare per legge l’equivalenza della pericolosità sociale ed economica tra “impresa corruttiva” e impresa mafiosa;
  • Prevenire la corruzione rendendo obbligatoria nei piani triennali delle opere pubbliche la mappatura e la valutazione del rischio di corruzione e di infiltrazione mafiosa;
  • Rafforzare gli strumenti di contrasto, gli organici della magistratura e delle forze dell’ordine; interloquire con tutte le forze che operano in campo internazionale;
  • Consolidare e integrare i sistemi informativi, coordinando tutte le banche dati che riguardano i procedimenti penali, le imputazioni, le inchieste in corso;
  • Definire la governance dell’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati;
  • Riaprire a livello europeo il dibattito sull’urgenza di istituire una Procura europea antimafia, antiterroristica e antitratta;
  • Approvare entro la fine dell’anno il ddl di modifica del c.d. Codice antimafia e avviare la procedura per elaborare un testo (“Codice Unico”).

La mafia si sconfigge contrastandola con politiche sociali, economiche, istituzionali, mirate a ridurre povertà e ingiustizia sociale, diseguaglianza e prevaricazione, corruzione ed evasione fiscale ed estendendo la democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini e una rappresentanza politica che rifugga da ogni forma di arroganza autoreferenziale.

È quanto ha contribuito a fare il Centro Studi quando ha promosso assieme ad un vasto arco di forze sociali la presentazione all’Ars del ddl popolare contro la povertà che ancora attende di essere discusso, il quale, se approvato, rafforzerebbe la recente decisione del Governo nazionale sul reddito di inclusione; quello al Parlamento nazionale “Io riattivo il lavoro”; le iniziative contro la tratta e la violenza sulle donne; quelle a favore degli immigrati.

In questo contesto vanno collocate le iniziative per la memoria: dalla scopertura del busto a Pio La Torre, creato su bando del Centro dallo studente Giarratano dell’Accademia delle Belle Arti di Palermo che poco fa abbiamo fatto a Giurisprudenza, presente il Capo dello Stato; al monumento a Pio e Rosario al Giardino Di Salvo dello scultore Giuntini e alla mostra permanente su Pio all’aeroporto di Comiso re-intitolato a lui e a tante altre iniziative in Sicilia, in Italia e in Europa.

A voi giovani è dedicata quotidianamente e prevalentemente la nostra iniziativa. A voi, dunque, il compito arduo, ma non impossibile, di crescere in un paese senza più mafia, senza più povertà e diseguaglianza, più libero, democratico e felice, come ben meritate.

 

*Intervento alle celebrazioni per il 35° anniversario dell’uccisione di Pio La Torre e Rosario Di Salvo.

Vito lo Monaco è Presidente del Centro Studi Pio La Torre di Palermo

Autore: admin

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