Marco DAMILANO, Antonello CAPORALE*- Primarie P.d. Renzi di nuovo in sella (ma il rodeo ha inizio)

 

Primarie P.d.*

 

 

RENZI DI NUOVO IN SELLA, MA IL RODEO HA INIZIO

L’ex premier ritorna segretario dei democratici con percentuali oltre le previsioni. Ma non scioglie i nodi di domani: legge elettorale, alleanze, durata del governo Gentiloni

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Stravince Matteo Renzi. Nel mezzo di un anno straordinario e di votazioni senza precedenti – la Brexit, l’elezione di Donald Trump, il referendum costituzionale, il primo turno delle presidenziali francesi di una settimana fa che ha cancellato il tradizionale bipolarismo tra la gauche socialista e la destra repubblicana-gollista – questa giornata di primarie del Pd, senza traumi, contestazioni, o quasi, senza polemiche, senza sorprese, assomigliano a una tranquilla giornata di democrazia.

Una giornata di normalità, con un risultato molto importante per il leader in cerca di rivincita dopo la sconfitta del 4 dicembre ma non travolgente come in altri momenti, in cui una base elettorale di militanti e elettori sceglie il suo leader. Lui, Matteo Renzi. Ancora tu (ma non dovevamo vederci più?). «Di futuro ne merito un altro di nuovo», ha scritto il leader a seggi appena chiusi citando Ligabue. Di nuovo. Again, già. Con l’obiettivo di make great again, trumpianamente, il suo partito, il Pd, e soprattutto se stesso.

Tre anni e mezzo fa, l’8 dicembre 2013, le primarie che elessero Renzi furono una rivoluzione. Il compimento di una spettacolare conquista del potere. Nel 1994 Berlusconi aveva fondato un partito e lo aveva condotto alla vittoria elettorale in sessanta giorni, ma neppure lui era riuscito nell’impresa di Renzi, la scalata dall’interno di un corpo ostile, l’Opa sulla vecchia Ditta post-comunista.

«Non finisce la sinistra stasera, finisce un gruppo dirigente della sinistra», esultò il vincitore, trascinato dai voti delle regioni rosse e dei quartieri che erano stati le roccaforti del vecchio partito comunista

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Con un messaggio ci lasciò, era la notte del 4 dicembre quando la conta dei No al suo referendum non era ancora stata completata, e con un foglietto ritorna cinque mesi dopo quando la conta del Sì al suo nome è appena iniziata.

Il Pd si comprime e si asciuga ancora un po’, ma ora è completamente nelle mani di Matteo Renzi. Senza più l’ingombro di Bersani e D’Alema, e con il bottino inaspettato dell’affluenza alle primarie, una cifra che supera e anche di parecchio le meste previsioni della vigilia, Renzi si riprende la metà di ciò che gli era stato tolto, la segreteria del partito, e ora punta all’altra metà perduta che per lui conta molto di più, la leadership nel Paese.

Renzi non si domanda, riflette o spiega le ragioni della sconfitta capitale di dicembre. Non gli interessa né gli serve approfondire i motivi per cui questo voto, positivo fin quando vogliamo, langue fin quasi a dimezzarsi nelle regioni tradizionalmente rosse come l’Emilia e si gonfia invece al sud dove i collettori di clientele sono più forti e vivi

 

*Dai blog di Marco Damilano, vice direttore de “L’Espresso” e di Antonello Caporale, notista politico de “Il Fatto quotidiano” -che ringraziamo

Autore: admin

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