Cinzia BALDAZZI – Omaggio a Basquiat (una Mostra a Roma)

 

Mostre d’arte

 

 

OMAGGIO A BASQUIAT


L’arte di Jean-Michel Basquiat nella rivisitazione di Gianpaolo Berto, Antonio e Valentina Maragnani – A Lettere Caffè, Roma, dal 26 aprile al 9 maggio.

 

Sarebbe stato sufficiente attendere un anno, o poco più, e le mostre celebrative di Jean-Michel Basquiat avrebbero avuto il sottotitolo “a trent’anni dalla morte”. Ma sarà che, nel post-espressionismo sviluppato e colorito del suo repertorio, non essendo egli riuscito a oltrepassare la mèta di tre decenni di vita, la suggestione singolare di ogni metalinguaggio di talento, chissà, non ha voluto tagliare per lui un traguardo cronologico irreale. Del resto, le dinamiche dell’industria culturale spesso coltivano una matrice per volontà misteriosa, eccetto circostanze esplicitate in misura eccessiva. Ed ecco due pregevoli antologie a Milano e a Roma a cavallo tra il 2016 e il 2017, rispettivamente al Mudec, con centoquaranta esemplari, e al Chiostro del Bramante, con un centinaio di olii, acrilici e disegni provenienti dalla Mugrabi Collection.

Non poteva sfuggire l’eventualità di ricordarlo a due importanti autori attivi nell’ambiente romano, Gianpaolo Berto e Antonio Maragnani, sempre in grado di cogliere se nell’arte il verosimile vada a slittare, attraverso sfumature lievissime, in un concreto rieditato in via utopica, non timoroso, però, del profilo di mera ontologia delle memorie, oppure onirico dei sogni. Ne scaturisce, dunque, l’occasione di gestire il meccanismo comunicativo una volta proprio della “controinformazione”, appunto perché codificava una realtà manipolata: all’inizio dei ‘70, alle opinioni del presunto “regime” si replicava con una smentita di controcanto, alle notizie diffuse dall’establishment elaborando una risposta alternativa, in una sorta di riforma di messaggi e segni-veicolo ordinari o superiori. Requisito inderogabile, è ovvio, era la tempestività: la medesima in base alla quale i due amici, in compagnia della giovane Valentina Maragnani, nello stesso giorno di fine marzo in cui era allestito il vernissage nel tempietto del Gianicolo, si raccoglievano in periferia, nella Galleria Pisana, per la serata “A Basquiat”, dedicata a rivisitare il geniale newyorkese e, insieme, a rendere omaggio al suo universo di riferimento tecnico-semantico.

Senza sponsor e media coverage, audioguide e hashtag, Berto e i Maragnani padre e figlia ripropongono l’esposizione dal 26 aprile e fino al 9 maggio, a cura di Maurizio Pochesci nei locali di Lettere Caffè a Roma, nel cuore di Trastevere. Nella breve biografia del pittore di Brooklyn è agevole percepire un modulare reciproco di spunti e idee, paralleli a quel fulmineo arco vitale e creativo, portatore in sé della possibilità di altri incrementi – con nuove strade da prendere, svolte da affrontare – ma in gran parte rimasti incompiuti, abbozzati, magari neanche considerati.

Qualcuno vuole supporre che il destino dell’uomo si specchi (in quantità maggiore per gli artisti) in un’acqua limpida come una superficie riflettente di certezza, individuando un’ombra, sempre diversa in frazioni di tempo, cullata nella dimensione del doppio freudiano: quasi fosse soggetta ad essere sempre lì, ritratta e vivente. Però il flusso della luce fisica e della coscienza, scorrendo, va a frammentare inavvertitamente tale figura: l’ombra, prima intera, simbolo della durata e dell’immortalità, si spezza, vanificando l’unità di misura per registrarne il peso di identità e di modifica nel mondo.

Sembra non sia opportuno giudicare un atto di intervento artistico – nel contesto privato o nella società collettiva – sulla scala di una relativa ampiezza spazio-temporale: rimane comunque un compito molto arduo stimare un autore (anche in qualità di personaggio pubblico) scomparso troppo presto, non sostenuti dalla possibilità di capire quanto sarebbe successo dopo: come se mancasse un elemento essenziale. Lo ha sintetizzato Giuseppe Ungaretti nella poesia Nascita d’aurora, paragonata dallo studioso Giacinto Spagnoletti all’evocazione del sorriso, tra ironia e invito, della Gioconda leonardesca: a essere assente, dunque, “è l’ora che disgiunge il primo chiaro dall’ultimo tremore”.

Kurt Cobain avrebbe retto l’urto dei Pearl Jam, la band rivale in quel momento all’apice del grunge? Marylin Monroe sarebbe stata scritturata da Woody Allen nei panni di una vecchia gloria hollywoodiana? Ayrton Senna avrebbe vinto altri trofei di Formula Uno? E il giovane Basquiat vestito da Armani, frequentatore da bambino del MOMA e del Metropolitan, quindi affittuario di costosi loft a SoHo, cosa avrebbe fatto “da grande”, essendosi spento a ventott’anni nemmeno compiuti? Non potremo saperlo. Tuttavia, trovarsi a scontare la maledizione di Adamo e di Eva, scacciati dall’Eden, è almeno il margine capace di suggerire a numerosi contemporanei di valutare il magistero della vita più forte, rendendo plausibile apprezzare il ricco repertorio di Basquiat accogliendo la storia favolosa di un uomo angelo e poi dèmone, illuso e, per questo, indotto a sviluppare un atteggiamento di colpa rispetto all’esistenza terrena: incarnato da protagonista, per dialettica, nella persuasione di non poter guadagnare, in nessuna richiesta di coerenza e fedeltà, uno strumento di tragitto salvifico e salutare. Ha adottato piuttosto, con coraggio, la preferenza di eluderlo o infrangerlo.

In un percorso logico-intuitivo intimo e stimolante, Berto e Maragnani offrono, dell’artista, non una previsione eterogenea di continuum: scelgono, invece, di esporre olii e acrilici in grado di “rivisitare” l’ars di Basquiat non alterandola, guardandosi dal costruire per essa un futuro improbabile. Decidono, infatti, di non svelarne né rilevarne esiti concreti, linguistici, figurativi, in effetti mai avvenuti. Il “selvaggio”, il “violento”, il “repulsivo” affiorato dalle tele del giovane statunitense, qui consegue una sorta di filtraggio, di “ripulitura” coloristica e di contorni, quasi la natura bestiale reificata, avvolta dalla diffusa ferocia di messa a fuoco dei raggi solari, ne “citasse” le punte affilate, gli angoli sporgenti, le squadrature, le fisionomie geometriche. Inoltre, nella rassegna attuale è diluito fino a scomparire l’aspetto “alla moda”, à la page, quell’essere ”di tendenza” che tanto ha giocato nella fortuna del ragazzo di sangue haitiano e portoricano: il fattore trendy è assorbito da spinte endogene, riportate alle dimensioni evocate in un ricordo visivo di conoscenze tecnico-formali acquisite dai due maestri.

Di Jean-Michel Basquiat risulta un taglio autorale operato da un’unica prospettiva, facendo però sì che l’ispirazione prescelta sia avvinghiata con residue radici a una pietra precaria e mascherata. Piuttosto, emerge una spericolata serie di segnali raffigurativi, slittati verso il lato opposto del contesto pittorico considerato, in misura da creare l’impressione di un senso raccolto, in bilico tra la natura e la morte, lì di proposito spezzato. La mostra di Berto e di Antonio e Valentina Maragnani ha insomma un comune denominatore: sembra essere la “messa in forma” postuma di un artista ossessionato dal colore fauve, la riflessione matura su una pennellata rabbiosa, l’illustrare “in atto” come sia stato possibile, per il giovane pittore maudit, mantenere la carica di partenza del graffitismo di strada all’interno del perimetro delimitato da una tela.

Ma qui, a Lettere Caffè, questa “messa in forma” appare, in una dichiarata asperità, calcificazione di immagini, infernale delirio terreno, confluito per sentieri autonomi in una robusta protesta, colma di note realistiche con cui è evidenziata e immobilizzata la ciclopica scena della vita. Il successo fulmineo di Basquiat esibiva infatti caratteristiche premonitrici: prezzi in crescita rapida e vertiginosa, esagerazioni di critici e galleristi a scopo commerciale, acquisti in massa di yuppies facoltosi in cerca di fruttuosi investimenti all’alba del 1980. Nel giro di poco tempo, ottiene celebrità e ricchezza, riceve appoggio dall’influente Andy Warhol, espone con Keith Haring e Robert Mapplethorpe, flirta con Madonna, passeggia per Manhattan con rotoli di banconote sgualcite in tasca, infine incontra la droga: se ne libererà, con la complicità della cattiva sorte, solo in un’overdose letale. Una parabola scaturita e conclusa sotto il segno dell’eccesso, da imbrattatore di muri a writer promettente, da graffitaro di Brooklyn a star indiscussa della Grande Mela. L’itinerario, il gusto personale e la pratica dei tre autori italiani è logico pensare abbiano ricoperto ruoli decisivi nell’accostarsi a un fenomeno intenso e sfuggente.

Nel caso di Gianpaolo Berto, si approfitta finalmente dell’occasione per saldare il debito contratto nei confronti della Pop Art statunitense, per liberare e far “esplodere” gli acrilici, simili a giganteschi sassi di matrice vulcanica, ancora energici, avendo conservato un resto della forza ignea che li proiettò dal seno della terra per mezzo di invisibili e misteriose catapulte: in successione, scorrono sulle pareti messaggi visuali prioritari, concepiti e strumentalizzati, con estro e originalità, per colpire la società e il privato, risvegliandosi dal letargo della norma e della convenienza, lì in agguato a soffocare tutti. È così riproposto l’indimenticabile parere di Renato Guttuso sul “furibondo e ostinato amore per la pittura” di Berto.

Nei fremiti impercettibili degli sfondi a livelli segreti, appare ormai chiaro come i maestri deceduti anzitempo, se si può dire “di proprio”, abbiano già cominciato ad allontanarsi da un mondo dove, invece, troppi innocenti e inconsapevoli muoiono a causa di exploit vendicativi e di proteste altrui. Scomparendo, hanno così riavviato una lunghezza d’onda di correspondences, consigliando di procedere con un sussurro, o con una metafora, senza bisogno di gridare per esprimere una verità soggettiva reputando di imporla. Sarebbe meglio curare, come fa Berto nel suo omaggio a Basquiat, la folta erba verde intorno alla loro memoria, perché essi vivono accanto a noi rischiando, in tanta confusione e appiattimento, nessuno ne intuisca il loro essere sopravvissuti.

Berto gestisce così una linea continua nel caos imperante, oppone colori fluidi a contrasto, in lotta per risaltare nell’insieme: al pari di molti pittori contemporanei, non è propenso ad accettare il flash immediato e ultimo di un Io conscio aperto, mai rassegnato all’estinzione. Tuttavia, l’umanità non possiede una conoscenza concreta eversiva tra l’esistere e l’annientarsi: mentre, per l’artista, la morte si presenta in un profilo differente, duro e incredibile, benché oggetto da essere comunque affrontato. Come? Disegnandola, dipingendola. Per i fedeli di religioni confessionali, è l’anima a guidare la mano, per i materialisti l’idea, la creatività stessa.

Da parte sua, Antonio Maragnani trova fertile terreno nel riproporre una personalissima linea incisiva, in certe occasioni furente alla limite della de-costruzione totale: posteriore al Diluvio, la mitica alluvione provocata da una struttura immanente o trascendente per punire la civiltà colpevole contro se stessa, e anteriore al Giudizio universale, quando la materia dei corpi, tornando in possesso di sé, supererà l’annientamento completo. Tale giudizio o elemento escatologico, riconosciuto dalle religioni abramitiche – Ebraismo, Cristianesimo e Islam – dallo zoroastrismo e dalla fede Bahá’í, è però di là da venire per credenti e non credenti.

Pertanto l’hic et nunc, del quale Antonio Maragnani è artista esemplare, è rappresentato nella coscienza tecnica delle opere – a dispetto del sole precario dei giorni attuali – mitigato, a volte, nell’inquadrare spazi disumani, racchiudendolo in standard di rara e preziosa resa alternativa: vincendo l’inerzia e la passività, non rassegnandosi alla fine inappellabile, viaggiando in immagini evocative della morte in un’altra forma. Indicativo è infatti il potere di precisare dati fantastici in atmosfere che, nonostante siano ricche di valori cosmogonici e metafisici, evitano, con lucidità, abbagli e deliri, persino la cieca fiducia in una virtù illuminante. È il dramma maturo condiviso da chi decide di battersi in autonomia per osteggiare il vuoto maligno di una natura distante o spoglia di libere opzioni, enorme e ingorda spugna avida di vita, pure della nostra, tentando di strapparla centimetro dopo centimetro, ora dopo ora.

Ma nei quadri di Maragnani, Basquiat viene scrutato anche con gli occhi del gallerista, del talent scout, del mercante d’arte, e l’unico pericolo schivato da entrambi è la perdita del già stato: essa è simboleggiata nei tratti sparsi nel rifiuto di ogni cupa discesa sotto terra, per via di una spaventosa e definitiva metamorfosi dell’uomo in polvere, magari in acqua, ridotto a comunità impotente, conclusa, su una tela trasparente.

Ragioni generazionali portano Valentina Maragnani verso la psichedelia, movimento precedente al Pop di Basquiat, sopravvissuto, anzi riattivato nei decenni successivi grazie a esiti decorativisti sviluppati su poster di film, copertine di album musicali, fumetti e murales. L’omaggio a Basquiat della Maragnani risente solo in parte di una simile deriva elegante e flessuosa: nell’avvicinamento al newyorkese, sono recuperati i segnali interrotti dell’originale, di rado convogliati e definiti in tragitti colmati da onde cromatiche.

Di certo la tecnica semantica psichedelica – così formativa nel percorso della Maragnani – con il programmatico “allargamento della coscienza” e la ricercata espansione sensoriale-mentale, appare qui in veste di raffinato strumento per indagare la street art di un Basquiat immerso in un “fare” ingegnoso di stampo primitivista, ancestrale, provocatorio.

 

Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.


OMAGGIO A BASQUIAT

opere di Gianpaolo Berto, Antonio Maragnani, Valentina Maragnani

a cura di Maurizio Pochesci

dal 26 aprile al 9 maggio, tutti i giorni 18.00-24.00

Lettere Caffè, via di S. Francesco a Ripa, 100-101 – ROMA

tel 340 0044154

 

Autore: admin

Condividi