Giuseppe CONDORELLI- Una ronda di esemplari clienti (in “Nubendi” di N. Romeo)

 

La sera della prima

 


UNA RONDA DI ESEMPLARI CLIENTI

foto di Dino Stornell

Nell’allegoria naturalistico-espressionista di “Nubendi”, scritto e diretto da Nino Romeo

°°°°

In una pasticceria elegante e signorile, note di jazz nell’atmosfera quasi rarefatta, quattro personaggi percorrono spazi ciechi, giocano, in silenzio, di sguardi e di vezzi in quello che pare apparentemente inquadrarsi come teatro naturalistico: dalla meticolosa sistemazione dei tavoli alla sobria eleganza dei costumi. Ma in questo topos scenico e drammatico la regia di Nino Romeo opera con “Nubendi” – la sua novità assoluta prodotta dal Gruppo Iarba e Gria Teatro e accolta sui legni del Piccolo Teatro della Città – l’ennesima disarticolazione della “messa in scena” tradizionale, incendiandone espressionisticamente ogni assunto e ogni possibile deriva non solo grazie alla rivoluzione del linguaggio ma anche attraverso quella paradossale eleganza e quella finta levità sotto le quali, invece, si articolano e si incarnano i rapporti di potere e la “lotta mortale”, la dialettica servo-padrone che la drammaturgia di Romeo ha sempre indagato.

“Nubendi” infatti mira a neutralizzare proprio quel teatro esibendolo (e indicandone così intrinsecamente i limiti) anche nel nome e per conto di Memè Perlini, il protagonista del teatro italiano negli anni a cavallo tra il Sessanta e il Settanta, – al quale Romeo ha dedicato lo spettacolo – lo sperimentatore per eccellenza in quella “officina creativa” che è stata Roma dopo il ’68 e nel cui crogiolo lo stesso Nino Romeo si è formato.

Gli stessi oggetti di scena perciò – tazzine, tovaglie, tortiere, caraffe, dolci e creme – e la loro continua, meticolosa quanto irritante manipolazione alludono ad una realtà reificata, fondata sui rapporti materiali, mentre sul versante comunicativo, i registri linguistici – altro tema forte di Romeo – spesso accelerano verso un parossismo lessicalmente incandescente e filosoficamente strutturato: il dialetto stesso pare procedere cauto, per poi insinuarsi, brillare in una parola, quietarsi quasi per esplodere, inaspettato, in una mitragliata di suoni aggressivi e dissonanti: e ancora una volta, nel teatro dell’autore catanese, rimane l’unica forma possibile di eversione.

I quattro personaggi di “Nubendi” sono dunque per Nino Romeo le figure di questo nostro “essere gettati nel mondo”: Tilla, estetista specializzata nel trucco “post-mortem”, una irriducibile soggettività che legge il proprio “tempo” come unico e come unica misura di decifrazione del reale (la potente, versatile espressività di Graziana Maniscalco è l’ennesima conferma della sua bravura); Tello, il pittore che vive lungo l’asse dello spazio fenomenologico della “morte” altrui, su cui ha fondato la sua fortuna (Angelo Tosto lo impersona con misura e sagacia); Varo, il caposala (nella cui mise Nicola Costa si muove con grande padronanza) ad incarnare il potere algido e irreprensibile, fuori da ogni possibilità di controllo, gerarchicamente imperturbabile e Vira infine, la cameriera su cui agisce l’effetto straniante e corrosivo, del linguaggio popolare (che Ludovica Calabrese declina con perfetta scioltezza).

Dopo una girandola di micro colpi di scena e di siparietti tragicomici, i quattro “concordano” promettendosi reciprocamente in matrimonio ma improvvisamente, e apparentemente, tutto implode e i ruoli si invertono: il tempo dell’una tracima nello spazio dell’altro; il potere vive la sua ennesima resurrezione nel godimento del lavoro altrui, mentre il linguaggio si costringe a perpetuarsi nel codice dell’obbedienza cieca e inconsapevole.

I pilastri del potere economico contemporaneo – ovvero lo spazio, il tempo e il linguaggio (e quindi l’informazione) – sono intercambiabili ed impermeabili, programmati per riprodursi, adattandosi. Il mito della infrangibile retorica del capitale che lo spettacolo affronta e svela non offre dunque vie di fuga: è questa la metafora civilissima di “Nubendi” – il valore perifrastico del titolo è indicativo di quella necessità inoppugnabile, meccanicistica – con la quale irrompe il Romeo più “politico” e un teatro che si fa denuncia dell’impulso ad essere e diventare il “cliente” tout-court che l’azienda globale felicemente impone.

La pasticceria-sistema mondo pare imperturbabile: potrà davvero bastare mai l’ennesima bomba?

Autore: admin

Condividi