Marisa AMADIO – “Halloween” (racconto breve)

 

Io scrivo


HALLOWEEN


 

La mamma trascinava Giacomo stringendolo per un braccio e lui si lasciava portare senza la minima resistenza. Aveva il viso pallido ed emaciato, gli occhi infossati su una faccia che assomigliava più a un teschio che al volto di un bambino. Li seguivo a fatica cercando di non perdere di vista il berretto rosso di mio fratello, evitando la ressa del mercato del venerdì.

Mia madre sembrava avere d’improvviso una gran fretta. Io andavo a sbattere contro le persone che camminavano nel senso opposto, cercando di tenere il suo passo e avevo la stessa sensazione che mi procurava la pioggia sferzante sul viso. Il mercato del venerdì, sì: ogni benedetto venerdì dell’anno mamma vi si recava a fare la spesa e vi trascorreva un sacco di tempo; sceglieva con attenzione frutta e verdura fresche, i formaggi, il pesce, ricordo ancora quei totani buonissimi che cucinò per il compleanno di papà.

Oggi camminava senza fermarsi, si girava ogni tanto a rimproverare Giacomo che piagnucolava perché voleva che gli comprasse una zucca, di quelle tonde, belle, color arancio, da scavare e decorare per Halloween.

Un urto maldestro mi sottrae a quel ricordo. Fisso il via vai fitto della gente, oggi, come allora, sto davanti alla bancarella della frutta a guardare quelle stupide zucche. Mi hanno riportato un ricordo dal passato, mi sento triste, di più, percepisco dentro un malessere crescente, la nausea, mi piego su me stessa e cado in ginocchio. La gente intorno, che fino allora camminava indifferente, fa capannello intorno a me. Ascolto parole di preoccupazione: «Sta male, signora? », «Fate largo, ha bisogno di respirare, le manca l’aria!».

Sento la voce di un uomo. Qualcuno porta un bicchiere d’acqua e lui me lo porge, ne bevo due sorsi e alzo la testa. La cortesia di quello sconosciuto mi ha rincuorato, lo guardo, è anziano, non molto alto e piegato su di me sembra sinceramente preoccupato. Mi commuove la sua premura, mi aiuta ad alzarmi e solo in quel momento lo riconosco. Tra le rughe che segnano il tempo vedo sul suo viso il sorriso di un maestro elementare, oggi si dice della scuola primaria, ma allora, in quel lontano 1984, era il maestro della sezione B. Stessa cortesia, il volto sempre sorridente e la battuta ironica pronta che spiazzava i bulletti. «La ringrazio, è stato molto gentile», «Si sente meglio? Vuole sedersi per qualche minuto al bar qui vicino?». Esito un momento, ma è un buon consiglio e mi sento ancora debole, la testa frastornata.

La gente, perso l’interesse per il piccolo incidente, ha ripreso a camminare su e giù per il viale pieno di bancarelle. Il maestro mi fa strada, lo seguo come una scolaretta grata delle sue premure, rischio di cadere ancora inciampando su una piastrella in rilievo all’ingresso del bar, ma questa volta evito la caduta appoggiandomi con una mano alla porta d’ingresso.

Ci sediamo a un tavolo vicino alla finestra che dà sul cortile interno, rimaniamo in silenzio per qualche minuto. Mentre lui fa cenno alla cameriera io guardo fuori, su un balcone dell’edificio. Di fronte, vasi di crisantemi gialli a stella creano una bella coreografia. «Va meglio?», «Sì, ora mi sento bene, mi è rimasto un lieve mal di testa», «Un buon caffè lo farà passare, Sonia». Gli sorrido: «Si ricorda il mio nome, signor maestro!».

Iniziamo una conversazione che copre il vuoto di più di trent’anni. Gli parlo di Giacomo e di come banali particolari possono far riemergere dal passato dolori creduti guariti. Gli racconto del mio ricordo, della corsa disperata della mamma verso la barella che veniva a prendere mio fratello, del sangue che gli colava dal naso e dalla bocca e delle lacrime che avevano sciolto il trucco di mamma.

Voleva fare un regalo a Giacomo, ormai malato terminale, portandolo al mercato per un’ultima volta. Lui si era sentito male davanti alla bancarella delle zucche, ne voleva una, tutta sua, per Halloween. Fino all’ultimo aveva continuato a reclamarla, inseguendo l’ultimo sogno.

Autore: admin

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