Ruben SABBADINI – “Sentire i gesti” (racconto breve)

 

Io scrivo

 

SENTIRE I GESTI


 

Cosa devo pensare? Mi ha salutato frettolosamente all’uscita delle lezioni, oberata da pacchi e pacchetti, con quel sorriso che incanta; l’ho vista che si allontanava con quella gonna svolazzante e mi ha lanciato un «ti chiamo dopo». Io il dopo l’ho aspettato, ma non è arrivato, né quel giorno, né poi. In cuor mio lo sapevo, troppa fretta. A volte dicono più i gesti che le parole e che ci fosse incoerenza tra questi era palese a qualsiasi osservatore neutrale, quale io non so essere. Ho visto più le parole che sentito i gesti, perché così mi conveniva, così placavo la mia ansia, così potevo ancora sperare.

Non vuole saperne più niente di me e non sa come dirmelo, allora finge naturalezza col sapore di una fuga, per guadagnar tempo, per togliersi dall’imbarazzo, per rimandare l’inevitabile. Non vorrebbe ferirmi ma, così, mi ferisce ancor di più. E poi, questo essere trattato da bambino che va preservato dai traumi mi offende; sono grande a sufficienza per accettare la realtà: mi ha amato e non mi ama più. E so mettere l’accento sulla prima sentenza e lasciar scivolare la seconda. mi ha amato, capisci, mi ha amato.

Io, per un po’, sono stato l’eletto. Per un po’, certo, ma è così con lei, non potevo sperare di averla tutta per me e per sempre: la casetta col prato all’inglese, i bambini di fronte al focolare ad ascoltare le storie che gli raccontiamo. Non è il tipo; forse lo diventerà, ma ora no. È quella meraviglia che è, quello spirito libero ed io non ho né la stoffa, né la voglia di ingabbiarla in angusti stereotipi.

Sono felice di quello che ho avuto, è finita e mi preparo al dopo. Intanto quei due esami da dare, poi il matrimonio di mia sorella – di cui non mene frega niente, ma sono comunque intenzionato a fare fino in fondo il mio ruolo – e, infine, quella mostra con Elisa da inaugurare a breve. Ce n’è abbastanza per non pensare, per mettersi in gioco a dare il meglio di sé. Guarderò al passato come la guardavo andar via, con la gonna svolazzante e il sorriso suo; così è dentro di me e, se non sono sciocco, così la conserverò per sempre. Lei andrà altrove, lei cercherà ancora se stessa, le auguro ogni bene. Io devo pensare a me.

Vorrei piangere, disperarmi, cerco di reagire ma non riesco, fingo una falsa indifferenza ma, devo ammetterlo, non mi è ancora passata. Non mi rassegno anche se ce la metto tutta. È brutto essere messi da parte, scoprire di non contare più niente. M’avesse parlato, poi, avrei potuto capire, replicare; invece così.

Pensavo di farcela, invece no. Credevo di essere più forte, di andare avanti e, invece, le gambe mi si piegano e, in un attimo, sono in ginocchio. Non voglio farmi vedere così, ho una dignità. No, non ce l’ho, l’ho perduta. Sono nulla, sono schiavo.

Apro gli occhi, mi guardo intorno, sono ancora vivo; un’altra giornata di tormento. Finirà mai? Per quanto ancora mi trascinerò così, come uno zombi? Avrei voluto non risvegliarmi mai più. La presenza di lei è costante, più è distante e più è presente. Mi metto a studiare? magari, a farcela. Mia madre non chiede niente, ha paura; sa che lunedì dovrei fare l’esame e mi ha visto studiare poco e niente. Si distrae col matrimonio, prima di farmi una sfuriata. Ma non sa cosa ho dentro, non sa che non ce la faccio.

Io ci provo, vediamo un po’. Io, comunque, sono stato bravo, non l’ho richiamata, ho aspettato quello che non c’era da aspettare. Non aveva detto così? l’ho presa in parola. Non credo le sia piaciuto, lo scommetto. Un po’ spiazzata lo sarà anche lei. Ora ripeto il terzo capitolo.

Sei tu? non mi avevi detto che avresti chiamato? se potevo chiamare io? certo, ma pensavo non ti importasse più. Tu hai creduto lo stesso? è una settimana che ti disperi? e io? sembro uno zombi. Ma perché fai così? Avevi detto che chiamavi.

Mamma? Esco. Sì esco, devo uscire. Quando studio? dopo. Sì mi ricordo di passare da Ernesto, ho capito, ciao.

Amore, mi hai fatto disperare. Anche io? cavolo, anche io. È che penso di non meritarti, che tu sia troppo per me, pensavo ti fossi stufata di stare con questo rottame che non è riuscito a tenersi in piedi per conservare una dignità. Siamo due stupidi, degni figli di questo tempo. Ognuno a presumere, ognuno sulle sue, incapaci di dirci anche una sola parola.

Dì una parola, amore, e sarai salvato.

Autore: admin

Condividi