Francesco TOZZA- Melchionna e Cerruti. Napoli, due sere a teatro

 

Il mestiere del critico

 


ESPLODE LA COPPIA TRADIZIONALE

CONTINUA IL FASCINO DISCRETO DELL’ AMBIGUITA

L’amore per le cose assenti scritto e diretto da Luciano Melchionna con Giandomenico Cupaiolo, Autilia Ranieri, HER.  Piccolo Bellini-Napoli.

1983 Butterfly di e con Giorgia Cerruti, e con Davide Giglio (Piccola Compagnia della Magnolia)   Galleria Toledo-Napoli  marzo  2017

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Due spettacoli piuttosto diversi, per caso visti una sera dopo l’altra nell’ambito della copiosa offerta teatrale di questa fine inverno napoletana, hanno rivelato sotterranei rapporti, magari per emblematico contrasto, onde vale la pena, forse, parlarne nello stesso contesto.

Al Piccolo Bellini un lacerto di teatro da camera, con Luciano Melchionna autore e regista, ha offerto l’ennesimo spaccato della crisi di coppia, affidato a due attori, seriamente impegnati nella cosa (Autilia Ranieri e Giandomenico Cupaiolo); con interventi vocali e strumentali (all’inizio e alla fine) dell’artista HER (Emma Pia Castriota): un commento, fra l’ironico ed il cabarettistico, ad una vicenda da ordinario finale di partita per un ormai logoro rapporto; con qualche preziosismo scenico, ma anche un ingenuo simbolismo (due candelabri che fanno una luce troppo fioca per illuminare il buio di quelle anime; il pulsare di un enorme cuore morente, sospeso a mezz’aria, per poi cadere nello spazio vuoto degli stessi sentimenti!).

Insomma una danza macabra fra due coniugi, senza più l’originale e drammatico scandaglio strindberghiano d’inizio secolo scorso, piuttosto con qualche pennellata di troppo, più o meno consapevolmente ripresa dall’ormai invadente serialità televisiva. Il tutto per esprimere un calo, forse più fisiologico che esistenziale, della passione, e quindi approdare al disagio, ma anche ad una scontata eccitazione, verso la possibilità di tornare ad essere single o di ricucire, magari solo fisicamente, una stanca relazione. E il gioco metateatrale di Her, strizzando l’occhio a spettatori ormai ampiamente smaliziati…, senza per nulla provocare o sorprendere, tutt’al più procurando tracce di un divertito ma scontato consenso, non contribuiva certo a rendere più efficace o veramente interessante la cosa.

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Molto più intrigante – a Galleria Toledo – la proposta della Piccola Magnolia, un gruppo torinese che seguiamo con interesse sin dagli esordi di alcuni anni fa; non che siano mancati, anche qui, i rischi dello stereotipo! Lo si è potuto verificare nel corso del dibattito seguito allo spettacolo, in un territorio – quale è quello napoletano – divenuto particolarmente sensibile al tema in oggetto, quello della sessualità diversa, se non altro perché onnipresente in molta drammaturgia posteduardiana.

La quale, in loco, resta ampiamente presente, nonostante l’ormai ossessiva insistenza sull’argomento (con relativo rimprovero al grande autore-attore di averlo totalmente trascurato…!), mentre la sua fruizione avviene, non a caso, con arrogante sicumera, ontologiche e forse per questo più rassicuranti definizioni d’identità, in ogni caso senza la necessaria cifra problematica di cui questa – come tante altre delicate questioni – indubbiamente avrebbe bisogno.

I rischi di una caduta nello stereotipo sono stati comunque abbastanza superati, non solo sul piano più strettamente teatrale (di cui subito diremo), ma anche su quello per dir così conoscitivo, dal momento che il delicato tema è stato affrontato quasi indirettamente, portando in scena un caso di cronaca già reso noto da un bel film di Cronenberg, qui – dagli elementi della Piccola Magnolia – ulteriormente approfondito, quasi con puntigliosa filologia, attraverso una ricerca sulle fonti, nonché l’incontro e le interviste con il protagonista della strana vicenda, che peraltro era presente alla prima di questo spettacolo, nel giugno dell’anno scorso.

Ma di cosa precisamente si tratta? Dello strano caso, davvero inquietante e ai confini dell’inverosimile, occorso ad un giovane diplomatico bretone (Bernard Boursicot) che, durante la sua permanenza in Cina, conobbe nell’ambasciata francese di quel paese, agli inizi degli anni ’60, un ex cantante d’opera (Shi Pei Pu). Fra i due sorse una forte amicizia che autorizzò l’artista, peraltro – non a caso! – anche abile e fascinoso affabulatore, a rivelare al diplomatico un suo intimo segreto: l’appartenenza ad una famiglia in cui la madre, avendo partorito per la terza volta una femmina, temendo che il marito chiedesse il divorzio non essendo stata in grado di dargli figli maschi, decise di far crescere Shi come un ragazzo.

Gli incontri, dopo la rivelazione, ebbero carattere passionale, magari “puntigliosamente pianificati, al buio e in modo veloce”, secondo una ritualità di marca orientale, probabilmente non dovuta soltanto al timore di farsi scoprire dagli agenti del controspionaggio di Pechino (come ingenuamente si afferma nel programma di sala). Nel dicembre del 1965 Shi annunciò a Bernard di essere incinta, ma solo più tardi, nel 1982, dopo  anni di spionaggio, esercitato probabilmente anche per l’esigenza di tutelare la famiglia, il diplomatico portò a buon fine l’espatrio per Shi e il figlio, ormai sedicenne, senza però riuscire ad eludere i sospetti del controspionaggio francese.

Per questo fu arrestato, sottoposto a interrogatori, che gli fecero rivelare lo stato delle cose, almeno dal suo punto di vista, presto però smentito dalla radio, da cui Boursicot apprese di aver sposato un uomo. Entrambi furono condannati a sei anni (anche se la pena venne ridotta), al termine di un processo che fece epoca.

Bello il copione, opera di Giorgia Cerruti, anche regista e colonna portante del gruppo: più convincente degli altri due, riguardanti il progetto della Compagnia, Bio_grafie (uno, Zelda/Vita e morte di Zelda Fitzgerald, dedicato appunto alla moglie del celebre scrittore e interpretato efficacemente dalla stessa Cerruti; l’altro, Adagio Nureyev, portato in scena da un Davide Giglio, qui però poco credibile nella parte); entrambi i lavori recentemente visti nella ormai vitale periferia di Napoli, alla sala Ichòs di San Giovanni a Teduccio.

Ma ciò che ha reso questa volta il lavoro davvero intrigante è stata la resa scenica che ha portato la Compagnia al livello raggiunto nell’entusiasmante Lorca e nel fascinoso Molière di alcuni anni fa.

Abbandonata una sottile tendenza ad una sorta di teatro-inchiesta, rigorosa nelle premesse conoscitive ma poco efficace sul piano della scrittura scenica, la Cerruti e il suo partner (ancora Davide Giglio), hanno innescato sul palcoscenico momenti di travolgente teatralità, come nella danza che – sull’eco della pucciniana Butterfly – li ha visti, misteriosamente avvinti nei loro identici, enormi mantelli, negando l’assolutezza di un’identità già compromessa dallo scambio dei ruoli (lei nei panni del diplomatico Bernard Boursicot, lui in quelli di Shi Pei Pu). Davvero in quegli attimi la sessualità è diventata un’invenzione, qualcosa di creativo; la loro storia, una versione estrema di questo inventare (come recita il copione).

E il teatro, di nuovo, è tornato ad essere lo strumento, non per offrire definitive e inutilmente consolatorie soluzioni, ma – più modestamente e arditamente – “per cercare il vero nella finzione”.

Autore: admin

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