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Il mestiere del critico

 


 

 

 

CON MARTONE

 

EDUARDO NOSTRO CONTEMPORANEO

“Il sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo

Regia di Mario Martone  con Francesco Di Leva, Giovanni Ludeno, Massimiliano Gallo-  e con Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino, Daniela Ioia,  Gennaro Di  Colandrea, Viviana Cangiano, Salvatore Presutto,  Lucienne Perreca, Mimmo Esposito, Morena Di Leva, Ralph P., Armando De Giulio, Daniele Baselice.

Produzione: Elledieffe; NEST; Teatro Stabile (Teatro Nazionale) di Torino  Sino al  marzo al NEST Napoli Est Teatro

 

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Sembra che il teatro, almeno in quel di Napoli, torni a prestare attenzione alle realtà marginali, riscoprendo quella funzione civile che ne ha caratterizzato le origini, poi di rado conservata, più spesso tradita in omaggio a funzioni celebrative dei detentori del potere, o semplicemente ludiche per quelli che il potere erano e sono costretti, più o meno consapevolmente, a subirlo. Probabilmente il ripristino dell’attenzione non poteva ulteriormente essere rinviato, dato il livello ormai davvero abnorme raggiunto dal processo di marginalizzazione e, d’altra parte, l’impossibilità per il teatro (linguaggio per eccellenza della coscienza collettiva in una comunità) di soprassedervi ulteriormente, pena lo stesso estinguersi della sua specificità. E’ pur vero che “abbiamo preso l’abitudine di mandare continuamente la coscienza in lavanderia” – per dirla con una celebre battuta del Sindaco eduardiano, della cui più recente messa in scena stiamo per parlare – ma resta pur sempre preferibile quel lavaggio delle coscienze, che la riflessione dell’incontro teatrale assicura, piuttosto che il sonno delle stesse, dal solipsismo telematico o dalla spettacolarizzazione ostentata dei talkshow sicuramente determinate.

In che cosa è consistita questa rinnovata attenzione? Nel felice esordio, nel dicembre scorso (e ne abbiamo parlato in un precedente articolo), di una kermesse quale il NapoliTeatroFestival, ridottasi nelle ultime edizioni a puro supermercato di spettacoli, divenuta invece (come si ha ragione di credere, grazie ad una nuova direzione artistica) strumento innanzitutto conoscitivo di realtà teatrali e/o teatralizzabili nel territorio, premessa per successive forme di operatività, consistenti in residenze formative di illustri esponenti del teatro contemporaneo e coerenti offerte, da parte loro, di più qualificati spettacoli.

Ancora in uno di questi spazi, messi in luce dalla suddetta iniziativa, precisamente il NEST di San Giovanni a Teduccio – che, si badi bene, ne vanta altri due, la Sala Ichos e il Teatro dei Mendicanti (The Beggar’s Theatre, dal celebre lavoro di John Gay), i quali portano a tre gli “spazi alternativi” in questo fazzoletto di territorio alla periferia est di Napoli – è avvenuto quello che qualcuno ha definito il miracolo di San Giovanni: la messa in scena – in una zona c. d. a rischio – dell’eduardiano Il sindaco del Rione Sanità (storia di un camorrista che, per rivalersi di un’ingiustizia subita da ragazzo, ha deciso di amministrare lui la giustizia per chi “non tiene santi”, anche se alla lunga – stanco del corto circuito che vuole il sangue sempre pagato col sangue – decide di non reagire all’atto criminale di cui è rimasto lui stesso vittima, sperando di interrompere così la catena delle vendette). Il tutto in prima nazionale, per un allestimento che associa realtà produttive diverse e con la regia di un napoletano doc, purtroppo da alcuni anni solo di passaggio, con alcuni suoi spettacoli, nel capoluogo campano, in quanto direttore del Teatro Stabile-Teatro Nazionale di Torino, a sua volta comunque partecipe dell’operazione.

Come sia potuto accadere quello che, con non meno altisonante terminologia, oggi si definirebbe un evento, non è difficile immaginare. Mentre altrove, in un più vicino ma assai meno dinamico Teatro Nazionale, ci si litigava per presidenze o vicepresidenze e quisquiglie simili (come direbbe Totò), al NEST invece, quello che peraltro è stato un rappresentante illustre delle ultime neoavanguardie italiane, allora operativo proprio in quel di Napoli (in una ben più felice stagione per il teatro napoletano!) è tornato a sperimentare …. (e dal mio labbro uscì l’empia parola!). Una sperimentazione, oggi, certamente più soft, senza i rischi di derive autoreferenziali o i picchi di una ricerca del nuovo, all’interno del linguaggio teatrale quasi ossessiva (ma fu una magnifica ossessione!), ora condotta piuttosto sul piano sociale e politico (nel senso migliore del termine!), coinvolgendo come attori e spettatori anche elementi della comunità locale, ma rivolta anche, a ben pensarci – e come è inevitabile che sia – all’aspetto più strettamente linguistico dello specifico, coerentemente del resto ai più lontani precedenti operativi di Martone.

Oggetto, e strumento stesso, di siffatta sperimentazione – incredibile a dirsi! – è diventato uno dei più grandi esponenti della tradizione (un tempo troppo frettolosamente ripudiata, ma comunque rispettata), il grande Eduardo; per giunta al primo incontro con la sua drammaturgia, forse con uno dei suoi testi più significativi, non più chiuso nelle pur intriganti strettoie delle inquietudini attraversanti l’istituzione familiare, ma ormai alle prese con una crisi di valori più profonda, che già profeticamente si profilava (si era appena agli inizi degli anni ’60) come crisi di civiltà e messa in questione di un, se pur irrinunciabile, codice etico.

Nessuna concessione, da parte del regista, all’acritico quanto sterile, se non impossibile, rispetto del testo (il monito, non dimenticato, delle avanguardie, vecchie e nuove!), ma nemmeno il suo pedissequo rifacimento, ai confini dell’arbitrio (sublime, però, a volte, e da altri efficacemente compiuto – da Latella, per intenderci – magari su un testo più teatralmente consumato); inevitabili, quindi, gli interventi su una drammaturgia, nata con Eduardo (quindi un bel po’ di tempo fa!), ma che è riuscita – e riesce – a vivere aldilà della sua vita, trovando (come capita a tutte le grandi invenzioni) la forza di continuare a parlare a nuovi spettatori, rigenerandosi e rinnovandosi perché appartiene a quel teatro che sa reincarnarsi in altri corpi e su altri volti. A dispetto – sia detto per inciso – di un’autorialità troppo spesso misconosciuta (da parte, per esempio, di taluni dei c.d, posteduardiani), magari nel preteso omaggio (forse nemmeno quello troppo convinto) alla grandezza innegabile del sommo attore.

Qualche traccia degli interventi di Martone, di intelligente originalità, e non solo sulla drammaturgia ma anche, ovviamente, sulla scrittura scenica, va a questo punto offerta. I comportamenti anacronistici di Antonio Barracano, da Padrino ante litteram (il film di F. Ford Coppola è di dieci anni successivo), poco accettabili pur nella loro comprensibile umanità, acquistano una maggiore pregnanza, oltre ad una straordinaria attualità, una volta affidati al più giovane, palestrato Francesco Di Leva, espressivo sin dal suo iniziale apparire, in tuta e cappuccio scuro, come un rapper, ma anche dopo, quando parla quel suo napoletano conciso, aspro e gutturale, a volte quasi incomprensibile perché l’uomo non vuol farsi comprendere, e amare, se non nei suoi gesti rituali, come nel bacio che dà ai suoi figli, sempre sulle labbra, come sembra facciano i boss di oggi.

Un’espressività che appartiene non solo al protagonista ma anche agli altri interpreti, tutti giovani e decisi, nel fisico e nei gesti; sui quali la sottrazione di ogni ingenuo naturalismo (a favore di un espressionismo che tuttavia qui sembra quasi spontaneo, perché non completamene costruito, ma quasi originario) produce l’incardinamento in un mondo drammaticamente vivo; che d’altra parte può essere riscontrato a pochi passi dal teatro, sul cui palcoscenico non a caso si avvertono ancora gli umori e i rumori del quartiere.

Ovviamente c’è stato anche un lavoro d’equipe: per esempio l’imprescindibile collaborazione alla regia di Giuseppe Miale Di Mauro, per la costante presenza in loco e la funzione maieutica nei confronti del gruppo di base. Rilevante e coerente al contesto l’allestimento (di Carmine Guarino), quasi da installazione (una gabbia di cristallo)  più che da vera e propria scenografia, per sottolineare anche da questo punto di vista una discontinuità necessaria per l’approdo ad un Eduardo contemporaneo, che parla a Napoli in maniera più forte e diretta.

Ma va soprattutto sottolineato il lavoro di una paziente regia sulla recitazione di tutti gli attori, certamente con lunghe prove “a tavolino”, poco o nulla lasciando all’improvvisazione, perché “gli attori debbono sapere quel che dicono” (come ha osservato Martone), nascondendo – ma non troppo – disomogeneità di formazione, di esperienze, di età (alcuni sono al loro debutto sul palcoscenico), solo così riuscendo a dare forza dirompente ad un testo, coraggiosamente trasferito nel 2017. Di  Eduardo si disse, proprio quando rivestì i panni di Antonio Barracano: “Effettivamente non recita. Esiste” (sublime inganno – diciamo noi – di una tecnica sopraffina, ma anche supremo coinvolgimento sulla scena di tutte le proprie energie vitali!).

In certo modo la cosa potrebbe ripetersi per questi attori, quelli già abbastanza affermati (oltre al protagonista Di Leva, Giovanni Ludeno nei panni del Dottore e Massimiliano Gallo in quelli del ricco panettiere Santaniello), ma anche per gli altri, che andrebbero citati tutti; una conferma, ma a questo punto anche un manifesto, di questa strana sintesi fra finzione e realtà, al teatro sempre appartenuta, la offre il rapper Ralph P. con l’inquietante canto che dà inizio, fuori scena, allo spettacolo, nelle sue drammatiche parole: “E’ inutile ca ve sfiacchite, tanto nun facimm’ niente ‘e nuovo, sto esaurito pecché non veco niente ‘e nuovo …”.

Lo spettatore, almeno quello più accorto, non sarà d’accordo con tanto sconsolato pessimismo, non deve esserlo. Qualcosa di nuovo al Nest è, invece, avvenuto e si sta facendo. L’importante è continuare, ed è questa, oggi, la cosa più difficile!

Autore: admin

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