Francesco NICOLOSI FAZIO- La memoria. Per Andy Warhol (a 30 anni dalla scomparsa)

cosa ci faccio qui cosa ci faccio chi mi ci porta chi mi ci porta in questa notte ormai  in  questa albaincipiente mentre cerco di raccogliere frammenti e pensieri sparsi come le tante stelle che non sanno che esisto come i tanti e pochi giorni della mia vita sempre uguali e di opposto segno vorrei avere del granito il compatto apparire di me dei miei fugaci pensieri incoerenti granelli sparsi sottoposti al variare del mare del tempo della marea dei sentimenti mentre sogno di avere la forza coesa di questa grigia roccia che mi sorregge insieme al verde di questo parco centrale del centro della città bassa del centro del mondo intero che si presenta e riflette nel vetro arrampicato sulla pietra e sul ferro di enormi parallelepipedi che per loro destino sono portati dagli occhi a sfiorare il  cielo  in  tal modo ideati da abili mani che affondano l’acciaio sempre sullo stesso granito che vorrei divenisse la mia stessa scrittura che non sempre si congiunge al mio stesso pensiero che mi rincorre dalla mia terra a qui in questo enorme luogo disteso io sulla panchina che rappresenta una zattera nel mare della grande città nuova che stravolge dimensioni concetti degli esseri le cose che divengono mostruose terribili nel dormiveglia senza ragione della grande notte insonne come gli enormi animali che appaiono come etilico dal verde circoscritto dagli enormi palazzi bestie che  solo  pochi anni or sono avrei trovato gradevoli buffi roditori dalla coda interrogativa a velluto che dagli alberi discendono vivono nei boschi cartoni e fumetti chiedono soltanto tranci di verità in un piccolo pezzo della ciambella che rappresenta il mio pasto per iniziare la mia nuova solitaria giornata di altre ancora da passare tra i viali e le strade che per nome solo i numeri hanno per meglio perdersi e ritrovarsi con altri volti del tempo nella stessa improbabile città condizione ricercata richiesta negli anni passati che nel suono magico della musica nera tutti ci ha fatto sognare il nuovo mondo e forse ancor di più in qualcosa sperare per giungere in ogni modo in questo luogo continente  rette  e decise linee innalzate altari al migliore futuro che si raccoglie per la strada di tanti infruttuosi momenti di questo presente è soltanto il più intenso pensiero vago e dolente alla ricerca di un altro perché alla conquista di un altro sorgere del sole dal fiume a levante che potrei sentire allungando olfatto e pensieri sull’asse piano immoto della quarantaduesima dove segnata sagoma giallastro gesso racchiude il nulla di una vita perduta che sul nero bitume ha firmato l’addio con il  suo  stesso rosso con cui ha lasciato l’esistenza e neri conflitti come forse nera la pelle trafitta simile all’asfalto che ne raccoglie ultimo segno lieve fugace asciugante come bagnasciuga sulla sabbia parola alla riva che sottende sempre la stessa ricercata roccia frantumata a granelli di clessidra di un giorno di pochi decenni vicino dove nasceva in me ogni uomo ogni dove il bisogno del mito che oggi rimane ricordo nell’eco dolente dello stesso strumento che del respiro fiato si nutre il buffo nome sassofono evocante accordi passati ricordi di smarrito futuro che all’interno racchiude del rumore la pietra sempre medesimo sasso rotolante sisifo il pendio di passate stagioni svanite della città che cerco dopo tanti anni quelli che erano sessanta oggi già vicini al calar barattolo vuoto del millennio che verso il nulla conduce senza speranza che comunque ricominci ovunque riflessi di pensieri di grandiosi edifici gemelli poderosi cadenti come sempre in questo lato di mondo proverai a ricordare stancamente adesso difficilmente qui nella quarantaduesima parte di quella parte di terra fu la piazza che del tempo dei tempi ha il nome e non solo quando è carta stampata ma palazzo per rinascere ancora deve il crollo subire per avere nuova immagine nota desueta ricorrente perduta di unico ferrigno colore sotterraneo binario che vorremmo ripercorrere insieme concedendo nuovi ardenti toni primigeni banali come rosso d’amore colore che possibile fu ancora anche e sempre nella grigia città che dal fondo del mondo ne rigetta i grigiastri vapori ricordando verità  che  giunge dal profondo dell’imo generante che racchiude energia di pensiero di vita nell’agire e vedere che hanno l’inverso naturale tragitto nell’immagine nota riveduta segnata corretta con variante cromata sempruguale diversa come specchio su specchio nei tuoi occhi te stesso conducente verso infinito come strada a cercare nella maglia incrociata allineata smarrita avventura per ritrovare nuovo senso la vita ricercando con i sensi più vivi antichissimi odori di tartufo boscoso dell’umbrosa foresta che rimanda dall’angusto profondo locale flavore di vivande gravose aglio marcio  e  vapori  di  ferrante treno incredibile nome ti danno delicatezze con menzogna arte-fatta cibo variopinto incolore dal medesimo aspetto che conduce a te dentro altra anonima essenza come sempre cerchiamo dentro e in ogni cosa una immagine un volto che ci spieghi il movente di passate stagioni e passioni sempre nuove ed antiche dell’immago riflessa sul gran vetro che raccoglie e riflette sfumature di te sovrapposte alla dollarosa merce segnata da desiderio tristezza non so forse sapevo che ti avrei visto con visione reale della tua vera essenza che dì-venne presenza sempre lì nella piatta stessa ardita città rampicante nel grigiore sui vetri nel grigiore la folta bianca cuffia a capelli segnare come svanito lembo neve d’estate dal nitore desueto catrame cemento impeciato della strada  quarantadue  che dell’abito tuo prendeva nero colore d’incontro che poteva esser certo e concreto come poco lontano nella vuota stazione era già programmato l’impatto al cader delle biglie altro acciaio perfetto che rimpetta a cadenza ritmata e solenne per il tempo scandire all’incontro voluto delle genti e dei mezzi rotolanti nel nulla della grande città tu restavi il padrone del concetto e del bello reiterato e diverso periglioso consueto con dolente variante a colore parlavi senza dire parlavi anche forse di noi che vorremmo apparire esser  vivere  amare  con  l’arcano  diritto  di  vita  avere  che  la nostra pur sia unica uscita ma uguale a chi si ama a chi trova destino come il nostro migliore se al nostro si unisce anche solo in mancato pensiero di passate passioni di sempiterno ragazzo della tua vecchia europa con lo sguardo curioso conservavi per sempre anche prossima fine che l’amore ti diede non sperato consenso che tu dessi all’immagine tua fosse mai che nessuno di te piatta foto facesse un passante per caso che neanche ebbe gloria per quei pochi secondi di cui ognuno a diritto e dover sempiterno rivedendoti ancora la tua calma apparente mi rimanda  per  sempre  all’arrivo  di un nuovo spaginato drappello cui la madre presenta del disperso il ritratto che già semina morte racchiusa la vita tu desti all’informe materia pur schiacciata nel nulla fragile della incoerente carta ripetuta rivista con lo stesso stupore che l’ingegno concede a chi è pronto a capire o soltanto sentire col profondo del sogno che teniamo segreto alla nostra ragione da cui non riusciamo a fuggire da noi poco e tanto prendesti dell’inganno dei giorni che sono mansuete menzogne che svelavi ogni tratto ripetendo l’imago di sfumate cromie che del vero portavi il suo segno  lontano  che  per  firma ha un mistero svelato nel dubbio sicuro ripetutamente acceso singolare infinita numerazione adesso riguardo la foto riconosco nelle già vive tre forme un diverso sentire che colore denuncia sentimenti e parole come il volto felice del nero il colore l’attenta postura del rosso tuo amico nel mezzo tuo perenne candore che del falso sapeva il mistero del color dei capelli algidi anche noi siamo fatti del vero ma fingiamo vite corsi e commenti valutando del caso e dell’ultimo evento come ultima cena che facesti vedere nel valore del nulla rinfrancato dallo stanco immanente prodigio che  per  sempre da allora avrà empito le chiese con le croci possenti vessilli sbriciolanti anime forti in polvere come di leonardo l’affresco che cade in frammenti perenne memento del nostro essere vani confinate certezze rindorate cornici contenenti un avverbio ridondante e consueto che miracolo chiama chi rimpiange il futuro potrà ancor rivedere sé stesso nell’immagine sfatta rinnovata e perenne  che  del nulla già opprime moltitudini immense senza volto né cuore dove l’anima ha sede provvisoria e stantia correlata alla forza del ben certo e del dubbio che prende come vero che noi siamo pochi istanti rimasti a guardarci negli occhi potrebbe pure sembrare che anche tu eri immagine e basta come ombre nell’alba si dilegua il dilemma con conforto ricordo cosa ancora non so e più innanzi io avrò solo poche  sghembe parole scritte informi su carta mi daranno la forza di guardare te ancora nell’assenza del giorno che incontrammo il destino commovente e discreto che ci guida breve aspro cammino sul cemento segnato dalle gomme dei bimbi che lasciando la gioia dell’istante felice solo danno alla vita un grigiastro sfumare sovrapposto e sommerso da milioni di passi sulla strada d’incontro nella nostra città capitale del mondo dove avevi ragione di trovare il messaggio sempre nuovo e rifatto nella fabbrica d’arte producevi pensieri resi in forma e colore solitario e infinito come il padre cercato che per nulla ci accoglie alla fin della stessa screpolata parabola  vera  nel  più prodigo dubbio nostro della fede infinita mascherata a pietà che mi sfoca i contorni del vedere ricordo come se nella mente possa lacrima avere stesso effetto soffuso alla vista del rimpianto non detto riprendendo il cammino dell’impervia pianura su cui giaci città che ti ebbe fratello al sentire ogni piccolo uomo sempre grato sarà tuo malcelato disguido che per nome ha arte quando coglie nel segno pur usando ad icona il banale barattolo legumi campi belli che arrivare anche a noi fa risalendo al contrario sulla breve collina  che nasconde futuro che per sempre ha bisogno di the ANDY.

Auto-post-fazione-

Manhattan poggia su una enorme zolla di granito. Negli anni ottanta mi sono volutamente sperduto per due giorni e due notti, homeless su panchina, nell’allora capitale del mondo. Ma era già tardi, la New York dei sogni, dei mitici anni sessanta, era scomparsa, restava, forse solo nella memoria, un breve sottofondo jazz di un unico sax nella metropolitana, che faceva salire i suoi fumi sotterranei che impregnavano, assieme all’aglio marcio (tartufo?), i negozi di alimentari chiamati “delicatessen”. Crisi di identità nel guardarsi nelle vetrine, nel restare  a seguire il gigantesco circuito delle biglie di acciaio nella stazione “Gran Central” (o Grayhound?).  Poi l’incontro che valeva l’intero viaggio: Andy Wharol, Keith Haringh e Basquiat che sono riuscito pure a fotografare insieme. Ecco chi aveva conservato ancora lo spirito della città del mito e dell’arte. A pensarci sono ancora commosso. Ho scritto, con questa stele di granito a due facce incatenate nelle singole parole, la mia solida personale Odissea nello spazio della memoria di un’epopea da me non vissuta.  Ci manca tanto il genio, l’uomo che produsse   arte all’infinito e nel suono del nome nascondeva la parola FINE.

PER ANDY WARHOL

A trent’anni dalla scomparsa

Autore: admin

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