Francesco NICOLOSI FAZIO- Il Mago senza OZio (note critiche sul “Macbeth” di Vincenzo Pirrotta)

 

Il mestiere del critico

 

 

Il MAGO senza OZio.

foto di A. Macaluso

“Macbeth– Una magaria”  Da William Shakespeare.  Adattamento: Vincenzo Pirrotta.Traduzione: Carmelo Rapisarda.  Scene e regia: Vincenzo Pirrotta.  Con: Vincenzo Pirrotta, Cinzia Maccagnano, Giovanni Calcagno –  Marcello Montalto, Alessandro Romano, Giuseppe Sangiorgi, Dario Sulis, Luigi Tabita.  Musiche: Luca Mauceri.  Costumi: Daniela Cernigliaro.

Prod- Teatro Biondo, Stabile di Palermo- Catania, Teatro Verga

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In questi giorni, Franco Branciaroli Branciaroli mette in scena (e porta in tournée) un Macbeth che ha “soluzioni” che in parte seguono quelle del nostro Vincenzo Pirrotta: nell’identico numero degli attori, nello sdoppiamento della lingua (italiano/inglese – italiano/Siciliano), nella moderna rinuncia alla retorica ed alla declamazione. La grande differenza è nella scelta minimalista dello spettacolo dell’attore lombardo, caro a Testori.

Abbiamo visto soltanto lo spettacolo di Pirrotta e siccome siamo profondamente partigiani, in favore della grande cultura siciliana, tifiamo per il “genius loci”, a prescindere. Ma soprattutto in virtù di una più profonda scelta culturale e politica, che ci fa aborrire il ridimensionamento del Bardo, che stride con la complessa grandiosità delle sue opere.

Già Pirrotta e Calcagno sono stati artefici, con la regia di Luigi Lo Cascio, di un poderoso Otello in lingua Siciliana, che faceva emergere clamorosamente la tragicità del Moro di Venezia, come se Shakespeare avesse scritto l’opera con gocce di sangue siculo, avvalorando l’ipotesi di una sua discendenza isolana. Mai Otello fu più credibile e vero.

Ecco che l’invenzione di far parlare in Siciliano le streghe diventa una soluzione di grande portata culturale e politica: “C’è un legame tra male e potere.” Afferma Pirrotta. Una soluzione che accresce e attualizza la tragedia, senza scorciatoie minimaliste, più o meno dichiarate. Una ipotesi acclarata di riportare la vicenda alle forze primigenie della natura e del mistero, rappresentate dalle  7 (sette!) streghe, che letteralmente legano Macbeth e Banquo nella tremenda profezia, che diventa “Magaria”, ovvero opera di stregoneria.

Personalmente apprezziamo parecchio la dilatazione storica ed anche esoterica: una grande opera travalica le ere ed i mondi, giungendo addirittura ben oltre quello reale a noi percepibile. Ma soprattutto la dimensione storica diviene degna della attualità del Macbeth: se le streghe/mavare ci riportano ad ere remote, più che antiche, il loro ritmo (“anapesto greco in forma di rap” nda) ed i loro splendidi costumi (a nostro avviso post-atomici) ci proiettano verso un sempre più incerto futuro.

Bravissimi gli attori, innanzitutto il duo Pirrotta/Calcagno che si riflettono, tra loro e nella stessa vicenda, giungendo all’identificazione, pur nelle opposte conclusioni, per entrambi resa con recitazioni moderne ed efficaci. Robusti, anche fisicamente, i bravissimi giovani che, sotto la forte regia, rendono di pregevole fluidità uno spettacolo assolutamente complesso e quasi impervio.

Appartenere ad un’altra generazione mi consente un gesto mimetico di cavalleria. Abbiamo già apprezzato Cinzia Maccagnano come Bruto in un notevole “Giulio Cesare”. L’unica donna in scena merita, questa sera, un grande  elogio: per la presenza scenica notevole, per la  postura da grande attrice, per i tempi quasi musicali, direi metaforicamente degni delle grandi del bel canto. Troviamo una professionale prima donna del teatro italiano.

Uno spettacolo forte e ragionato, figlio della ricerca e dell’impegno culturale. Una “magia” scenica che dovrebbe girare l’Italia (anche per crescere ancora), in un’epoca dove altrove le scorciatoie culturali sono causa/effetto dell’ozio da rendita di posizione.

Un OZio che non è il mago.

Autore: admin

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