Francesco NICOLOSI FAZIO- Eutanasia. Questa sì che è vita!

 

Agorà

 

 

QUESTA SI’ CHE E’ VITA!

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Eutanasia: si apra un dibattito serio e leale fra testamento biologico e suicidio assistito

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Per i cinefili ultra cinquantenni ricordo  la scena finale di “Per grazia ricevuta” (fotogramma in alto) di e con un grande Nino Manfredi: in punto di morte Lionel Stander, fino a pochi minuti prima ateo convinto, bacia il crocefisso e si confessa, un disgustato Manfredi si lancia del vuoto, e sopravvive, per l’ennesimo miracolo.

Innumerevoli sono nella storia le conversioni in “articulo mortis”, eventi che indicano che, nell’approssimarsi del momento, anche le più incrollabili fedi mancate, cedono, tornando alla religione rifiutata.

Il recente caso del suicidio assistito in Svizzera ha momentaneamente riacceso i riflettori sulla mancanza di una legge sul “fine vita”. In realtà sul fatto specifico del suicidio assistito in Italia la legge c’è, ma vieta assolutamente la possibilità che l’addio volontario possa essere aiutato da qualcuno, pena la detenzione di almeno sei anni.

Sarebbe opportuno che si aprisse un dibattito che intanto chiarisca che tra “testamento biologico” e “suicidio assistito” c’è una forte differenza, soprattutto legislativa: per il testamento ci sono diverse proposte, mentre per il suicidio la legge c’è e va cambiata.

Personalmente, come ci ricordano  la storia, la letteratura ed il cinema, resta comunque, per il testamento, il grande dubbio di sapere se, l’essere bloccato da un coma irreversibile, anche in quel momento, rinuncerebbe alla vita, oppure, adeguandosi alla realtà, vuole comunque continuare a vivere, rinnegando sé stesso.

Porto un semplice esempio, molti di noi, nell’adolescenza pensavamo veramente di farla finita entro i cinquant’anni, perché “così vecchi non ha senso vivere”, oggi magari qualcuno lo pensa con il limite dei 60 o 70, ma in ogni caso, giunti all’età stabilita si cambia completamente opinione, rinviando il termine. Così facendo si può arrivare anche ai decrepiti cent’anni: qualcuno se lo augura.

Un aspetto da valutare attentamente per il “suicidio assistito”  è quello dell’individuazione dell’”assistente”. Qui vale lo  stesso discorso (speculare) della conversione in “articolo mortis”, nel senso che un essere umano, molto sofferente, potrebbe essere influenzato da qualcuno nella scelta di morire. Questo qualcuno potrebbe anche avere un suo qualunque interesse per volere la morte del suo “assistito”.

In ogni caso bisognerebbe prevedere un meccanismo che consenta la più ampia libertà di scelta al sofferente, che deve comunque dimostrare la sua completa lucidità. Una cautela potrebbe aversi con una individuazione del medico, mediante un meccanismo segreto, ad esempio un sorteggio,in modo da escludere alcun “conflitto di interessi” tra il suicida e l’esecutore.

In ogni caso si auspica che si apra un ampio dibattito sul doppio tema.Un tema serio che si svolga tra  addetti ai lavori e semplici cittadini, dove i politici, una volta tanto, dicano quello che pensano veramente, al di là dei partiti (?), delle fazioni e fuori dalla logica delle appartenenze, logica ereditata dalle organizzazioni mafiose.

Infine un aspetto importantissimo della vicenda che, se non arginato, potrebbe comportare un effetto dirompente, a valanga, in questa società sconfitta e decadente.

Per non arrivare ad uno scenario apocalittico, da film di fantascienza, bisogna ridare dignità alle moltitudini di diseredati, non solo economicamente tali, che potrebbero essere catturati dalle sirene della fuga dalla realtà, che potrebbe rappresentare la “soluzione finale” per intere fasce sociali.

Parlo di milioni di individui che, solo in Italia, vivono condizioni terribilmente frustranti, individui che, da tanti anni, non riescono neanche a pensare ad una condizione di serenità, esseri umani che non possono mai dire: “questa sì che è vita!”

La fuga dalla vita come soluzione esistenziale, un rischio che la società non deve correre.

Autore: admin

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