Ruben SABBADINI – “Strategia aziendale” (racconto breve)

 

 

Io scrivo

 

 

STRATEGIA AZIENDALE

 


°°°°

Cercare di capire non mi era stato possibile. Non che non ci avessi provato, ho chiesto in giro e poi, direttamente, agli interessati. Risposte generiche, frasi di circostanza, le solite scuse e non sono riuscito a venire a capo di niente.

Ormai è così, le strategie dell’azienda sono incomprensibili, decise altrove e da noi solo subite. Ciascuno vive nel proprio spazio, alla giornata, sperando di arrivare a domani. Ogni tanto senti che la mannaia ha mozzato qualche altra testa, magari in un ufficio dall’altra parte del fabbricato, o in qualche filiale in provincia; qualcuno di cui non eri neanche a conoscenza, e non hai nessuna idea del perché. Nessuna idea di come possa evolvere la situazione e se un giorno colpiranno più vicino a te: un tuo conoscente, un amico o addirittura te stesso.

Come si vive così? Si riesce a lavorare in un clima di totale incertezza come questo? Come faccio a progettare, a garantire ordinativi, a rabbonire clienti se non poca parte della mia mente è occupata a pensare al mio incerto futuro?

Il rischio è di tirare a campare, fare ciò che è dovuto ma non aggiungere, come ho sempre fatto e mi pesa non fare, un po’ del mio: far una proposta, modificare una procedura, concorrere per un posto di responsabilità. Puntuale ogni mattina, inappuntabile nel mio doppio petto, salgo fino al 55° piano e, nel mio ufficio, sbrigo le incombenze quotidiane: riunisco la mia squadra, sento il resoconto della giornata, distribuisco gli incarichi e poi, finalmente solo, faccio il bilancio del mio piccolo reparto. Qualche volta incontro qualche cliente rognoso e, una volta a settimana, relaziono a mia volta al caposezione.

Vista così una vita squallida. E quando mai è stato così? Prima era tutto diverso, un entusiasmo, proposte, progetti sottoposti reciprocamente al vaglio di analoghi dirigenti prima di essere inviati ai piani alti per l’approvazione. Il confronto tra i responsabili era continuo, in un clima di grande rispetto e stima. I progetti bocciati già al nostro livello, poi, lasciavano sempre qualche retrogusto che, magari, poteva risultare buono per il futuro. Non di rado rispuntavano dagli archivi vecchie idee che ritrovavano nuova linfa in un contesto mutato e diventavano ossatura, o complemento, per una nuova avventura. Così ho lavorato per una vita e rintanarmi nel mio piccolo, a gestire l’ordinario, oltre che insoddisfacente lo trovo stupido. Essendo per tutti così, abbiamo, di colpo, mortificato il nostro potenziale d’innovazione. Vista dall’alto sembra un’azienda ordinata ed efficiente, in realtà ha perso l’anima.

E ogni tanto l’eco, lontana, di una cannonata (un licenziamento a Bantè, per esempio) veniva a ricordarci l’assedio, che il tranquillo tran tran era solo una facciata. Ma tanto non si capiva nulla, non sapevi, semmai, se era un dipendente disonesto, se era antipatico al capo, se era un lavativo o una testa calda. Ovvero se c’era un motivo. No, sapevi solo che un altro, un altro di noi, non potevi non pensarlo, aveva perso il lavoro.

E te lo sentivi tutto addosso quel licenziamento, per fortuna non è toccato a me, ma cavolo, forse, ad uno come me. E anche se dopo un po’, preso dalle incombenze, dopo un’ora, dopo un giorno te l’eri quasi dimenticato, qualcosa rimaneva: un altro piccolo contributo all’insicurezza. E lo leggevi nello sguardo dei colleghi, nella mancanza della solita battuta affettuosa, nella fretta del saluto, nell’esigenza, quasi fisiologica, di rintanarsi al più presto nei propri rassicuranti spazi. Rassicuranti, poi, fino ad un certo punto perché, a ben vedere, l’attacco aveva disseminato vittime un po’ ovunque e avevi la sensazione che l’accerchiamento fosse via via più stringente.

Chi aveva mai potuto mettere in atto una strategia di tal fatta? Ti veniva istintivo chiederti. Qual era lo scopo? cosa si voleva ottenere? Si voleva, forse, usare la paura per aumentare la fedeltà all’azienda? Non ci voleva un genio per capire che le conseguenze di simili azioni erano tutt’altre. Che la demotivazione era crescente e la paura riusciva solo in minima parte a compensarla.

Quanto avrei voluto origliare le riunioni dei piani alti per carpire il loro segreto e, finalmente, riuscire ad avere una visione globale di quanto, dalla mia piccola postazione, era imperscrutabile. Ero pervaso da un frustrato desiderio di conoscenza, di verità, di logica.

In realtà cercavo disperatamente di sfuggire a un timore che via via, sempre più chiaro, mi giungeva alla coscienza: che logica in tutto ciò non ve ne fosse punto.

Autore: admin

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