Anna DI MAURO- Sicilia come metafora (nel “Macbeth” riletto da Pirrotta allo Stabile di Catania)

 

Lo spettatore accorto



SICILIA COME METAFORA

foto di A. Macaluso

Nel “Macbeth” riletto da Pirrotta, quale allegoria una Sicilia “stregata e stregante”- Al Teatro Stabile di Catania

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La ferocia di un  Macbeth siciliano, assassino e traditore per brama e insaziata cupidigia di potere,  nella infinitamente rappresentata  tragedia shakespeariana, echeggia di suggestivi pathos tra parossismi tribali e sciamanici  nella versione  di Vincenzo Pirrotta, portatore di un teatro di denuncia e di rivoluzione, al Teatro Verga di Catania.

La Magarìa  è la grande protagonista di questa arcaica visione del Male, masticata e biascicata dalle streghe (diventate da tre, sette) in sonorità dialettali, penetrata  carnalmente nella coppia maledetta, divenuta veicolo di un pugnale che squarcia i corpi di chi si frappone tra il generale del re di Scozia , la sua sposa ferrigna e insaziabile  e il vagheggiato trono.

Le  streghe, simbolo del Male, coreuticamente sempre presenti, vagolanti  tra percussioni di  una lingua rapsodica sicula e plurisemantici pali lignei, corde ammatassate intorno ai corpi di Banquo, Macbeth, messe nere e sacrifici del corpo femminilmente imperioso di Lady Macbeth ( una intensa e vibrante Cinzia Maccagnano), emergono dalle trame sanguigne di un fondale plasmatico, immerse in un’oscurità  a tratti accesa da luminosità vermiglie. Tra ammaliatori riti e inquietanti evocazioni di spiriti delle tenebre, le scene si susseguono senza soluzione di continuità in questo contenitore di malvagità, di spropositate colpe senza padroni.  Il Male “figlia” se stesso senza identità, se non occasionali.

Macbeth, fragile, incerto, o un altro simile è lo stesso.  I fantasmi dell’inconscio qui diventano spiriti arcaici, estroflessioni della complessità della psiche, trame nere e oscure dell’anima che si dibatte nel pathos dell’azione nefanda senza via d’uscita. La ricerca della mostruosità nell’animo umano spinge Pirrotta ad indagare in questa vicenda insieme allo spettatore al quale nulla è risparmiato.

Qui la follia diventa Magarìa nel corpo e nella vocalità possente di Vincenzo Pirrotta, regista e interprete di questa  pièce dai toni agresti e forastici, attraversata e accompagnata da sonorità riverberate dalla tradizione orale dei cantastorie e dei canti di una Sicilia recuperata, tra luci ed ombre, rivendicando e incastonando la lingua colta shakesperiana nei  drammatici accenti segreti e dimenticati della lingua madre, orchestrati da diversi suoni in un unicum. Traslazione necessaria, partorita dall’amore-avversione per una terra che è pregna di disperato afflato verso un riscatto di cui Pirrotta si fa portatore in questa ennesima sfida del suo peso drammaturgico, illuminato (nella sua crescita di artista e di uomo) da maestri come Pasolini e l’Arte dell’opera dei pupi.

La cultura arcaica di una sofferente Sicilia diviene  qui  portatrice di un malefico sogno: il Potere lascia dietro di sé una scia insanguinata di cadaveri, ma nella tragedia shakesperiana si coglie forza di cambiamento: nella morte degli assassini e nell’ascesa al trono dei giusti. Al di là della magarìa. Ecco, anche in questa terra desolata, sembra indicarci Pirrotta, si può e si deve oltrepassare l’endemica, ammaliante  malvagità, apparentemente indomabile.

Sogno nero o palindromo di verità nascoste?

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“Macbeth- Una magarìa” da William Shakespeare
traduzione Carmelo Rapisarda
adattamento, scene e regia Vincenzo Pirrotta
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Luca Mauceri
con Vincenzo Pirrotta, Cinzia Maccagnano, Giovanni Calcagno
e con Marcello Montalto, Alessandro Romano, Giuseppe Sangiorgi, Dario Sulis, Luigi Tabita
produzione Teatro Stabile di Catania, Teatro Stabile di Palermo
Teatro Verga di Catania

Autore: admin

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