Francesco TOZZA- Le ragioni di Nora, i tormenti di Gemito, Il prezzo…(Teatro a Napoli)

 

 

Il mestiere del critico

 

 

LE RAGIONI DI NORA , I TORMENTI DI GEMITO , IL PREZZO

Foto di Tommaso Le Pera

DI UN TEATRO CHE NON SI RINNOVA

Una casa di bambola di Ibsen  con Filippo Timi, Marina Rocco  regia di Andrée  Ruth  Shammah Teatro Bellini, Napoli–  Il genio dell’abbandono (dal romanzo di Wanda Marasco)  regia e interpretazione di Claudio Di Palma  -Teatro San Ferdinando, Napoli. -l Prezzo di A. Miller  con Umberto Orsini, Massimo Popolizio,  Alvia Reale, Elia Schilton  regia di Massimo Popolizio  Teatro Verdi, Salerno

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Il pregio maggiore di alcuni spettacoli, appartenenti a quello che un tempo si chiamava il teatro ‘ufficiale’ (che é ormai quasi tutto il teatro!), sta nel convincere gli spettatori, almeno i più accorti, a non andarci più, in quelle sale….! Dove – fra riletture di più o meno vecchi classici, vagamente modernizzate, qualche proposta nuova, ma non sufficientemente approfondita – si consuma, noiosamente, il rito dell’eterno ritorno dell’identico, cui peraltro il plauso è in ogni caso assicurato da una critica non meno conformista del folto pubblico degli abbonati.

Il fatto è che le promesse dell’abbandono non si mantengono: l’attaccamento agli arredi… del passato, la speranza in una sempre possibile sorpresa anche dove difficilmente si attenta alla tradizione, il timore di cadere nel sempre deprecabile, anche se comprensibile, giudizio precostituito, ci rendono vili… (per dirla con Amleto!): “il colore della decisione si corrompe al riflesso del dubbio” e i rifiuti più netti non si traducono in coerente azione.

Ironia o retorica a parte, su questo – non a caso – si rifletteva, uscendo dal Bellini di Napoli, dopo l’ennesimo Ibsen, nella cui Casa di bambola volentieri saremmo comunque tornati se la responsabile della nuova messa inscena ne avesse offerta una versione più accattivante, magari solo mantenendo fede alle dichiarazioni di regia contenute nel programma di sala. Dove Andrée Ruth Shammah, la regista appunto, parla di “un appassionante viaggio nei diversi e sofisticati ruoli maschili e femminili che popolano il testo ibseniano” e in particolare presenta Nora, la celebre protagonista, non più come “vittima” ma come colei “che regge i fili” della vicenda, manipolando il marito e “obbligandolo a interpretare ruoli diversi”. Purtroppo fra il dire e il fare c’é di mezzo – se non il mare… del celebre adagio! – il palcoscenico; dove, nello specifico, nulla di quanto detto avviene.

Nora (una modesta Marina Rocco) bamboleggia fin troppo, dall’inizio alla fine di quello che sembra più un vaudeville che un dramma, rendendo improbabile la celebre scelta finale dell’abbandono, mentre Filippo Timi, versatile attore, sia a cinema che a teatro (dove le migliori prove le ha date, a nostro avviso, sotto la guida di Barberio Corsetti, per esempio in un interessante Woyzeck di tanti anni fa), interpreta “ruoli diversi” (in pratica tutti e tre i ruoli maschili del lavoro) non certo per la reductio ad unum della variegata psicologia del maschio, in una guerra dei sessi che vedrebbe vincente la donna, ma per motivi niente affatto esplicitati drammaturgicamente, forse – c’è da sospettare – di carattere interno alla compagnia, magari di natura semplicemente economica!

Insomma un inutile, forse nemmeno molto consapevole, tradimento delle ragioni di Nora, senza peraltro offrire vere alternative nell’interpretazione di un testo ancora affascinante, e che valeva la pena rispettare di più.

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IL GENIO DELL'ABBANDONO

Di tradimento, ma in senso un po’ diverso, anche se ugualmente inefficace (deve valer la pena tradire!) potrebbe parlarsi, a proposito del secondo spettacolo, visto ancora a Napoli questa settimana, al San Ferdinando. Claudio Di Palma, che l’anno scorso aveva affrontato, anche lui, il testo ibseniano, in un’elaborazione non del tutto convincente di Raffaele La Capria, mentre un anno prima aveva offerto una ben più intrigante, abbastanza personale, lettura delle Tre sorelle čechoviane (una via di fuga da una cultura, quella napoletana, che a volte sembra imprigionare, anziché liberare, la versatilità di alcuni talenti), ha portato sul palcoscenico un romanzo bello e complesso, Il genio dell’abbandono di Wanda Marasco, forse non ancora molto letto nonostante l’abbia tenuto a battesimo qualche illustre padrino (Cesare Segre, per es.), meritevole senza dubbio di maggiore attenzione (e lo spettacolo, complice la stessa autrice, potrebbe avere qualche merito in proposito), ma poco idoneo ad una trasposizione teatrale (se mai a quella cinematografica; é  un suggerimento!).

Si tratta della biografia romanzata di Vincenzo Gemito, grande scultore napoletano (e non solo) fra Otto e Novecento: genio e sregolatezza quant’altri mai, che la scrittura della Marasco, in un felice impasto fra lingua e dialetto, dati storici ed espressionistici spaccati esistenziali, ovviamente reinventati, fascinosamente propone.

Ma la pagina scritta, ideale strumento per dipingere paesaggi dell’anima, difficilmente trova corrispondenza nella prevaricazione della parola che il teatro in genere privilegia: lo spettacolo, cupo e farraginoso, a tratti sterilmente realistico o ingenuamente simbolico, da noi visto prima della lettura del libro, quindi senza condizionamenti di un linguaggio sull’altro, non ha mostrato un’autonoma fisionomia (qualcuno, invece, bestemmiando…, ha citato Kantor!); poi, a lettura del romanzo avvenuta, ha rivelato l’inutile tradimento: come spesso avviene nel rapporto fra narrativa e palcoscenico. Non sempre, però, a pensarci bene: basta ricordare ciò che del Pasticciaccio di Gadda riuscì a fare Ronconi, pur nel rispetto, quasi filologico (!), del testo.

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il prezzo popolizio

Un teatro che non si affranca, con sufficiente creatività, dalle sue fonti (che possono essere le più svariate, come ormai si sa), o che di esse opportunamente ancora si serve, ma per l’ennesimo esercizio di retorica recitativa dei suoi pur grandi attori, è destinato a pagare – prima o poi – il prezzo della sua impossibile attualità: l’abbandono delle giovani generazioni e, magari più lentamente e melanconicamente, quello delle più vecchie. Era difficile non fare questa considerazione, in linea con quanto detto all’inizio, nell’assistere – ancora questa settimana, ma al Verdi di Salerno – alla rappresentazione del lavoro, con quel titolo (emblematica anche se involontaria metafora), di Arthur Miller.

Com’è noto, il prezzo cui il testo allude è quello che due fratelli, che non si incontrano da diversi anni per dissidi familiari, debbono comunque far stimare per vendere la mobilia, ereditata dal padre defunto e accatastata nell’appartamento di un palazzo ormai in via di demolizione. Nelle more della contrattazione con un vecchio antiquario (un divertito e divertente, anche se non sempre credibile, Umberto Orsini), esplodono frustrazioni e risentimenti di uno dei due fratelli, il poliziotto Victor (un bravo Massimo Popolizio, anche regista dello spettacolo, con qualche compiacimento di troppo nel comportamento scenico), supportato da una moglie subdolamente tiranna (un’Alvia Reale non troppo a suo agio nel ruolo) e le arroganti prevaricazioni, vecchie e nuove, dell’altro fratello, il chirurgo di successo Walter (un Elia Schiltan, un po’ spesso sopra tono, come un po’ tutti del resto, con il rischio del caricaturale, inconsapevole, a danno del dramma presunto).

Il tutto in un ambiente dove i vecchi mobili, accatastati ad una parete (scenografia di Maurizio Balò), e i rumori della demolizione periodicamente avvertiti, ingenuamente ma efficacemente erano tesi a rappresentare gli equivoci di un progresso, che mira a disfarsi del vecchio, senza un chiaro progetto del nuovo che forse (?) si intende costruire: emblema di una più ampia crisi di valori e, nello specifico, di un teatro che con un poker d’assi a disposizione non riesce a vincere la partita. Forse va giocata con diverse carte

Autore: admin

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