Marco CAMERINI – Il Vate tra figure femminili e respiro europeo (“D’Annunzio e le Donne della Rosa”: un libro)

 

Scaffale

 

 

IL VATE TRA FIGURE FEMMINILI E RESPIRO EUROPEO: D’ANNUNZIO E LE DONNE DELLA ROSA

In libreria il saggio critico di Iacopo Milana sul ruolo dinamico della donna nei romanzi dello scrittore. Introduzione di Cinzia Baldazzi

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Un bilancio su D’Annunzio oggi non può, probabilmente, prescindere dalla franca e coerente ammissione di Eugenio Montale (anche lui, in fondo, poeta di donne carismatiche e salvifiche, cui si deve il più straordinario canzoniere post-petrarchesco) circa la necessità di “attraversarlo”: del resto il suo debito nei confronti di “uno dei più ingombranti cadaveri in cantina di tutte le letterature” – come scrisse Alberto Arbasino – è ben riconoscibile tanto nelle riprese fonosimboliche e lessicali che nelle citazioni “rovesciate” di non poche liriche, da Ossi di seppia alla cosiddetta “quarta fase” – basti citare I limoni, rilettura nemmeno troppo celata de La pioggia nel pineto sin dall’incipit “Ascoltami” – per giungere alle aperte, mai irrispettose, parodie della stessa come la godibile e misconosciuta Pioggia in”Satura II”.

A suffragare l’ipotesi che il “cadavere vilipeso, conculcato e negletto” – per citare ancora Arbasino – fosse in realtà un “antropologo capace di scavare l’Italia, i suoi costumi e le sue nevrosi” (non molto diversamente dal Carlo Emilio Gadda di Eros e Priapo, sorprendente testo “politicamente scorretto” e appena edito da Adelphi nella sua lezione critica integrale) e che il suo estetismo costituisca il frutto di “un movente profondo e tenace, teso non solo al facile effetto sul pubblico, ma ad un intimo, autentico appagamento dell’io” come sostiene esaustivamente Noemi Paolini Giachery, segnaliamo l’appassionato e puntuale contributo D’Annunzio e le donne della rosa (Mimesis, 2016) di Iacopo Milana che, soffermandosi in particolare sui romanzi, aderisce alle tendenze degli studi più recenti tesi a promuovere una lettura storicizzata e non preconcetta dell’antagonista di Pascoli, quanto meno nell’immaginario collettivo.


Un doveroso cenno lo merita l’articolata e brillante prefazione di Cinzia Baldazzi, con spunti assai stimolanti sull’universo del poeta, dalla citazione di un racconto del (dimenticato!) Vitaliano Brancati – che in Singolare avventura di Francesco Maria “fa emergere a tono chi fosse il Vate per i suoi contemporanei”, gettando luce sul rapporto fra erotismo e Fascismo – all’attenzione per la figura di Aélis Mazoyer, sua Beatrice/amante/infermiera/”visiting angel” negli anni 1911-1938, dall’opportuna analisi della liaison inevitabile con lo specifico filmico alla definizione di intellettuale “post” e “pre” politico, sostanziata dal riferimento all’amato Walter Benjamin.

Al di là della meticolosa analisi dei testi (particolarmente interessanti le pagine dedicate a L’innocente), due ci paiono le fondamentali proposte interpretative di Milana: la dimensione pienamente europea della produzione dannunziana e il ruolo dinamico e sociologicamente rilevante conferito alla figura femminile dall’opera dello scrittore, in cui questa variamente si declina.


Da un lato il substrato culturale di D’Annunzio – ampio, assimilato in profondità, moderno e aperto al confronto con gli esiti della letteratura a lui contemporanea più di quanto si sia stati disposti ad ammettere – gli consente di aderire a pieno titolo e con ricchezza di apporti originali a quel Simbolismo cui una tradizione critica dura a morire associa di diritto Giovanni Pascoli, l’autore di Myricae, “inconsapevole” e umbratile promotore (in questo senso aveva ragione Giacomo Debenedetti) di una definitiva “rivoluzione” del codice poetico.

Nessun provincialismo, dunque, tanto meno riletture “ad orecchio” scaltre e superficiali della produzione d’Oltralpe, anche (tasto dolente e questione discussa) nella conoscenza/acquisizione/riproposizione di Nietzsche. D’altra parte la donna, “in” e “grazie” a D’Annunzio, lungi dal ridursi – vittima di un’ottica misogina e maschilista – a passivo, voyeuristico oggetto di desiderio sessuale, diviene anzi emblema della crisi d’identità dell’uomo nella società massificata del ‘900, motore prezioso e affatto consapevole di una trasformazione epocale che le garantisce autonomia ed emancipazione.

Protagonista vitale ed estroversa di una collettività in rapido mutamento, è clamorosamente designata a sancire l’ineluttabile crisi e la progressiva paralisi di un maschio spesso incapace di assumersi responsabilità individuali e operare scelte che non vengano ispirate – se non condivise – da una femme certo fatale cui, tuttavia, la bellezza non toglie, semmai aggiunge, in autorevolezza e lucido controllo di sé. Come in un quadro di Tamara de Lempicka.

 

NOTE

1) Eugenio Montale, Tutte le poesie (a cura di G. Zampa), Mondadori, Milano 2013, p.345

2) N. Paolini Giachery, L’autore si nasconde nel particolare, Aracne, Roma 2015, pp 71-84. Nel capitolo “D’Annunzio esteta” la studiosa esamina fra l’altro, con fine acutezza e ampiezza di argomentazioni, l’interesse “non solo strumentale del poeta per il dono prezioso offerto agli altri”, confermato dal carteggio con l’orafo Buccellati.


Iacopo Milana

D’Annunzio e le Donne della Rosa

Introduzione di Cinzia Baldazzi

Milano, Edizioni Mimesis, 2016, pp. 136, € 12,00


Autore: admin

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