Cinzia BALDAZZI – Dioniso il dio-padrone: un’altra ira funesta (“Le Baccanti” di Euripide – al Teatro Vascello, Roma)

 

Il mestiere del critico


 

DIONISO, IL DIO-PADRONE: UN’ALTRA IRA FUNESTA

In scena Le Baccanti, testamento artistico di Euripide, nell’adattamento di Daniele Salvo con Manuela Kustermann e Melania Giglio (al Teatro Vascello, Roma)

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È il momento di uscire di casa e raggiungere il Teatro Vascello, dov’è in cartellone Le Baccanti di Euripide nell’edizione tradotta, adattata e curata nella regia da Daniele Salvo. Sono emozionata e perplessa, poiché dovrò cercare di commentare uno tra i più complessi capolavori pervenuti dell’unico autore da me studiato in lingua (nella Medea, però) che, dunque, ho elaborato aiutata da notizie specifiche maggiori circa lo sviluppo drammatico, tecnico-semantico e di poesia.

È un incarico affascinante, spaventa un po’ a causa della grandezza e problematicità del terzo (in ordine anagrafico) degli immortali tragici greci, ingegnoso e di talento benché, in ambito meritocratico, piuttosto “deboluccio”, vantando ai concorsi cittadini cinque vittorie, accanto alle tredici dell’anziano Eschilo e alle ventiquattro del coetaneo Sofocle. Nonostante ciò, divenne comunque assai apprezzato, se corrisponde a verità quanto si legge in Plutarco, illustre filosofo e storico, del I secolo a.C., nato a Cheronea. Siamo nel 413 a.C., quando la campagna militare ateniese in Sicilia coincide con una disfatta e il destino dei prigionieri si lega a una sorte di carattere poetico ai massimi livelli: tra le centinaia di combattenti catturati, ad avere libertà saranno solo i soldati capaci di recitare a memoria un monologo euripideo.

Aspettando di ritirare il biglietto in fila sul marciapiede dinanzi all’entrata, ripenso all’ironica commedia Le Rane (405 a.C.) di Aristofane: prestando fede all’opinione lì formulata su Euripide da parte del dio Dioniso – protagonista dell’opera alla quale mi accingo ad assistere – non potrei giurare, si fa per dire, sulla serenità d’animo di quell’essere ultraterreno rispetto al nostro tragediografo. Nella splendida commedia menzionata, Dioniso stesso, sommo emblema del teatro, visita l’Ade per richiamare tra noi Euripide, il preferito: i giovani mancano di creatività e “resuscitarlo” sarebbe il modo per salvare un genere di arte avviato al declino.

Sorprendendolo impegnato in un litigio con Eschilo (ognuno, è chiaro, si ritiene il migliore), si offre da giudice nella gara: concluse le citazioni di brani, canzonature, attacchi polemici, si utilizza una bilancia. Eschilo trionfa e Dioniso è assillato dai dubbi: converrebbe davvero riportare in vita l’insigne Euripide? Concede quindi un’ultima occasione di confronto: di nuovo Eschilo ha la meglio. Ma, provocando stupore, andando via il vincitore lascia il trono conquistato a Sofocle, raccomandando con ansia di non assegnarlo mai a Euripide.

E va bene, vedremo cosa accadrà nelle Baccanti,: la letteratura, nel suo fluire avanti, è sempre stata varia e contraddittoria. Ora sono seduta in platea e ha inizio la tragedia. Il palcoscenico si mostra ampio, esteso, privo di quinte: i confini laterali scoprono funi, tiranti, camminamenti, riflettori, oggetti disparati, e il fondale, munito di scala principale per l’accesso e l’uscita dei personaggi, rivela l’attrezzeria al completo. Su un telo scorrono le immagini di una città moderna, con palazzi e grattacieli, poi di un feto in grembo ritratto, presumo, in un’ecografia. Nell’ambiente nudo campeggia un dosso, una specie di promontorio simile a un dorso di balena, su cui i protagonisti salgono e scendono.

Provo la suggestione di assistere a una scenografia concretizzata “in campo aperto” – in analogia alle origini – e non avverto la mancanza della solennità del centro della polis ateniese: è risaputo, sottolinea Luciano Canfora, come la drammaturgia allestita nell’agglomerato urbano di solito identificato con Atene fosse replicata con regolarità nei demoi periferici dell’Attica dove la gente accorreva in quantità. Inoltre, a Samo, in omaggio di Lisandro, eroe delle battaglie finali del Peloponneso, avevano luogo le Lisandree, equivalenti a qualcosa di teatrale. Una popolarità unica, dunque, nella diffusione spazio-temporale ottenuta, tale da esortare a condurre, nell’attualità, la mise en scène delle Baccanti cambiandone indumenti e fondali.

Annunciato dalla luce nera di un’eclisse, ecco Dioniso (Daniele Salvo stesso) in look contemporaneo, ossia con stivali e soprabito di pelle. Nell’articolato progresso della vicenda, il feeling trasmesso dall’interprete apparirà polisenso e misterioso: non si comprenderà mai, ed è un’ambivalenza di enorme fascino, se sia spietato e crudele per indole o scelta, oppure si difenda con ferocia temendo di soccombere. La risposta che possa vivere con pause casuali entrambe le condizioni d’animo nella complicità dettata dall’opportunismo, sembra sia semplicistica e riduttiva. Con atteggiamento devoto onora le spoglie della madre: alla ribalta, di fronte al pubblico, ne è infatti situato il sepolcro. Esordisce, in dialetto attico, con l’incipit della tragedia in trimetro giambico («ἥκω Διὸς παῖς τήνδε Θηβαίων χθόνα / Διόνυσος, ὃν τίκτει ποθ᾽ ἡ Κάδμου κόρη / Σεμέλη»), subito tradotto: «Sono qui, sono giunto nella terra dei Tebani, io, il figlio di Zeus: Dioniso. Mi generò la figlia di Cadmo, Semele».

Non disponendo della versione di Salvo, vi propongo quella di Vincenzo di Benedetto, rintracciata con una certa fatica la mattina dopo, tra i miei libri: onestamente, per la prima esperienza avuta di ascoltare da un attore il greco antico parlato, non sono stata in grado di decifrarlo all’impronta. Perché allora lo cito, essendo una caratteristica informativa dello spettacolo abbastanza superflua – l’intero testo è recitato in italiano – includendo solo altri due commenti di Tiresia e del Coro? Forse, anni addietro, lo avrei evitato, ma oggi, risiedendo a Roma (e potrebbe verificarsi in svariate località del Paese), abituata a essere circondata da messaggi ideogrammatici cinesi, e osservando qua e là o in televisione proclami e notizie in arabo, non vedo motivo di omettere la trascrizione, sia pur minima, di una lingua provvista anch’essa di differente alfabeto, tuttavia strettamente correlata nella struttura logico-intuitiva alla nostra antenata: il latino.

Un velo bianco copre il piccolo scheletro bruciato della povera Semele, colpita da un fulmine, non avendo avuto tempo di partorire: quindi Dioniso-Bacco è «un uomo non nato da donna», come, nel Macbeth di Shakespeare, le Streghe alluderanno a Macduff, ma dopo essere trascorsi quasi due millenni. Il dio furioso, pieno di rancore, espone propositi vendicativi. Attraversato l’Oriente, arriva a Tebe, comunità “empia” in quanto non crede nella sua divinità: essa sarebbe dovuta all’amore del padre Zeus per una creatura mortale, Semele: «Anche se non lo vuole, la città imparerà a conoscere i riti segreti di Bacco». La zia materna Agave (Manuela Kustermann) e il cugino Penteo (Diego Facciotti), per invidia fanno girare l’opinione che Dioniso fosse stato l’esito di una semplice infedeltà con un amante, e la storia del rapporto con Zeus uno stratagemma per mascherare la “scappatella”: in sostanza, non avrebbe posseduto qualità sovrannaturali.

Siamo coinvolti nel leitmotiv dell’ultima e più enigmatica tragedia euripidea (secondo alcuni, la maggiore), cioè l’incrinarsi della sicurezza di rintracciare nella ragione un mezzo di analisi assoluto. Inquietante, ricca di dettagli, è stata interlinea metalinguistica ispiratrice, nel Novecento, di molteplici adattamenti: assai fantasioso, ad esempio, quello del premio Nobel Wole Soyinka, in cui si anima una revisione anticolonialista con un coro di schiavi di colore a fianco delle baccanti.

Il testo, composto in Macedonia presso la corte di Archelao, risale al 407/406 a.C., e fu completato da Euripide nei mesi precedenti la scomparsa. In prospettiva trascendente, affine a un riconciliarsi generazionale, chissà se è proprio grazie al Fato che l’opera fosse rappresentata ad Atene pochi anni dopo dal figlio omonimo e, insieme a Alcmeone a Corinto e Ifigenia in Aulide, vincesse postuma le Grandi Dionisie.

L’ira funesta non è questa volta del Pelìde Achille omerico, semidio perché frutto dell’unione della nereide Teti con Peleo, offeso da un banale sopruso di Agamennone, sovrano di Micene e comandante dell’alleanza achea nemica dei Troiani. È la collera esternata da un nume orgiastico, legato al vino e al piacere, nei confronti di miscredenti guidati dal re Penteo, il quale di essenza ultraterrena diretta vanta soltanto la paternità di Echione, uomo-serpente sacro agli dèi. Invase da un germe di follia seminato in loro dall’impetuoso Bacco, un numeroso gruppo di donne abbandona le case trasferendosi sul monte Citerone, impegnate nel culto in suo onore: al pari delle sette devote sacerdotesse, compagne di un peregrinare continuo, ora si trasformano in autentiche “baccanti”, in scena coperte da candidi teli, scalze, capelli folti coronati da corna di capro. Sovraeccitate dalla figura adorata, minacciose e deliranti, percuotono il suolo con il tirso, un lungo bastone rituale: il rinvio è ai culti arcaici rigettati dall’Atene classica di Pericle, sublimazioni di liturgie iniziatiche legate all’avvicendarsi delle stagioni e al risorgere della vita vegetale.

Antagonisti alla crisi del raziocinio, strumento di giudizio vitale, non sono qui i sentimenti, bensì ancora i misteri dell’Olimpo, coerenti al concetto tragico originario. Nell’edizione di Daniele Salvo ospitata al Vascello, ritengo si conti di ottenere, con successo, un’immagine di Dioniso non del tutto codificata in termini analoghi: nondimeno, rimane il “padrone” da servire, e le sue ragioni divengono quelle dei seguaci, in un clima di smarrimento di identità generale. A capo del corteo, egli ne mostra la via, essendo del resto l’unico protagonista “divino” nelle opere note.

Intanto il sapiente Tiresia (Paolo Lorimer), l’ indovino cieco, e Cadmo (Paolo Bessegato), il genitore di Agave, non riescono a persuadere il giovane e irruento Penteo a unirsi ai festeggiamenti dionisiaci: il monarca, fasciato di pelle scura in un impermeabile alla Matrix, accusa Bacco dell’allestimento di un “osceno baccanale”, indemoniando le donne per adescarle: «Questo straniero che si veste come una pecora… Non c’è nulla di buono in quei riti». Ne emerge una suggestione di ambiguità in espansione, sviluppata nel tessuto verbale, persino nelle scelte scenografiche degli interpreti e del ritmo degli eventi. Adesso sulla parete sono proiettate sculture, statue di Afrodite, delle Grazie, replicate una vicino all’altra, emblema di un ideale di beltà associato al mito e allo stile di Apollo, simbolo del Sole, del suo Carro e delle Muse.

Sarei disorientata se non ricordassi i celebri commenti di Friedrich Wilhelm Nietzsche circa la sua figura: «Come divinità etica, esige dai suoi la misura e, per poterla osservare, la coscienza di sé. Accanto alla necessità estetica della bellezza, si fa valere l’esigenza del “conosci te stesso” e del “non troppo”, mentre l’esaltazione di sé e l’eccesso furono considerati i veri dèmoni ostili della sfera non apollinea». Ma il Re solare «non poteva vivere senza Dioniso, il titanico e il barbarico erano alla fine una necessità, così come lo era l’apollineo». Nella Nascita della tragedia (1872), il filosofo tedesco spiegava quanto la sublime energia di un simile repertorio scaturisse dalla loro complicità.

Dioniso-Bacco, nei panni di un girovago, in realtà portavoce del proprio culto, si lascia catturare: poi scatena un terremoto nella città provocando il crollo della prigione e l’incendio della reggia. Il sovrano di Tebe, turbato, corre da un lato all’opposto del palco, in preda a una violenta rabbia, e il forestiero lo affronta di nuovo: «Dioniso te la farà pagare: il dio che per te non esiste…». Il nume contestato, avvisa Tiresia, in breve si vedrà sulle rupi di Delfi, il venerabile santuario della Focide ai piedi del Parnaso, riservato ad Apollo. La storia avanza a larghi passi, e infatti il chiaroveggente proclama: «πάλλοντα καὶ σείοντα βακχεῖον κλάδον, / μέγαν τ᾽ ἀν᾽ Ἑλλάδα», ossia: «Agita e scuote il bacchico ramo. E sarà grande in tutta la Grecia».

L’emozione è forte, quando Penteo apprende atterrito le notizie provenienti dal Citerone (dove, ricordate, fu abbandonato il piccolo Edipo) sul quale sono scappate anche la madre Agave e le zie. La testimonianza del Primo Messaggero – con le mani mozzate – è spaventosa. Le danze delle baccanti («Uno spettacolo di grazia e armonia») lo avevano in un primo momento ammaliato, vedendole far sgorgare vino, latte e miele dalla roccia. In effetti, il nome “baccanti” fu attribuito alle anteriori “mènadi” poiché, nella leggenda, il loro spirito eccelso era chiamato anche Bacco per il clamore, il “baccano” prevalente dalle cerimonie in suo onore. Poi, all’improvviso, le ha viste avventarsi su una mandria di giovenche squartandole con forza selvaggia, devastare un villaggio e rapire bambini, sembrando immuni alle frecce degli uomini.

Mi chiedo: la conosciuta e già annunciata sconfitta di Penteo, nella mente di Euripide, cosa vorrà indicare di preciso? È l’enfasi di un vigore, poderoso manipolatore a favore di arcani progetti, dell’orgoglio umano? Magari un’elegia, carica di pietà, su chi cerca di debellare la ferocia dell’irrazionale per mezzo della dignità della ragione? La risposta si prospetta molto composita, anche se, includendo il tremendo atto di assassinare un figlio (benché animato da mèra follia), precipita l’atmosfera globale in un abisso di angoscia e pena. Bacco, parlando con il cugino antagonista, lo avverte: «Non metterti contro un dio, tu che sei un uomo», quindi riesce a convincerlo ad assumere sembianze relative al (presunto) gentil sesso per poter spiare le Menadi.

È il momento giusto per l’intervallo, offrendo l’occasione per meditare sul dato universale di amarezza e sfiducia dilaganti nel capolavoro euripideo: causato dall’appurare non la vanità o il non essere attendibile del raziocinio correlato al mondo, piuttosto la sua impotenza risolutiva davanti al male incombente. Ecco le baccanti spogliarsi, ballare a gambe nude, cadere in deliquio all’arrivo del “padrone” con maschera e corna di toro. Bacco accoglie il nemico “eretico” Penteo, ora coperto da una lunga veste femminile di lino: una folta parrucca ne nasconde le fattezze virili; sotto il suo sguardo sarcastico, acquisisce movenze effeminate impugnando con disinvoltura il tirso cultuale, stelo di una pianta.

Un salto temporale ed ecco un Secondo Messaggero, una figura femminile, incamminarsi dal fondo: nera nell’abbigliamento, curva per il peso degli anni, appoggiata a un bastone, ha accompagnato il re sul monte e ne ha assistito al martirio ad opera delle menadi infuriate. L’anziana signora (Melania Giglio) si esprime con pause e sfumature di tono laceranti, commoventi, e ascolto attentissima. Giunto sul posto, Penteo, in parvenze femminee – lei narra – è stato issato da Dioniso sulla punta di un abete, per meglio scorgere intorno a sé. Cala il silenzio: lì raccolte, le donne hanno ricevuto il comando da Bacco di farne scempio. La voce è sospesa nel tormento e nell’incredulità: ha visto Agave accanirsi su di lui non realizzando chi fosse, poiché invasata e preda di illusioni malefiche, pensando di sopraffare una belva.

La vittima, perché la mamma lo riconoscesse – procede il resoconto agghiacciante – si era tolto la cuffia dei capelli, aveva toccato la guancia materna, implorando con terrore: «Sono io, madre, proprio io tuo figlio. Abbi pietà di me e, per le mie colpe, non uccidere il figlio tuo». Accecata, afflitta da insanità mentale, lo riduce in pezzi e, compiuta l’orrenda violenza, ne conficca il capo sul tirso: certa sia una testa di leone, trionfante gira così per il Citerone. Di sicuro, quanto succede in seguito, con Manuela Kustermann nei panni dell’ignara assassina, macchiata del sangue del suo sangue, prima inconsapevole, poi cosciente, è davvero straziante: svanito il delirio, al cospetto del padre Cadmo con il cadavere del nipote ridotto a brandelli, la poveretta inizia a rinsavire e, piangente, ne abbraccia le membra martoriate.


Ricordo, quasi li sentissi, il lamento dei bambini nella Medea dove, senza ipocrisia, Euripide ne riporta le suppliche d’aiuto e il finale, inaudito rassegnarsi alla crudeltà di una morte atroce: «Ahimé, cosa fare? Come sfuggire alle mani della madre? ». E il fratellino afferma: «Siamo ormai vicini al cappio di questa spada». Seppure sacrificati per rappresaglia al tradimento paterno, voleranno alti in cielo su un Carro alato, concesso dal Sole: mentre per l’età adulta di Penteo, da un verso, si impone la gravità eccessiva scaturita dal dover accettare aggressione e annientamento da colei che ha avuto e curato in grembo il nostro piccolo “essere” (ritratto nell’immagine ecografica iniziale) e l’ha partorito; dall’altro, le sue ultime tracce dinanzi a noi saranno il massacro di un corpo insanguinato protetto da un modesto lenzuolo.

Forse, conforta il constatare come nelle Baccanti, agendo da protagonista, il dio suggerisca simbolicamente il proposito di annettere la zona dell’ignoto alla capacità immanente di decifrarla, valutandone la straordinaria superiorità: neutralizzandola però nell’hic et nunc con la matrice razionale dei moventi letali alla loro base. Lasciando la sala rimango convinta sia una tragedia scritta allo scopo di trasmettere il retaggio di equivoco e infelicità tipici dell’uomo-Penteo: turbato da un’inquietante ubris, si giudica all’altezza di gestire un destino privato e dei concittadini, attenendosi a modalità libere e arbitrarie, volendo, inoltre, attingere all’ineffabile. Ma percepisco predominanti la sofferenza materna per l’omicidio del figlio e il mio dolore nell’assistervi, anche nell’involontario crimine di Agave rielaborato da Euripide un quarto di secolo dopo quello di Medea, madre infanticida e imparentata proprio con il Sole: merito della performance struggente e appassionata della Kustermann, il cui obiettivo è stato rendere tangibile il fenomeno oscuro dell’assassinio ostile alla natura per eccellenza, il baratro del suo pentimento, il calvario ininterrotto dell’espiazione.

Salendo in macchina, ho ancora negli orecchi l’eco della voce della Giglio mentre canta sullo sfondo la chiusura del coro: versi in comune, guarda caso, con la Medea (oltre che con Elena e Alcesti): «πολλαὶ μορφαὶ τῶν / δαιμονίων, / πολλὰ δ᾽ ἀέλπτως κραίνουσι θεοί· / καὶ τὰ δοκηθέντ᾽ οὐκ ἐτελέσθη, / τῶν δ᾽ ἀδοκήτων πόρον ηὗρε θεός. / τοιόνδ᾽ ἀπέβη τόδε / πρᾶγμα». Vale a dire: «Molte sono le forme delle cose divine, / molte cose inaspettatamente conducono ad effetto gli dèi». E soprattutto: «Ciò che si attende non si realizza, / ma degli eventi imprevisti il dio trova la via. / Così è finita questa vicenda». Spero, in cuor mio, tante altre non si concludano nel medesimo modo.



LE BACCANTI

di Euripide

traduzione, adattamento e regia Daniele Salvo

con Daniele Salvo (Dioniso), Manuela Kustermann (Agave), Diego Facciotti (Penteo), Paolo Lorimer (Tiresia), Paolo Bessegato (Cadmo), Simone Ciampi (primo messaggero, una guardia), Melania Giglio (secondo messaggero)

le Baccanti: Giulia Galiani, Silvia Pietta, Alessandra Salamida, Francesca Mària, Annamaria Ghirardelli, Giulia Diomede, Melania Giglio

scene Michele Ciacciofera – costumi Daniele Gelsi – musiche Marco Podda – luci Valerio Geroldi – videoproiezioni Paride Donatelli e Aqua-micans group – maschere e trucchi Creafix Firenze

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello Roma – Tieffe Teatro Milano –

Teatro Di Stato Constanta Romania

 

 

 

Ispirandosi alla tragedia e alla mia recensione, l’amico Charles Mec Charles ha composto alcuni versi, che qui riporto ringraziandolo:

 

Quando l’amor

si muta in danno,

quando l’immenso

divien tragedia,

allor sublime pazzia

avvolge ogn’or.

Quando

dell’osso si scarnifica

la carne per sublimar

nel sangue l’essenza;

donde

ragion e dubbio

s’incammina per strada

man in mano

ignari di menzogne …

allor la recita

ospita tragedia.

Difficile apprezzar

l’arcano disegno del destino:

s’offre alla mente

splendide sfumature

che la ragione non sa elogiar.

Autore: admin

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