Teresio SPALLA- Saggistica breve. Il sesto cavaliere, la calunnia/ Maccartismo e altro (conclusione)

 

Saggistica breve       terza parte (conclusiva)

 


IL SESTO CAVALIERE E’ LA CALUNNIA

MACCARTISMO E CACCIA ALLE STREGHE. STORIE DI UNA STORIA INFINITA

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In proposito si ricorda canzoni pop, folk, e motivi melodici tradizionali, tra cui il pezzo più famoso fu Il senatore McCarthy bluesd i HalBlock.

Il cantante folk, un sindacalista socialista che non era finito sulla lista nera per la sua scarsa fama, riuscì ad immettere in commercio un disco, che fu poi trasmesso alla radio, contenente il motivo Band of Joe McCarthy che, dopo la sua caduta, divenne una specie di inno antimaccartista.

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Mentre il Senato indagava su di lui nacque un altro programma radiofonico dove, all’interno di una soap opera molto nota, apparve il personaggio del commissario Carstairs, modellato, e imitato nel tono di voce, sul senatore.

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E nel ’53, in un romanzo di fantascienza di Theodore Sturgeon – Mr.Costello, the hero – compare, in chiave pesantemente negativa, chiamato col suo nome, il senatore Joseph McCharty.

Il testo fu poi adattato per la radio e trasmesso nel 1956.

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Ma quanto influì il declino di McCarthy nella vita di Dalton Trumbo se, quando questi morì, egli, e tanti altri, ancora comparivano sulla lista nera ?

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In realtà la fine del bieco inquisitore non coincide con la fine della paura.

Joseph McCarthy fu un politicante astuto e malvagio (che sicuramente aspirava a divenire presidente come è dettagliato dalle registrazioni in casa sua) e seppe aumentare la paura insita nello stile di vita americano, nel benessere medio del cittadino tipo, più tranquillo con se stesso se ubbidisce che se mette in discussione anche la più piccola contraddizione della sua esistenza.


Ma non fu solo lui il vero colpevole della caccia alle streghe.

Tanti altri personaggi condivisero la sua politica.

Nessuno pagò mai ed alcuni fecero comunque carriera ad alto livello, come Nixon e Reagan, e le liste si mantennero aperte sebbene in modo meno clamoroso.

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E quindi la lista nera, dopo McCharty, diventa una “lista grigia”.

Ma in quel cupo grigiore Dalton è ancora prigioniero come quasi tutti gli altri esseri umani che sono stati bollati come “comunisti”, lo fossero o no.

Soltanto il successo di Il prezzo del successo, e siamo arrivati al ’59, spinge Kirk Douglas e Otto Preminger, nel ’60, a renderlo in grado di firmare con il suo nome i film che scrive e a potersi vantare di aver ricevuto i premi che ha ottenuto.

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E la “lista grigia” non scompare nemmeno allora.

Dalton riesce a non pensarci troppo perché ha una moglie che gli vuole bene, una famiglia devota che lo ha seguito nei momenti difficili, delle figlie che hanno ereditato da lui la passione per la lotta sociale e civile.

Ma gran parte dei suoi colleghi inseriti tra I dieci di Hollywood non ne usciranno mai.

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A parte Dmytryk che tradisce nel ’51 e riuscirà raramente a ritrovare il talento posseduto prima dell’abiura, tutti gli altri hanno vissuto la vicenda come un trauma da cui non verranno mai fuori.

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Waldo Salt o Alvah Bessie, che non erano sceneggiatori affermati quando finirono sulla lista nera, rimangono personaggi irrisolti finché il lavoro non gli da un po’ di pace.

Ma, non avendo avuto alcuna sicurezza economica negli anni ’40, rimarranno sempre degli scrittori ossessionati da problemi che chi scrive non dovrebbe mai subire e invece starsene tranquillamente concentrato sul foglio inserito nella macchina da scrivere.

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Altri, che sono stati ricchi e famosi prima del ’47, non sono mai riusciti a trovare requie.

Uno di questi è Adrian Scott che si porterà dietro fino alla morte le conseguenze personali e professionali della lista, anche quando ne uscirà formalmente.

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Altri ancora, personaggi più duri e ruvidi, incapaci della felicità creativa che Dalton mette anche quando si maschera da scrittore di film da quattro soldi – come Edward J.Biberman, per esempio – non torneranno mai più ad Hollywood.

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Solo alcuni tra i registi e gli sceneggiatori che sono fuggiti oltre Atlantico prima di subire sicure persecuzioni riescono a ridisegnare la loro carriera in modo soddisfacente.

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John Berry e Jules Dassin si rifanno una vita in Francia e, anche se le loro opere europee non avranno mai il vigore delle più emblematiche girate a Hollywood.

Torneranno in Usa solo per qualche capatina.

Diventeranno degli autori europei a pieno titolo e vorranno essere sepolti a Parigi.

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Lo stesso accade a CyEndield, Joseph Losey, Carl Foreman, i quali stabiliranno in Inghilterra una seconda patria dove i primi due troveranno nuovi stili di narrazione e il terzo diventerà uno dei più importanti produttori del mondo.

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Non se ne parla mai ma credo sia giusto ricordare qui anche due attori che, perseguitati, si stabilirono in Italia.

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Marc Lawrence, con la sua faccia butterata da gangster in fuga, aveva fatto di tutto, persino le commedie musicali e il burlesque, prima di guadagnarsi un ruolo minore ma essenziale al cinema con Giungla d’Asfalto, un film di cui lo scrittore fascistone W.R.Burnett – autore del romanzo a cui il film è ispirato – disse “era pieno di comunisti, erano tutti comunisti”.

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E, nel ’51, Marc Lawrence, emigrò in Italia dove il suo volto marcato, il ghigno inconfondibile, la recitazione moderna, lo resero un volto famoso apparendo, in ruoli esclusivamente da cattivissimo, in ben 15 film fino al ’57.

Fece drammoni sentimentali da due soldi, film regionali, ma lavorò anche con Comencini, Dino Risi, Mario Soldati.

Poi, nel ’58, si aggregò alla produzione americana, girata in Italia, di  Elena di Troiae da lì si decise a tornare negli Usa dove lavorò quasi esclusivamente per la tv fino alla morte, nel 2005, a 95 anni suonati.

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Lionel Stander, a differenza di Marc Lawrence, era già un caratterista di fama nell’Hollywood degli anni Trenta e Quaranta, anche se la sua notorietà come “eversivo” gradualmente l’aveva costretto a tornare a ruoli minori.

Chiamato davanti alla commissione di J.Parnell Thomas la sua fu una delle più ironiche e drammatiche dichiarazione di ostilità ai presunti giudici.

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Dal ’51 al ’61, con i suoi risparmi requisiti e la casa messa all’asta, fece molti mestieri ma non l’attore.

Tra il ’62 e il ’64 se la cavò con la radio e qualche comparsata in tv.

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Poi, nel ’65, fu assunto nel ricco cast di Il caro estinto – produzione inglese girata negli Usa e incentrata sul racket delle pompe funebri e il grottesco culto mortuario degli americani – e prese l’occasione al volo per trasferirsi a Londra dove, girò due film tra cui Cul de sac, una delle più belle e personali opere del giovane Roman Polanski.


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Ma, in cerca di una maggiore sicurezza economica, nel ’67 approdò in Italia dove divenne un volto familiare e ancor oggi ricordato in ben trentasei film dal ’68 al ’78.

Lavorò con autori di prestigio (Camerini per il quale rifece persino il sindaco Peppone; Comencini per il quale partecipò al sottovalutato film sull’educazione di Casanova e fu Mangiafuoco nel Pinocchioper la Rai; e poi Leone; Gigi Magni; Nino Manfredi regista per cui interpretò il personaggio più marcato della sua carriera italiana; Dino Risi) ma anche registi medi, di genere, e ciarlatani di serie z, senza porsi problemi di scelta.

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Nel ’76 accettò un ruolo in Cassandra Crossing , una produzione internazionale governata da Carlo Ponti e distribuita in Usa dalla Fox.

Fu da questo film che organizzò il suo rientro per poi occuparsi, anche lui, quasi esclusivamente alla tv.

Ritornò celebre da noi con la mediocre serie Cuore e batticuore(1980-1984) della Columbia Television in cui era l’imprescindibile maggiordomo di una coppia di ricchi avventurieri in salsa giallorosa.

E, prima di morire, a 86 anni nel 1984, girò ancora 15 opere tra film per la tv, serial e pellicole cinematografiche.

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Anche loro, anche Marc Lawrence e Lionel Stander, furono vittime del maccartismo, penarono sulle liste nere, ebbero i conti in banca congelati, si costrinsero alla fuga dal loro Paese.

Ma, a loro modo, se la cavarono più di altri.

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Ma, intanto, nel ’57, a dieci anni dalla sua prima chiamata davanti alle commissioni, Dalton Trumbo è sempre sulla lista, grigia o nera che sia.

I tre anni che trascorrono prima di Spartacus sono per lui quelli del maggiore risentimento, del lavoro eseguito per non pensarci troppo, chiuso nella stanza da bagno, immerso nella vasca come Marat, in bocca la sigaretta col bocchino e il flacone di benzedrina a portata di mano mentre scrive a più non posso.

E, con turbamenti di carattere, il rischio, il grosso rischio, di perdere la famiglia, le figlie che crescono e non lo capiscono più, la moglie che lo sopporta a malapena.

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Incominciano a uscire film che parlano del maccartismo.

Dopo le tante opere maccartiste, alcuni delle quali tremende nella loro esagerazione, qualcuno comincia a fare qualcosa di opposto.

Non sono condanne apparenti ma fanno comprendere alcune cose fondamentali del periodo che non si è ancora concluso.

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In ordine cronologico, il primo film che appare sulla questione è Io non sono una spia che esce nell’estate del ’56.

Non è una cosa da niente. I protagonisti sono Ernest Borgnine (che si è appena trasformato da caratterista a star con l’oscar vinto per Marty, vita di un timidonel ’55) e RayMilland, lo squisito attore inglese, naturalizzato americano per ragioni fiscali, il quale è ben contento di affrontare questa prova.

E il regista è Philip Dunne che, dopo essere uscito dalla lista grazie al sostegno di Zanuck, è diventato lo sceneggiatore principale della Fox; mentre all’origine ci sono dei testi, scritti in forma di lettere sul New York Times, da Anthony Lewis, premio Pulitzer 1955, basate su un fatto veramente accaduto e che il quotidiano aveva denunciato a lettere di fuoco.

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Il film racconta di un disciplinato impiegato ebreo (Borgnine) dipendente civile del ministero della Marina, che, da un giorno all’altro, per un’accusa ridicola che risulterà infondata (formulata per lettera anonima da un pazzo antisemita) e avvalorata da un elemento altrettanto risibile (l’abbonamento mai disdetto a una rivista radicale che non riceve più da decenni) viene licenziato in tronco, privato di stipendio e pensione, ridotto in povertà e additato al pubblico ludibrio con la moglie e i due bravi figlioli adolescenti ai quali è impedito il proseguimento dalla scuola inferiore all’università per la figlia e all’accademia navale per il figlio.

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In realtà Io sono una spiapiù che dell’abominio di quanto vi accade, sembra molto più preoccupato di mostrare l’onestà e la diligenza dell’impiegato (il quale approva che lo Stato si comporti in modo tale con chi è sospettato e, prima di cadere anche lui nella rete, lo dice chiaramente a un suo disgraziato collega, anch’egli espulso per niente dal lavoro) e dell’avvocato (Milland) che deve procurarsi per richiedere un processo dove possa discolparsi.

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Sembra che Philip Dunne abbia voluto, o dovuto, usare un linguaggio bonario e pacificatorio (il sobborgo a struttura cooperativa dove vive il protagonista è una specie di luogo paradisiaco, pieno di amici generosi, preti metodisti e cattolici disposti a dare la loro solidarietà all’ebreo) per indurre lo spettatore a dubitare che tutto ciò sia autentico e riflettere come, nella vita vera di un posto del genere, dominino il sospetto e la calunnia, il pettegolezzo infamante e l’odio religioso.

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Che poi il povero travet americano sia processato, e da una commissione militare dichiaratamente ostile, solo quando riesce a domandare una procedimento regolare per mezzo di un legale a sue spese; che tale commissione e il ministro (che lo ha cassato senza nemmeno discutere l’autenticità delle “prove” sottopostegli dai suoi funzionari specializzati nella caccia al sovversivo) cambino idea solo perché convinti che la vittima sia un cittadino deferente e conservatore; sono fatti lasciati alla disponibilità di comprendere dello spettatore.

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Ad un occhio disattento Io non sono una spia esplora un errore di procedura, non l’ingiustizia e irregolarità della procedura.

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Lo stesso New York Timeslanciò al film una sequela di critiche accese per non essere stato più realistico e chiaro nella denuncia.

Dunne rispose che, se si fosse attenuto agli aspetti più sordidi della vicenda fornita dal giornale, il film non sarebbe mai stato realizzato.

“Meglio lanciare il primo sasso nello stagno che aspettare di prosciugarlo per vedere la merda che c’è in fondo” disse, solidariamente, Dalton il quale, dal suo punto di vista, comprendeva l’ancor stretto campo di manovra di Philip Dunne.

Gli diede comunque molto fastidio che il collega fosse riuscito a realizzare il film con l’appoggio del più importante quotidiano d’America mentre lui continuava a scrivere sotto gli pseudonimi più svariati.

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Nello stesso ’56, uscì anche Al centro dell’uragano, un altro film diretto da una sceneggiatore – Daniel Taradash – e interpretato da Bette Davis, una diva sopra le dive di Hollywood.

Sia Taradash che la Davis riuscirono a varare il progetto per la forza contrattuale data a uno dall’oscar ricevuto per il copione di Da qui all’eternità(’53) e all’altra dall’oscar come migliore attrice protagonista per Eva contro Eva(’50) che l’aveva rilanciata alla grande nonostante l’età non più giovanile.

Ci vollero comunque quattro anni perché il soggetto, anch’esso scritto da Taradash, arrivasse a compimento, assumendo il resto del cast tra i pochi attori e tecnici disponibili a una storia del genere.

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In Al centro dell’uragano la Davis è una anziana bibliotecaria, vedova e senza figli, che svolge un incarico che ama, in una cittadina in preda alla frenesia anticomunista.

La sua vita scorre serena, tra i ragazzi che riesce ad avvicinare alla lettura con metodi empirici e materni, finché il suo alunno prediletto non rivela in casa che, tra gli scaffali comunali, c’è un libro “comunista”.

A quel punto il consiglio comunale inizia a premere su di lei, prima amabilmente e poi sempre più perentoriamente, perché il libro venga eliminato e, poiché rifiuta, viene mandata in pensione.

Nel contempo il ragazzo, istigato dalla grettezza del padre, sapendola una “sovversiva” si sente da lei tradito e giunge a causare l’incendio del palazzo della biblioteca.

Il fatto costituisce un tale shock per la popolazione che la protagonista viene reintegrata nell’incarico e il consiglio prende atto dell’esagerazione del provvedimento.

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Da un certo punto di vista il film è ancora più ponderato di Io non sono una spia poiché la sua tesi è la stessa della bibliotecaria che, più che per il rispetto di tutte le opinioni, tiene a conservare il libro filosovietico come dimostrazione delle sue tesi sbagliate e nemiche.

Solo nella crudezza di uno dei membri del consiglio e nella volgare ignoranza del padre del ragazzo è possibile distinguere un tratto di denuncia contro la situazione del Paese che, in effetti, è maggiormente accentuata nelle zone rurali, nelle migliaia di Vandee che compongono l’universo destrorso americano fuori dalle grandi metropoli.

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Dalton ebbe a dire che erano più espliciti i titoli di testa (un’inquietante esplodere di fiamme, disegnate da Saul Bass) che il film stesso.

Fu ingeneroso perché, dal punto di vista narrativo, Al centro dell’uragano è un bel film quanto lo è Io non sono una spia.

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Ma si poteva fare di più nel 1956 ?

Inoltre le due pellicole non ebbero successo chiudendo la possibilità ad altri di trattare l’argomento.

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Qualche altro cenno di critica inizia ad apparire sui giornali, in letteratura, in alcuni telefilm, ma sempre dopo il 1960, sempre quando i tribunali sono stati chiusi e i giudici mandati a casa.

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Comunque sia, tra il ’56 e il ’60, il cinema americano inizia gradualmente a riformarsi.

Una nuova generazione di registi e sceneggiatori, maturati quasi tutti in televisione, inizia ad occuparsi nuovamente di temi realistici, di problemi sociali, dei contrasti tra padri e figli, adulti e giovani (il che darà vita ad un vero e proprio filone), e anche la questione razziale e quella del genocidio dei nativi sono analizzati con maggior consapevolezza e senso di responsabilità.

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Quindi, quanto Dalton torna libero di scrivere, ed è di nuovo un autore di successo, molto del lavoro che avrebbe voluto far lui è stato fatto.

Ciò spiega perché egli scriva dieci film, tra il ’61 e il ’73, dove troviamo soprattutto storie metaforiche e di evoluzione drammaturgica che temi dichiaratamente politici e polemici.

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A parte i copioni per cui è pagato è che non si realizzano per i fattori più vari (il che è sempre stato una consuetudine nel cinema di tutti i tempi e di tutti i paesi, prima e dopo o in completa assenza di caccia alla streghe, liste nere, e maccartismo) e quelli che vengono realizzati molto diversamente da come lui li ha concepiti (anche qui, per evenienze di ogni genere : le bizze di una diva, i costi che lievitano e la produzione che cambia, la concorrenza con la televisione che rende desueti alcuni soggetti che sembravano freschissimi prima di passare sul piccolo schermo) sono solo due le opere, scritte da Dalton Trumbo, che possiamo definire “politiche” nel senso dichiarato del termine.

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Uno è l’adattamento cinematografico di E Johnny prese il fucile che viene realizzato solo nel ’71 dopo più di dieci anni di sforzi per compierlo.

Tra l’altro, in questo caso, dopo il cambio di molti nomi, Dalton se ne assume anche la regia, la sua unica regia in tanti anni di carriera, a dimostrazione però che non era solo bravo come sceneggiatore.

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Infatti si tratta di un grande film, molto fedele al libro ma con uno scorrere più dilatato e attuale, quasi che l’autore abbia voluto svecchiare la materia letteraria e renderla comprensibile e accettabile ad un pubblico diverso e impegnato.

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Siamo nel periodo della recrudescenza della guerra in Vietnam e quindi la storia, ambientata ancora durante la prima guerra mondiale, assume contenuti universali di denuncia e coniuga lo spirito della generazione bruciata dai falsi ideali di “All’ovest niente di nuovo” con il senso di inutilità e orrore della generazione del napalm e delle risaie ostili all’invasore americano.

Non c’è più la retorica dell’onore delle nazioni; non c’è più l’empito ideale contro il nazifascismo. C’è una guerra d’occupazione, senza senso e senza vittorie sostanziali, che trova gli Stati Uniti isolati in una lotta al comunismo che diventa sempre più il genocidio di un popolo, un massacro pieno di vergogna e solitudine.

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Mai i tempi erano stati così maturi per l’uscita di un film come E Johnny prese il fucile anche se le caratteristiche della storia, l’impatto con la realtà ospedaliera del soldato mutilato di ogni arto, non garantiscono certamente un grande successo di pubblico.

Ma il film è stato prodotto a basso costo, con il personale a caratura, e Dalton non prende un soldo per il suo lavoro.

Si rifarà con gli incassi del libro che viene ristampato e ritorna un grande successo in tutto il mondo o quasi.

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L’altro film politico, che più politico non potrebbe essere, è Azione esecutiva, girato da David Miller che, nel ’62, aveva diretto il suo western più bello scritto da Dalton – lo struggente Solo sotto le stelle – e interpretato da Will Geer, Burt Lancaster e Robert Ryan nella sua ultima apparizione prima della morte.

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Film duro e cupo, quasi spietato nell’impossibilità dello spettatore di simpatizzare con qualcuno dei protagonisti, racconta, in chiave di violino disperato, il complotto per uccidere il presidente Kennedy di alcuni uomini potenti nel campo dell’industria, della politica, delle comunicazioni.

Ma Azione esecutivanon va letto solo come una rappresentazione della cospirazione per uccidere il presidente.

E’ anche un film sul potere, su quanto il potere domini l’America e il mondo, e possa compiere, con la massima naturalezza, i delitti più roboanti, destinati a rimanere irrisolti.

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Fu accolto male da quasi tutti i critici che ne criticarono la mancanza di suspense e d’azione come se un’opera del genere dovesse per forza apparentarsi a i thriller di genere.

E, grazie alle recensioni negative, non ebbe alcun successo immediato e solo con le riedizioni e i passaggi televisivi si conquistò, a poco a poco, una buona fama.

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Nel giudicarlo bisogna tener conto di due elementi : prima di tutto, a quel tempo, tante notizie sul caso Kennedy non si conoscevano; l’intento degli autori non era di spiegare il complotto ma di illustrare un mondo elitario e spregiudicato, privo di morale e di autentici intenti personali.

Ciò che muove i cospiratori è solo il bisogno di conservare il loro potere e il loro denaro.

Non è un’inchiesta ma il risultato di un’inchiesta nell’animo di chi non possiamo conoscere e non ci darà mai l’opportunità di essere conosciuto.

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Un altro fallimento, benché parziale dal punto di vista del racconto, fu, per Dalton, Come eravamo – il celebre film nato, anch’esso nel ’73, sulla coppia Robert Redford e BarbraStreisand, uno sceneggiatore che cerca di arrangiarsi e non ha paura delle disillusioni e un’entusiasta e appassionata ebrea radicale, il cui rapporto attraversa la storia degli Usa dagli anni Trenta ai Sessanta.

Questo film, che fu un successo, era stato scritto da Arthur Laurents, anche lui ospite della lista nera per molti anni, basandosi su sue esperienze autobiografiche che includevano l’arrivo della persecuzione nel mondo di Hollywood.

Dalton fu chiamato solo per dare una controllata al testo e, semmai, aggiungere altri particolari alla vicenda nel periodo della caccia alle streghe.

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Questo egli fece raggiungendo un accordo con Laurents sul trattare il momento maccartista come quello centrale nell’esistenza dei due protagonisti, quello in cui essi stessi e il loro sodalizio sono messi alla prova e attraverso cui giungono alla maturità e alla coscienza di non poter legarsi per sempre l’uno all’altra.

Ma, per ragioni che non sono mai state chiarite, contrariamente anche al parere del regista Sidney Pollack, chiamato a copione ultimato, il produttore RayStark decise di tagliare quasi venti minuti proprio della parte centrale che, infatti, è quella che appare meno chiara e più impastrocchiata.

Per esempio, in quel frangente, è praticamente impossibile quali siano le reali opinioni di alcuni personaggi. E alcuni di essi rimangono incompiuti. Spariscono senza ci abbiano detto gran che.

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Mi sembra, a questo punto, di aver già detto molto, parecchio, sul tempo dei furfanti come lo chiamò Lilian Helman (vedi Almanacco n°018).

Ho detto parecchio partendo da Trumbo film che non fa di Dalton Trumbo un santino agiografico, non ne commemora solo la gloria, ma ne mette in luce anche le manie, i problemi pratici e morali, le dipendenze dal lavoro come dalla benzedrina per quanto, alla fin fine, egli “uscì dall’ostracismo come un gigante” secondo le parole del collega John Berry.

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Ma alcune cose devono ancora essere dette.

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Trumbo è un prodotto dai tanti meriti tra cui uno, importantissimo, è l’esaltante l’interpretazione di Bryan Stanton, lo splendido attore divenuto celebre (ma non in Italia come nel resto del mondo) a quasi sessant’anni con uno dei migliori serial di tutti i tempi – Breaking Bad – e ha preferito il film su Dalton Trumbo a numerose offerte più vantaggiose in opere che riteneva meno importanti o più stupide.

Va inoltre riconosciuto l’apporto delle giovani attrici che interpretano le figlie e Diane Lane nel ruolo, tutt’altro che semplice, della moglie Cleo.

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C’è – nelle scelte della scenografia, dei costumi, del trucco, una rigorosa ricerca iconografica, non comune nemmeno nei più costosi film dell’Hollywood di oggi.

Per esempio Kirk Douglas, che non li ha quando realizza Spartacus, porta i baffi quando, negli anni Settanta, assiste all’emblematica apparizione di Dalton alla cena per il Laurel award che coincide con il trentaduesimo anniversario di matrimonio con Cleo e la riassunzione nella Screen writerguild che pur aveva ampiamente collaborato con i comitati e nell’inserire nella lista nera tanti suoi iscritti.

Ed Edward G.Robinson, nella stessa occasione, ha il pizzetto grigio, caratteristica di tutta la sua età matura ma che non aveva ancora adottato nella sua cospicua presenza nella prima parte del film.

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Nel contempo, come unico grande difetto, non riconosciamo la scelta del casting per personaggi troppo noti come John Wayne, Edward J.Robinson, Kirk Douglas, Otto Preminger.

Considerando gran parte dell’opera frutto di un’intelligente sintesi e coagulo dove personaggi reali si scontrano e incontrano con creature simboliche e in situazioni non sempre necessariamente identiche a quelle che furono realmente, sarebbe stato meglio coprire con nomi fittizi volti troppo familiari e inimitabili.

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Come ho accennato, nel 1970 la Screen Writers Guild, la potente associazione degli sceneggiatori americani che pur aveva largamente collaborato con i comitati, decise di restituire a Dalton la tessera d’iscrizione che gli era stata negata fino ad allora, quindi dieci anni dopo l’uscita dall’anonimato.

La consegna sarebbe avvenuta pubblicamente il 13 marzo, in occasione dello Stan Laurel Award che la guild assegna ogni anno, in modo che si trattasse di un evento simbolico.

Data l’occasione a Dalton toccò di tenere un discorso.

In queste sue parole, riprese dal film, c’è tutto il senso della sua personalità.

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Dice Dalton mentre la mdp lo riprende da vicino scrutando tra le rughe il bagliore dei suoi occhi stanchi ma vivissimi :

“Grazie. Grazie tante signore e signori.

Spesso, quando mi trovo insieme alla comunità cinematografica, c’è un elefante nella sala.

Sono io.

E di questo ritengo di doverne parlare.

La lista nera è stata una vera e propria caccia alle streghe.

E nessuno dei sopravvissuti è uscito illeso da quel male.

Ha scatenato una serie di eventi che, purtroppo, sono andati oltre il controllo dell’individuo stesso.

Ognuno ha reagito secondo i suoi bisogni, le sue convinzioni.

Ognuno ha dovuto fare scelte che non avrebbe mai voluto fare.

E’ stato un periodo di paura.

E nessuno è stato risparmiato.

Molte persone hanno perso la casa. Le loro famiglie sono state disgregate. Hanno perso tutto.

E molti (inizia a commuoversi e a piangere ndr) hanno anche perso la propria vita.

Ma, se un giorno guarderemo indietro, a quel periodo buio, come dovremmo fare tutti ogni tanto, non servirà a nulla andare alla ricerca di eroi, o nemici cattivi.

Non esistono eroi o avversari degli eroi.

Ci sono state solo vittime (la mdp inquadra Edward G.Robinson, visibilmente commosso anch’egli; ndr), vittime, perché ciascuno si è sentito obbligato a dire o fare cose che altrimenti non avrebbe fatto o detto, ad infliggere o a ricevere ferite che, in realtà, nessuno avrebbe mai voluto scambiarsi.

Ed ora guardo la mia famiglia, seduta qui davanti, e mi rendo conto di quello che ha dovuto sopportare.

E non è giusto !

Mia moglie, che in ogni modo ci ha tenuto tutti uniti nelle situazioni più tremende, mi ha stupito.

Quindi quello che voglio dire, questa sera, non ha l’intento di essere offensivo, offensivo verso nessuno (la mdp inquadra di nuovo Robinson in ppp; ndr) ma è mirato a curare il dolore, a ricucire quelle ferite che, per anni, ci siamo inflitti, senza pietà, l’un l’altro.

O, peggio, che abbiamo inflitte a noi stessi.

Grazie. Grazie davvero.

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E qui applaudono i Kirk Douglas, Otto Preminger, i King Brothers, colleghi della lista nera e produttori che hanno seguito il vento del maccartismo, in un’atmosfera di soddisfazione perché tutti ritengono che la caccia alle streghe sia finita e non tornerà più.

Non compare Hedda Hopper che abbiamo visto precedentemente, quando Kennedy viene intervistato all’uscita dell’anteprima di Spartacus, guardare l’evento in televisione mentre si prepara ad andare a letto, prima di cospargersi di crema per le rughe, ed ogni sua ruga, ben visibile e profonda, si congiunge nella piega dei suoi occhi terrorizzati e sconfortati dalla sconfitta personale.


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Qui lo sceneggiatore McNamara si è preso ancora delle libertà dal libro di Cook dove l’orazione, riportata interamente, appare assai più attenuata anche se il senso del perdono può sembrare lo stesso.

Per paradosso fondendo due discorsi fatti in occasioni diverse (una è quella del Laurel Award del ’70 e l’altra quella al BritishInstitute del ’71) si chiarisce meglio non solo il personaggio Dalton Trumbo ma anche il suo atteggiamento.

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Infatti, dopo il discorso al Laurel Award, molti suoi colleghi delle liste nere lo avevano pesantemente criticato in quanto, per essi, non aveva alcun senso chiamare “vittime” persone che avevano rovinato loro la vita e non avevano alcuna intenzione di perdonare.

Considerando che alcuni dei loro aguzzini avevano fatto carriera interrompendo la loro vita umana e professionale – John Wayne, Ronald Reagan, Richard Nixon – e che altri tra loro l’avevano mantenuta alla grande perché li avevano traditi – Edward Dmytryk e soprattutto Elia Kazan – condannandoli al disagio e all’oblio, non si riconosceva il loro diritto al perdono.

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Ma Dalton, quando disse “ci sono state solo vittime”, non si riferiva ai nemici e ai traditori ma a tutti coloro che erano rimasti invischiati nella vicenda senza averne ne voglia ne volontà.

Lui si riferiva ai produttori, ai quali le liste nere portarono via i migliori autori emersi nella generazione degli anni Quaranta e che solo sotto ricatto, specie del fisco, accettarono di “fare i nomi” dei presunti “comunisti”.

Lui si riferiva a tutti i cineasti – attori, sceneggiatori, musicisti, scenografi ecc – che, senza poi incutere alcuna condanna che non fosse già stata emanata, si erano dovuti arrangiare, facendo cose che non avrebbero mai voluto fare e che non avrebbero mai più fatto.

E qui il riferimento più esplicito, anche visivo nel film, è sempre all’amico Edward G.Robinson.

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C’era poi, nell’invincibile combattente che stava diventando vecchio, l’umano desiderio, perdonando genericamente, di tornare a far parte di tutto un mondo che l’aveva rifiutato, il suo mondo, il mondo del cinema.

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Però anche questo sua logica prospettiva si era sciolta quando aveva dovuto prendere atto che nessuno, tra i nemici e i delatori di un tempo ancora in vita, aveva intenzione di accettare la riabilitazione sua, degli altri tra I dieci di Hollywood e tutti coloro che avevano riconquistato la fama come, tra una dozzina di personaggi, Howard Da Silva, Will Geer, Lee Grant, Zero Mosterl e il citato Lionel Stander.

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Ma nessuno dei cinque furono mai onorati di scuse ufficiali.

Ebbero occasione di ottenere riconoscimenti molto importanti ma nessuno tra i loro nemici fece mai delle scuse.

Però continuarono periodicamente a ricevere visite dell’ Fbi e dei funzionari delle associazioni di destra.

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Quindi il passo importante che va ripreso dal discorso di Dalton Trumbo è : “E’ stato un periodo di paura.

E nessuno è stato risparmiato.

Molte persone hanno perso la casa. Le loro famiglie sono state disgregate. Hanno perso tutto.

E molti hanno anche perso la propria vita”.

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Solo più recentemente è stato possibile, a parte i documentari, realizzare in Usa film sulle liste nere. Ma pochi.

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La paura è continuata ed è culminata col premio oscar alla carriera a Elia Kazan, figura effettivamente controversa, autore di valore a tutti gli effetti ma anche delatore e regista di film maccartisti .

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Fuori dalla sala dove il traditore riceveva la statuetta un grande numero di vittime, anche precisamente sue, di mogli e figli, e figli dei figli delle vittime, ha protestato inutilmente.

E l’attenzione è andata tutta a lui e alla cerimonia.

Anche se molti, all’interno, non hanno applaudito e hanno espresso chiaramente il loro disappunto, I martiri e i successori dei martiri sono rimasti fuori.

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Per la precisione di film che trattano l’argomento ne contiamo cinque tra il ’56 (l’anno di Io non sono una spia e Al centrodell’uragano) e il 2016, anno diTrumboche uscito nel settembre 2015 ha vissuto la sua affermazione soprattutto nell’anno dopo.

Solo cinque in sessant’anni da cui ometto, perché non affrontano che molto lateralmente il tema, Il prezzo del successo, Come eravamo, e Majestic uscito nel 2001.

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Il primo è Il prestanomedel ’76, girato quasi esclusivamente da attori e cineasti che fecero parte della lista nera, diretto da Martin Ritt, e interpretato da Woody Allen e soprattutto Zero Mostel che ci mette molto, anche nell’episodica, della sua esperienza personale e di quella di suo colleghi che meno seppero resistere.

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Per esempio Lionel Stander, in Anche in boia muoiono(’43) di Fritz Lang, dove interpreta un resistente cescoslovacco, piuttosto che far rivelazioni ai nazisti, si butta dal balcone.

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Per me Il prestanomerimane il più veridico e simbolico quadro del maccartismo e Zero Mostel, in un personaggio dolorosamente modellato su lui stesso e le sue vicende di allora, costituisce un valore aggiunto che Trumbo, più ricco sotto altri aspetti, non possiede.

La sequenza per me indelebile nella memoria è quando Zero comprende di essere tagliato fuori, affitta una stanza d’albergo, sorseggia un flute di champagne e, fuori campo, si getta nel vuoto.

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Nel vuoto, in questo vuoto che rimane nella camera, nel leggero sventolare delle tende al vento che entra dalla finestra spalancata, c’è tutto il vuoto, il vuoto desertico e disidratato, che tutti i membri della lista nera sentirono dentro se stessi, la loro vita personale, la loro esistenza artistica, il sentirsi abbandonati dal loro pubblico, dalla gente d’America, dalla legge e dall’amministrazione della giustizia.

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Il secondo è inedito in Italia, realizzato nel ’77 per la Nbc da Jud Taylor e scritto da Lane slate. Si intitola TailgunnerJoe ed è una biografia al vetriolo di Joseph Mc Carthy interpretato da Peter Boyle.

Nel film per la tv compaiono molti attori e attrici della lista nera.

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Il terzo, del ’90, saltando quattordici anni, è Indiziato di reato, diretto da Irwin Winkler e interpretato da Robert De Niro, nei panni di un regista di Sinistra ispirato a John Berry.

E’ un film molto debole e non riproduce affatto il carattere battagliero dell’autore naturalizzato francese.

Dice poco e con poco successo nonostante i premi e le accoglienze grazie all’attore protagonista

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Il quarto, girato nel 2000 (sono passati altri dieci anni) in Spagna perché non trovò finanziamenti adeguati negli Usa dove ci fu una coproduzione piuttosto laterale, è Punto di vista la storia di Edward G.Biberman – impersonato da un volenteroso Jeff Goldlum diretto da Karl Francis, anche soggettista e sceneggiatore – che racconta anche della realizzazione di Il sale della terra, il film che, con immani difficoltà, tutti gli accusati vollero realizzare insieme, e che fu la loro condanna definitiva.

Anche per motivi di scarso bilancio, non è una grande opera, ma ha il pregio, notevole, di dire le cose come sono andate nonché di ricostruire la lavorazione di  Il sale della terra, film messo in piedi nel ’51 da cineasti tutti implicati nella caccia alla streghe che segnò la loro condanna definitiva.

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Nel 2005 c’è poi stato Good Night and Good Look, sulla vicenda di Eddy Murrow dove non c’è molto di più di quel che ho riferito.

Tratta soltanto un aspetto marginale di una situazione che, in una stazione televisiva dove la democrazia e la solidarietà sembrano di casa, è pur analizzato con un racconto asciutto e convincente.

Ma è anche un’opera che, fuori dagli Stati Uniti, nonostante la regia di George Clooney e la sua marginale partecipazione come attore, rimane incomprensibile ai più non avendo, forse giustamente, ambizioni di esplorazione più vasta.

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Per arrivare a Trumbopassano altri dieci anni.

E in ciò si spiega bene come, ancora oggi, sia difficile trattare con la giusta obiettività il periodo più avvilente vissuto dalla democrazia americana nel ventesimo secolo.

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Questo mio numero articolo non è, come avrete compreso, una recensione al film Trumbo ne un’analisi completa della caccia allestreghe.

E’ il tentativo, dopo diversi numeri dedicati all’argomento, di spiegare, nel modo più semplice ma curato che mi è stato possibile, cos’è stato il maccartismo partendo dal film con Bryan Cranston.

Non ho nemmeno voluto, data la sede, raccontarlo in tutto e per tutto e con tutti i personaggi e i fatti che si dovrebbero citare.

Però spero che, chi lo leggerà, possa sentire la voglia di approfondire oppure verificare quanto sta accadendo di similare in Italia.

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Nei suoi diari, pubblicati dopo la morte, Dalton Trumbo attribuisce una notevole importanza a Simone Weil e ne riesuma alcuna citazioni.

Concludo con questa :

“Ci sono momenti in cui la società diventa una macchina per comprimere il cuore, per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e, soprattutto, la vertigine del caos.

Sta per cadere sugli uomini un’altra e nuova forma di oppressione: l’oppressione esercitata in nome della funzione in una società sbagliata e frutto maturo del lavoro frantumato tipico del capitalismo internazionale.

Di fronte a questa non so come se la caverà l’essere umano destinato al ruolo di vittima ed esecutore schiavizzato.

Una sola cosa posso dire : l’essere umano non può essere oggetto passivo e deve imparare a riconoscersi solo in una società giusta ed egualitaria per cui deve lottare in ogni modo”.


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Autore: admin

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