Maurizio TANCREDI – Gatti, brifoli e scimmie parlanti. Un ricordo di Tullio De Mauro nel trigesimo della comparsa.

 

Saggistica breve


 

GATTI, BRIFOLI E SCIMMIE PARLANTI.

Un ricordo di Tullio De Mauro nel trigesimo della scomparsa.


 

Perché così è la vita, amore e morte insieme

Come ben sanno i brifoli, i munghi e le sirene

 

Sono stato allievo di Tullio De Mauro per tre annualità, senza quasi perdere una sua lezione. Non è cosa questa di cui menare particolare vanto. Tanto lunga e tanto piena di dedizione è stata la sua carriera accademica, e tanto grande era la sua fama e l’affetto che destava, che di allievi ne ha avuti a migliaia. In effetti anche il mio primo figlio ha fatto in tempo a dare un esame con lui. Lo ebbi anche come correlatore della mia tesi di laurea, compito a cui si prestò di buona grazia per quanto l’argomento – un’estetica della pornografia – lo lasciasse un tantino perplesso. Se oggi un allievo mi proponesse un argomento del genere lo caccerei in malo modo ricordandogli che la filosofia è una cosa seria e che, almeno quando si è giovani e presuntuosi, va riservata a cose serie. Ma, “O gran bontà de’ cavalieri antiqui”, lui e il mio relatore, Emilio Garroni, dovettero pensare che a lasciarmi fare avrei avuto in seguito una vita per pentirmi di quella scelta e per emendarmene (come poi è stato).

Se ricordo qui il magistero di De Mauro a un mese dalla scomparsa è però per tornare un momento a una delle sue prime lezioni. Uno spettacolo ben congegnato e che in seguito ho invano provato ad imitare, sia come docente che come attore. Iniziava con il professore che nell’aula stracolma scriveva, facendo grattare a bella posta il gesso sull’immensa lavagna, la parola gatto in corsivo, e poi la ripeteva in stampatello e in un tremolante carattere infantile. Seguivano poi cat, chat, katz, gato, e un’altra dozzina di traduzioni del termine in lingue e ideogrammi che io non conoscevo ma lui certamente sì, e alcuni disegnini in cui ritraeva un gatto seduto, un altro in caccia e così via.

Quando la lavagna era piena si girava verso quello che appariva il più sprovveduto volenteroso delle prime file e, indicandogli il termine in italiano, chiedeva: “Che cos’è questo?”. L’abilità consisteva nel beccare sempre uno abbastanza emozionato e sempliciotto da rispondere “Quello è gatto” e non “Quella è la parola gatto” (seconda annualità) o “È il grafema della parola gatto” (terza annualità). Quando il meschino aveva abboccato, De Mauro assentiva con l’aria di chi avesse ricevuto una risposta inaspettatamente sagace e, spostando il gesso sull’equivalente in corsivo, domandava: “E questo?”, “Ancora gatto”. Freneticamente passava da un termine all’altro e poi ai disegnini, ricevendo sempre la stessa risposta, e quando finalmente arrivava agli ideogrammi cinese e giapponese dei quali dava l’equivalente fonetico, se era fortunato (e lo era quasi sempre), il pollo di turno azzardava: “Penso che pure questi significhino gatto”.

Ah Ah! T’ho beccato! “Significhino”, non “Sono”. E “Penso”, non “So”. E a questo punto De Mauro sapeva di avere incassato un paio di argomenti che avrebbe potuto far valere più tardi al momento di parlare di significati ed inferenze logiche o di percorsi presupposizionali. Poi, di colpo, scompariva sotto la cattedra e si lanciava nell’imitazione di un gatto in amore. Quando ne riemergeva per chiedere “Cosa c’era là sotto?”, o perché ormai presi dal gioco o perché decisamente tardi, gli studenti prorompevano in un corale “Un gatto”. Qualcuno avrà anche pensato che la risposta giusta fosse “Il professor De Mauro che è ammattito…” ma, va ricordato, erano studenti di prima annualità, era il 1976 e quello era Tullio De Mauro.

Non pago, il professore puntava, scorrendo lo sguardo tra le file, qualcuno che desse segni di una qualche spavalda gigioneria e lo invitava a salire sulla cattedra e a mettersi a fare le fusa. Se era fortunato, il candidato se la cavava così bene che qualcuno se ne usciva con un “Sembra proprio un gatto”, al che il professore assentiva dicendo “Vero?”. Poi fissava sconsolato la lavagna, tentava di blandire con inviti e paroline questo o quel disegnino e infine trionfante concludeva: “Ma nessuno miagola! E quelli che miagolano (si riferiva all’aspirante gatto ancora in cattedra) comunque non hanno la coda o i baffi… e lo sapete perché? Perché sono segni, non cose… e tantomeno gatti. Anche lui”, e qui magari accarezzava la testa del gigione, “è un segno, complesso, fatto di codici e inferenze che magari un cinese non capirebbe perché lui il gatto lo imita in un altro modo, ma è un segno. E i segni possono evocare un gatto, più o meno chiaramente, ma nessuno di essi spruzza feromoni, prende topi o finisce sotto una macchina”.

Più tardi, con l’aria di saperla lunga, mi avvicinai e buttai lì un “Ma allora cos’è un gatto?”. Mi aspettavo un platonico “Quello che nella tua mente e nella tua cultura è un gatto”, ma De Mauro, molto più zen, rispose: “Quando esci e ne incontri uno vedrai che lo riconosci”. Che poteva significare: “Non metterti a fare questi giochetti con me, ragazzino”, ma poteva anche voler dire: “Vuoi giocare? Allora domandati come faresti a riconoscere uno snualo o un ippogrifo”. Io volevo giocare e, pur ritirandomi in buon ordine (ricordate? era il mio primo anno, era il 1976 e lui era Tullio De Mauro), riflettei sul fatto che, partendo dalle descrizioni di Lewis Carroll o di Ludovico Ariosto o dalle illustrazioni di Gustav Doré, snuali e ippogrifi non dovrebbero essere più difficili da riconoscere dei gatti; salvo poi la difficoltà d’incontrarne uno nei cortili della Sapienza. 1

Insomma, anche l’identità fluida di un animale fantastico può essere assoggettata a una rigorosa controllabilità (“Questo è un ippogrifo? No! Gli manca il posteriore da cavallo, è un volgare grifone”), a una ripetibilità e a una trasmissibilità accettabilmente fedele. L’ippogrifo, come il gatto e ogni altra immagine-concetto che possiamo crearci nella nostra mente a partire da un’esperienza concreta o culturale, è connesso con pratiche di decontestualizzazione, proceduralizzazione, astrazione e combinazione  immaginativa che ne fanno un riferimento (un lemma) della nostra enciclopedia personale. Vale la pena di ricordare che per Isidoro di Siviglia, che nel VII sec. scrive l’Etymologiarum sive originum libri XX, prima enciclopedia dell’Occidente Cristiano, l’unicorno era altrettanto reale del gatto, e se gli aveste obiettato che lui di unicorni non ne aveva mai visti forse vi avrebbe risposto che nemmeno voi avete mai visto un calamaro gigante o un varano di Komodo ma che non per questo dubitate della loro esistenza. Ai suoi occhi le descrizioni di Cosma Indicopleuste a cui si rifà per gli animali fantastici sono attendibili al pari dei documentari di Discovery Channel che con un clic su Youtube vi mostrano calamari giganti e varani. 2

Dunque non c’è nessuna “varanità” che può guidarci nel vedere se tra le aiuole della  Sapienza si annida un lucertolone gigante. O lo abbiamo visto (magari su Youtube, del quale ci fidiamo come Isidoro di Cosma) 3 oppure ricorriamo a una descrizione linguistica. Questo perché il linguaggio non denomina oggetti universali (con buona pace della “varanità”) ma punti di vista contestualizzati  durante atti d’interazione all’interno di giochi linguistici formulati sullo sfondo di un’enciclopedia comune ( che, nel nostro caso, reputa possibili effettualmente i varani, solo letterariamente possibili gli ippogrifi, poco possibili i badughi).

Queste enciclopedie definiscono l’attenzione condivisa come un frame pubblico umano. Come notava Michael Tomasello nel 1999 4, quello che rende i simboli linguistici effettivamente unici dal punto di vista cognitivo è il fatto che ciascun simbolo esprime un particolare punto di vista su un’entità o su un evento. Proprio come i badughi possono evocare inquietanti anellidi o simpatiche scimmiette, ogni oggetto linguistico è diverso in ogni persona e contesto in cui si usa, quand’anche si riferisca a un preciso e concretissimo oggetto (ad es. il gatto del vicino). È un aspetto della legge di infinita riformulabilità degli enunciati espressa da Ferdinand de Saussure e che rappresenta una delle basi della moderna filosofia del linguaggio. La natura prospettica dei simboli linguistici moltiplica indefinitamente il grado di specificità con cui possono essere usati per manipolare l’attenzione degli altri, e questo fatto ha una profonda implicazione per la natura delle rappresentazioni cognitive. In questa modalità di attenzione condivisa, le soggettività vengono incorporate in un quadro che pragmaticamente tende all’oggettività, cioè all’intesa sull’oggetto o sull’atto che percepiamo o che ci viene descritto.

Già Emile Benveniste faceva notare che “il linguaggio è possibile solo in quanto ciascun parlante si pone come soggetto, rimandando a sé stesso come Io nel suo discorso (….); la polarità delle persone, è questa la condizione fondamentale nel linguaggio, il cui processo di comunicazione non è che una conseguenza del tutto pragmatica” 5. Rappresentare la realtà e rappresentarsi all’interno di essa come un’entità soggettiva che si rispecchia in altre entità soggettive attraverso il linguaggio: questa sembra essere la funzione profonda del parlare: definirci. Il linguaggio appare in questo senso – come oggi sostengono molti etologi – come la principale fonte di potenziamento delle risorse cooperative della specie umana.

E la forma più potente di cemento sociale non è stato il definire concettuale, ma il banale chiacchiericcio, il gossip. Parlare e sparlare dei compagni, paragonare le grazie delle compagne, irridere i superiori criticandone le debolezze e i vizi, vantare le proprie imprese erotiche, sono tutti argomenti che probabilmente accomunano i nostri studenti ai primi sapiens. È l’universo delle chiacchiere che permette di modellare negli adolescenti (e in un momento cruciale del nostro sviluppo come specie) la gelosia, l’invidia, il desiderio di emulazione, i propulsori sociali, insomma. È qui che si formano i modelli di imitazione sociale, quelli attraverso i quali ci si crea una reputazione positiva o negativa. Entrare nel circolo del gossip vuol dire diventare attrattori sociali, ed è per questo che i giovani sono così morbosamente attaccati ai loro smartphone che attraverso i social network realizzano un chiacchiericcio continuo, sofisticato e multimediale, oltre che insopportabile se fai l’insegnante. Senza questo brusio continuo viene meno il desiderio di ottenere ascolto. Essere oggetto di gossip è la prima forma di rilevanza politica come ben sanno le ragazzine che collezionano i “mi piace” su un post come scalpi, e come ben sa anche l’attuale presidente degli Stati Uniti che passa forse più tempo a twittare che a pensare.

Il passaggio dal grafema del gatto al mormorio della rete è certamente grande, ma in un periodo di identità liquida è probabilmente una zattera alla quale soprattutto le giovani generazioni possono aggrapparsi per non essere fagocitate da un sistema sempre meno umano. Fino ai suoi ultimi corsivi sulla rivista “L’Internazionale”, Tullio De Mauro ha continuato a riflettere e a provocare i suoi interlocutori intorno a questi argomenti.

”Vuoi giocare?”: un approccio al linguaggio che da Wittgenstein a De Mauro ha attraversato tutta la riflessione filosofica del Novecento e di questo XXI secolo e che continua ad agire, utopico e fecondo, tanto nei limericks di Lewis Carroll che negli emoticons dei telefonini.

Note

1) In effetti con lo snualo qualche problema ci sarebbe perché Lewis Carroll nel suo La caccia allo snualo è piuttosto evasivo e talvolta contraddittorio riguardo al suo aspetto. È un po’ come in una poesia di Stefano Benni che comincia così: “Quando un badugo incontra una grambana / insieme badagrambano l’intera settimana / e dopo nove mesi saran  belli e svezzati / centocinquanta brifoli vispi ed assatanati”. Quando chiedo ai miei allievi di secondo anno di descrivermi come sono badughi e grambane vengono fuori delle anatomie  molto disparate: c’è chi li vede come  lunghi vermi, chi come piccoli lemuri, chi dà loro orecchie a punta e chi giganteschi tentacoli. Solo sul badagrambare sembrano essere tutti d’accordo perché il risultato dopo nove mesi non lascia adito a dubbi (ma sarà poi così?). Sulle modalità della maratona badagrambica però riprende la divergenza con ipotesi che farebbero la gioia di Jay Gould.

2) Cosma, quasi contemporaneo di Isidoro, nella sua Topografia cristiana fornisce una serie di descrizioni di animali che nei secoli successivi saranno le basi per innumerevoli bestiari e per un gran numero di miniature.

3) Dicendo che ci fidiamo di Youtube come Isidoro di Cosma non sto facendo una battuta. La scorsa estate il mio figlio più piccolo (si fa per dire, visto che ha ventitre anni)  insisteva a mostrarmi dei leprecauni in un filmato in rete. Premesso che non è uno sprovveduto né un’anima romantica portata a vedere elfi e gnomi nei boschi, lui i leprecauni li vedeva perché se su Youtube c’è un filmato che dice “questi sono leprecauni” non c’è motivo di non credergli. La rete è oggi una delle auctoritas più potenti.

3) Michael Tomasello, Le origini culturali della cognizione umana, Bologna, Il Mulino, 2005. Ma vedi anche Altruisti Nati. Perché cooperiamo fin da piccoli, Torino, Bollati Boringhieri, 2010.

5) Emile Benveniste, Saggi di linguistica generale, Milano, il Saggiatore, 1971, vol I, p. 153.

 

 

Autore: admin

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