Cinzia BALDAZZI – Auto-coscienza e memoria (le nostre) nel teatro (Herlitzka-Minetti-Bernhard – al T. Argentina, Roma)

 

Saggistica breve

 

 

AUTO-COSCIENZA E MEMORIA (LE NOSTRE) NEL TEATRO

Roberto Herlitzka

Con Roberto Herlitzka e la regia di Roberto Andò, torna in scena Minetti, ritratto di un artista da vecchio di Thomas Bernhard – Al T. Argentina, Roma

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All’inizio del Ritratto dell’artista da giovane (A Portrait of the Artist as a Young Man), conosciuto anche con il titolo Dedalus, quasi un’autobiografia di James Joyce, si anima la figura di un bambino affascinato dagli oggetti e ancor più dalle vicende, dagli scambi tra la gente e dalle parole che ne delineano affinità o repulsione. Il romanzo (uscito sulla rivista “The Egoist” tra il 1914 e il 1915, quindi in volume nel 1916) divenne un esemplare di scrittura in grado di risalire alle proprie origini. Tuttavia, nella mia memoria letteraria, nello specifico teatrale, accanto al fanciullo giunge alla ribalta un anziano attore, al termine di un viaggio senza ritorno, nel testo Minetti, ritratto di un artista da vecchio (Minetti. Ein Portrait des Künstlers als alter Mann, 1976) dell’austriaco Thomas Bernhard.

L’Argentina di Roma ne offre un’edizione guidata dalla regia di Roberto Andò, con protagonista Roberto Herlitzka. Non ho avuto la possibilità di assistere allo spettacolo, non riuscendo così a vedere realizzata la pièce evocata da uno dei nostri maggiori artisti in attività e gestita secondo incipit e pause di un regista di grande esperienza. Ad essere sincera, il primo appuntamento mancato coincide con la stagione del 1982, durante il mio apprendistato di cronista: mi riferisco al debutto italiano della drammaturgia di Bernhard – lo avevo studiato in un seminario presso il centro universitario del Teatro Ateneo – in occasione de La forza dell’abitudine del fiorentino Gruppo della Rocca. Di sicuro, però, tale circolo di rendez-vous falliti sarà interrotto ben presto e, per ora, queste brevi riflessioni vorrebbero solo elencare le tappe di un tragitto per varcare il mondo poetico del singolare autore – scomparso nel 1989 – messo in discussione sin agli esordi dalla critica dei paesi di lingua tedesca per la sintassi scandalosa e lo stile provocatorio.

Dal Dedalus di James Joyce al Minetti di Bernhard, come accennavo ricordando anche l’opinione di Simone Nebbia a proposito di un precedente allestimento di Herlitzka-Andò a Palermo, si fa strada il XX secolo, affrontando i tradimenti ideologici e la disfatta immediata, oppure successiva, di tradizione e avanguardia. Dunque, il giovane e speranzoso Dedalus appare spinto da un senso di libertà espressiva vissuto da contrasto alle censure circostanti, trascinando – nel corso del tempo – uno spirito progressivo e innovatore: purtroppo dovrà pagare il prezzo di una scelta analoga, nella modalità di una dispersione caratteriale, simile al destino di un individuo immerso in una realtà scenica, costretto a fingere sapendo di farlo. In tale atmosfera, la figura di Minetti per Bernhard potrebbe averne colto l’eredità di autocoscienza, emblematizzata dall’ostinarsi con tenacia e angoscia ad evocare il ruolo, per l’ultima volta, del King Lear di William Shakespeare. In altre parole, tra le quinte, l’anziano Dedalus, ora Bernhard Theodor Minetti, vorrebbe condurre lo spettatore a condividere uno scorcio dell’esistenza che è l’esistere in diretta, non nel futuro, piuttosto verso l’epilogo: le illusioni di un divenire, per noi reale e fidato, in un complesso unico con il termine di quello biologico per lui. Un passato creato a priori e a posteriori: proteso a sperimentare il non ancora, poi a testimoniarne il non più.

Nel 1970 circa, già composta una mole considerevole di prosa e poesia, Bernhard si concentra sul repertorio drammaturgico ottenendo successi alterni. Vede esibirsi Minetti, ed eccone il racconto: «Devo sfruttarlo, questo grande attore, probabilmente il più grande attore recitante, quindi vivente, vale a dire capace di esorcizzare la follia del nostro sistema teatrale. Devo sfruttarlo prima che non sia più possibile, questo talento teatrale del tutto elementare». Del resto Minetti, lasciato il cinema, stava tornando alla mise en scène con Shakespeare e Beckett, Schiller e Pirandello, Goethe e Von Kleist, Strindberg e Molière, Anouilh e Genet.

Da quel momento, si trasforma in protagonista costante nelle opere bernhardiane, apparendone una specie di immagine-feticcio. E proprio in omaggio a un modello di straordinaria efficacia, prende vita il canovaccio Minetti, ritratto di un artista da vecchio. Siamo nella hall di un anonimo albergo di Ostenda, la città belga sull’Atlantico, ed è il 31 dicembre. Il famoso commediante, raggiunta una certa età, trascorre una serata inquieta, aspettando di interpretare, senza repliche, il mitico Re Lear dopo tre decenni di lontananza forzata dalla ribalta. Riflette in chiave critica sul pubblico e sui tempi attuali, abbandonandosi a un “flusso di coscienza” nutrito di rimpianti ossessivi, rivede la solitudine dei personaggi in sembianza di spettri.

Scrive Nevio Gàmbula: «L’albergo diverrà lo spazio dei ricordi e dell’attesa, ma anche il luogo che Minetti sceglie per compiere il suo estremo gesto di protesta contro la società instupidita e contro il teatro. E allora lo spazio che il vecchio attore segue con lo sguardo è il teatro stesso, o meglio il palcoscenico a cui è legato per passione e per condizione; è lo spazio concreto dove si consuma il suo flusso interiore, il punto di approdo del suo delirio».

Bernhard Minetti

Nell’opera è condensato l’universo logico-intuitivo di Thomas Bernhard, oltre alla fisionomia individuale di carattere e comportamento. Austriaco, è critico spietato rispetto alla terra natale, essendosi trasferito con la famiglia in Germania e rientrato in patria solo nel ’65:  di rado esce di casa, non risponde alle lettere, per indole disinteressato alla natura e alla routine urbana, appartato, misantropo e persino misogino. Mostra le qualità necessarie a eludere un simile atteggiamento di rifiuto soltanto Hedwig Hofbauer, conosciuta da giovanissimo durante il ricovero nel sanatorio di Grafenhof. Propenso a eludere l’argomento “donna”, fa eccezione per lei, maggiore di trentasei anni: è la “persona della sua vita”, poi chiamata “zia” in uno scritto postumo.

Quando incrocia la traiettoria di Bernhard, Minetti è un settantenne: ha dimenticato il lontano paese di origine, Crusinallo, al nord del Piemonte. Ha un’idea precisa, maturata nel dopoguerra, però sviluppata tempo addietro, in un periodo di lavoro accanto agli illustri Gustaf Gründgens e Werner Krauss. È il principio del “perturbante” (di tipo freudiano), ossia, con le parole di Minetti, «della Unheimlichkeit propria dell’attore e della sua capacità di irritare e perturbare il pubblico».

Tale messaggio non poteva non confrontarsi con i profondi convincimenti del commediografo in grado di ammirarlo dalla platea: nasce così, nel ’76, Minetti, ritratto di un artista da vecchio. Sarebbe semplicistico ricondurlo alla formula as himself, cioè “nella parte di se stesso”: «Proporre un testo che si chiama Minetti in cui Bernhard Minetti interpreta un Minetti che non è Minetti», commenta Eugenio Bernardi, «ma che per varie allusioni ricorda Minetti, significa disturbare quel senso continuo di identità inteso come una consolazione che proprio la presenza dell’attore dovrebbe garantire». Il concetto drammaturgico di Thomas Bernhard ruota invero intorno al sovvertire le sicurezze di chi lo ascolta. E «se il pubblico è per Bernhard nemico dell’intelligenza», chiarisce Enrico Arosio, «Minetti è una sorta di esorcista della stupidità».

La pièce è basata sulla staticità: il monologo del vegliardo e glorioso artista, seduto in poltrona, espone ossessioni di vecchiaia, declino e annientamento. Comunque, in una sfumatura di nichilismo, in «teatralità come rimedio esistenziale, estrema ma anche contraddittoria difesa contro la morte», l’autore, irrispettoso e provocatorio è, sempre secondo Bernardi, «in verità profondamente ancorato in una civiltà in cui il teatro ha una parte sostanziale».

L’uscita di scena di Minetti e di Bernhard accade per entrambi nel segno del paradosso.

Archiviato un patrimonio assai esteso di liriche, racconti, romanzi e drammi, nell’89 Bernhard affida le ultime idee al giornale locale “Salzkammergut-Zeitung”, protestando con energia contro la minaccia di soppressione della Tramvia di Gmunden, la più breve del mondo con un’unica linea, sette stazioni e due chilometri e trecento metri di lunghezza. Piccola e radicata polemica di un autore abituato allo scandalo, criticato dai circoli conservatori, querelato da chi si riconosceva nei suoi scritti reputandosi diffamato, pronto a rifiutare un premio nazionale austriaco commentando: «Ogni cosa è ridicola, se paragonata alla morte».

Minetti gli sopravviverà per quasi un decennio: dopo essere stato Re Lear e Robespierre, Faust e Wallenstein, Amleto e Bruto, Krapp e Tartufo, spiegava: «Tutte queste mie creature, ormai saranno trecento interpretazioni diverse, se voglio riesco a vederle come fossero una schiera di fantasmi. Sono sicuro che sono esistite. Che hanno vissuto». E proseguiva: «Non sono creature morte, né rappresentano un’oppressione per me, e neanche un impegno vincolante. Eppure, se devo fare un bilancio, se devo azzardare una definizione di me stesso, o diciamo una formula, un titolo a caratteri cubitali, direi: in quanto attore sono un venditore d’anime».

Poche stagioni prima della scomparsa all’età di novantatré anni, Minetti prende commiato salendo sul palco, nel ’94, in un ruolo marginale nella Resistibile ascesa di Arturo Ui allestito dal Berliner Ensemble. Terminare la carriera sotto l’egida di Bertolt Brecht: tocca proprio a Minetti, il quale, oltre a non averlo recitato in alcuna occasione, nel ‘45 ottenne una specie di “permesso” di continuare a lavorare nonostante le presunte collusioni con il regime nazista.


Thomas Bernhard

 

Minetti, ritratto di un artista da vecchio

di Thomas Bernhard

traduzione Umberto Gandini

regia Roberto Andò

Produzione Teatro Biondo Palermo

con Roberto Herlitzka (Minetti, attore drammatico), Roberta Sferzi (una signora), Verdiana Costanzo (una ragazza), Nicolò Scarparo (portiere), Vincenzo Pasquariello (facchino), Matteo Francomano (un nano)

scene e luci Gianni Carluccio – costumi Gianni Carluccio, Daniela Cernigliaro – suono Hubert Westkemper

aiuto regia Luca Bargagna – direttore dell’allestimento scenico Antonino Ficarra – assistente scenografo e direttore di scena Claudio La Fata – assistente ai costumi Agnese Rabatti

Autore: admin

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