Monica SCHIRRU- S O S- Storia di una odissea psicosomatica (Compagnia Makirio al Gobetti, Torino)

 

Lo spettatore accorto

 


S.O.S –

Storia di un’odissea psicosomatica

Compagnia Makiro  Con Aurélia Dedieu  Regia di Giuseppe Vietti  Torino, Teatro Gobetti

Presentato all’interno della terza edizione della rassegna “Il cielo su Torino” organizzata dal Sistema teatro Torino

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Sapevo che volevo Beppe alla regia. Non sapevo di cosa volessi parlare. Sapevo che volevo fare un ‘one human show’, con l’umano al centro, e parlare di quello che avevo passato a livello personale, trasformandolo in una metafora che potesse servire anche agli altri. Alla fine un giorno abbiamo pensato a un viaggio all’inferno rappresentato come intestino e da lì è partito tutto, le metafore sono spuntate come funghi ed è stato come lo scultore che scopre la scultura mentre sta lavorando il marmo”.

Nasce così, da un’esperienza di vita di Aurelia Dedieu, attrice della Compagnia Makiro,  S.O.S. – Storia di un’odissea psicosomatica, di cui ha curato la regia  Giuseppe Vietti. Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale nella  terza edizione della rassegna Il cielo sopra Torino, organizzata dal Sistema Teatro Torino.

E’ la messa in scena di un’avventura psico-fisica, un’esplorazione emozionale e biologica del corpo umano, una sfida coraggiosa e conoscitiva, scandita attraverso sette “tappe”: l’intestino, l’utero, lo stomaco, il sistema ormonale, il fegato, il cuore e il cervello.

La  protagonista di questo viaggio tra mente e corpo, accolto il pubblico in platea – dopo averlo invitato a mettersi a proprio agio – ha dato inizio ad un gioco teatrale interattivo, scivolando abilmente sul tema degli acciacchi quotidiani, coinvolgendo  gli spettatori, soprattutto quelli meno intimiditi dal dialogo estemporaneo, che si sono “lanciati” in un breve racconto personale.

Con questa azione teatrale l’attrice è entrata nel personaggio – se stessa – e lo spettacolo ha avuto inizio in un clima di accogliente familiarità.

Pretesto narrativo è il ricordo di un malessere, un forte dolore allo stomaco dopo un gelato in spiaggia. La guardia medica a cui si rivolge, dopo averla visitata attraverso uno screening insolito, la pone di fronte a un bivio decisivo: quello tra la farmacia dei “palliativi” (l’uso immediato del Malox) e un percorso di consapevolezza del proprio corpo. Lei accetta intimorita e si trova a visitare gli interni di un palazzo in cui ogni piano corrisponde a un organo: ciascuno è simbolicamente rappresentato da un quadro scenico particolare, dove la protagonista alterna ruoli diversi, addentrandosi sempre più in questo show dal sapore tutto femminile.

Il primo piano è la sede dell’intestino, luogo dai tratti mefistofelici, buio, in cui arde un fuoco infernale, sfondo di una danza “liberatoria”  e sensuale.

Al secondo piano, l’utero è un contadino in attesa che il proprio campo sia coltivato ma condizioni meteorologiche e ambientali avverse, indipendenti dalla sua buona volontà, non lo consentiranno.

Al terzo piano, lo stomaco è un infervorato sindacalista che si rivolge ad un’assemblea di enzimi, li esorta a ribellarsi alle diete e a considerare finito il tempo dei “pasti irregolari”, a suon di slogan come “Enzimi puliti! C’è aria di gastriti!” e “Alle diete rispondiamo col diabete!”, minacciando rivolte di reflussi, gastriti e ernie surrenali. In platea intanto vengono distribuiti volantini in cui sotto l’immagine di un pugno chiuso campeggia la scritta “Hasta la cicoria siempre”.

Il sistema ormonale è invece un’intensa partita di calcio tra due singolari squadre: una lei e un lui sulla panchina di un parco. Le tattiche di avvicinamento maschili – all’inizio lui è“ discreto come un ghepardo” – e le risposte compiaciute femminili, vengono narrate come una cronaca sportiva a colpi di adrenalina, endorfine, ipotalamo e quant’altro.

Il fegato è l’organo più arrabbiato perché  – tra le tante sue funzioni – elimina le sostanze tossiche dal sangue e produce la bile;  il fegato raccontato in questa odissea psicosomatica soffoca la sua rabbia in uno stato di costante rassegnazione:  quella di un cantante reggae pacifista che ignora le guerre nel mondo e proclama  – strafatto –  l’Amore Universale.

Al cuore è toccato di essere l’organo della deriva sentimentale, dell’amore appassionato e finito per sempre, che lascia ferite indelebili: è la volta di una cantante – clochard che lancia pateticamente petali di rosa da una busta di plastica, sulle note di Ne me quitte pas di Jaque Brel, interrotte dal pianto.

Chiude questa avventura fisico-emozionale il cervello, che occupa il piano più alto, diviso in interno A – emisfero sinistro – e  B – emisfero destro. Qui la protagonista, nei panni di un’eroina simile a Lara Croft, aiutata dai neuroni, supera una serie di giochi, test e quiz e, su musica tecno martellante, raggiunge l’illuminazione psicosomatica,  il traguardo di questa singolare peripezia.

Tra performance, gag comiche e clownerie, Aurelia Dedieu riesce a mantenere un ritmo serrato e costante per tutto lo spettacolo, sola sul palco, accompagnata da una voce fuori campo, in un umanissimo One Woman Show divertente e ironico che mette in risalto le nevrosi ipocondriache, le patofobie dei nostri giorni, e lancia in chiusura un messaggio positivo: provare ad essere un po’ più amici del proprio corpo, degli organi che lo compongono, ascoltandolo prima ancora di ogni giudizio o paura.

Una lettura curiosa e convincente dell’organismo attraverso metafore prese a prestito dalla realtà quotidiana, che spaziano dalla musica al cinema, dalla lotta di classe  all’agricoltura.

Autore: admin

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