U. ROSSI, F. FOSSATI- Cinema. Recensioni brevi (“Il ragno rosso”, “Dopo l’amore”)

Cinema    Recensioni brevi*

DUE FILM RECENTI

 

 

Il ragno rosso

Il ragno rosso
Regia:  Marcin Koszalka,
Sceneggiatura: Lukasz M. Maciejewski, Marta Szreder, M. Koszalke

Interpreti: Filip Plawiak, Adam Woronowicz, Malgorzata Foremniak, Julia Kijowska.

Prod. Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca 2015

Il film del polacco Marcin Koszałka è ambientato nella Cracovia del 1967, quando la città è sconvolta da una serie di omicidi di donne e bambini perpetrati da un serial killer che la polizia battezza il Ragno Rosso. Karol, che i genitori vorrebbero diventasse medico come il padre, per ora è assorbito dall’attività sportiva di tuffatore in cui ove sta ottenendo ottimi risultati.

Casualmente scopre l’ultimo omicidio dell’assassino seriale e lo vede pochi istanti dopo che ha commesso il delitto. Lo pedina e identifica (un veterinario ombroso, affascinato dal potere che ha chi può dare la morte agli altri) ma non lo denuncia, anzi si presenta a lui sperando di diventarne una sorta di suo discepolo. Quando il delinquente lo mette alla prova, chiedendogli di uccidere una fotografa di cui è diventato l’amante, lui vacilla. Sarà allora il vero ragno rosso ad ammazzare la donna a martellate. Schiacciato dalla propria impotenza trova sfogo confessandosi autore dei crimini commessi dall’altro.

Sarà condannato a morte e impiccato. Undici anni dopo il suo ritratto comparirà in una mostra d’arte e sarà proprio il vero assassino, tutt’ora in libertà, ad andare a vederlo fra i primi. Il regista e il direttore della fotografia immergono il film in un’atmosfera cupa a simbolizzare il grigiore della Polonia realsocialista e l’oppressione esercitata sugli spiriti non allineati, anche se l’aver scelto un criminale come filo conduttore della storia rischia di compromettere, almeno in parte, l’essenza del discorso. Ciò che emerge con forza è, invece, la duplicità e l’opportunismo di un potere pronto ad accogliere, magari al ritmo di botte inferte nel chiuso di una questura, una pseudo verità che conviene, ma che nessuno si preoccupa di verificare sino in fondo.

In questo due piccoli dettagli confermano le line guida su cui si muove il regista: la sequenza in cui l’inquisitore si vanta con il detenuto di aver ricevuto un orologio, che vale due suoi stipendi, quale premio per la scoperta del (pseudo) assassino e l’altra in cui lo stesso inquirente chiede all’autoaccusato di firmagli e dedicargli le foto dei sopraluoghi a cui ha partecipato. Come dire un film molto ben costruito, ma meno simbolico di quanto avrebbe potuto essere

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Dopo l’amoore (L’économie du couple)

Dopo l'amore

Regia: Joachim Lafosse
Sceneggiatura: Mazarine Pingeot, Fanny Burdino, Joachim Lafosse, Thomas Van Zuylen  
Interpreti: Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens, Catherine Salée, Tibo Vandenborre, Philippe Jeusette, Annick Johnson, Pascal Rogard, Ariane Rousseau,
Prod. Belgio, Francia 2016

Film che nella costruzione ha avuto una vita particolare, con due coppie di sceneggiatori che scrivevano senza raffrontarsi su quanto creato. Mazarine Pingeot e Fanny Burdino, che spesso lavorano a quattro mani, facevano la prima versione che veniva inviata al regista il quale, assieme a Thomas Van Zuylen – di fatto co-sceneggiatore – apportava variazione e, a volte, riscriveva tutto.

Al momento della realizzazione effettiva, le prime due hanno lasciato che sul set operassero il regista Joachim Lafosse assieme al fido Thomas. Trattando di una coppia in crisi, l’idea era di vedere la stessa storia da due ottiche diverse, capendo le logiche che muovevano due persone, forse ancora innamorate, che non riescono neppure a vivere una serena separazione. Il risultato è inferiore alle aspettative e, per quanto possa valere, probabilmente l’apporto nel interpretare le colpe di ambedue volge a colpevolizzare fin troppo la donna, non difesa neppure dalla propria madre.

In teoria, il dissidio tra i due è legato a semplici problemi di denaro (giustamente, in originale il film si intitolava L’économie du couple – L’economia della coppia) perché la ragione del contendere è l’appartamento in cui vivono, lei proprietaria ma lui, da buon architetto, abile nella ristrutturazione che ha fatto aumentare notevolmente il valore dell’immobile.

Al momento della quantificazione di quanto spettante a ciascuno i due esprimono il peggio di se stessi, forse perché ai sentono traditi dal partner. Scopriamo che lei è ricca di famiglia e appartiene alla buona borghesia. Si intuisce che lavori, ma non si capisce cosa possa fare, particolare probabilmente poco interessante per gli autori. Di lui, invece, sappiamo fin troppo con una laurea guadagnata, bravo quando lavora ma cronicamente privo di committenti. E’ dolce con la ex, è un padre perfetto per le loro gemelline di dieci anni e vive ancora assieme a loro perché non ha mezzi di sostentamento.

Lei fa di tutto per farsi odiare da chiunque, figlie e madre compresa, ma da parte degli sceneggiatori non si spiega come sia nata questa situazione che porta ad un disinnamoramento suo nei confronti del marito. Difficile parteggiare per uno o per l’altro, complesso mantenere alta la soglia dell’interesse in un film di dialoghi in cui, purtroppo, il desiderio di raccontare la vita diuturna di una famiglia seppure in crisi non riesce a coinvolgere più di tanto. Le bimbe giocano, litigano da sorelle che si vogliono bene, si fanno raccontare le fiabe dal babbo, fanno sport. Lei non ne azzecca una e diviene ancora più antipatica di quello che è all’inizio. Lui è un fallito gentile a cui la sceneggiatura perdona tutto. In questo tipo di costruzione poco rimane di realmente interessante.

Dirige il belga Joachim Lafosse di cui in Italia è giunto Proprietà privata (Nue propriété, 2006) sempre basato su un divorzio, interpretano con scarso impegno Bérénice Bejo ed il regista Cédric Kahn qui alla sua sesta esperienza di attore cinematografico. Dopo 15 anni di vita in comune, Marie e Boris si stanno separando. La casa dove vivono con le loro due bambine è stata comprata da lei, ma lui l’ha interamente ristrutturata. Nonostante la fortissima tensione dovuta alla fine di uno storia d’amore, sono costretti a convivere perché il marito non lavora e non può permettersi un’altra sistemazione.

Quando arriva la resa dei conti, nessuno dei due è disposto a mediare sul contributo che ritiene di aver dato alla vita coniugale, utilizzando la disputa per il valore dell’immobile come tramite per le loro vere e più indicibili divergenze

 

*Ringraziamo U. Rossi e F. Fossati, colleghi di “Cinemasessanta” e curatori di Cinemaeteatro.com

Autore: admin

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