Matteo TONNICCHI – “Daakhel albahr” (racconto breve)

 

Io scrivo



DAAKHEL ALBAHR


Socchiuse gli occhi; attorno a lui la massa di persone iniziava ad agitarsi scomposta.
Mormorii confusi. «Hanno trovato i disertori,» pensò. Strinse al petto sua figlia. «Si sono nascosti di sopra, li hanno già trovati»….

****

Uno scossone lo fece sussultare: aprì completamente gli occhi. Il sogno lasciò posto alla realtà: era nella stiva della nave, che rollava violentemente.
I suoi compagni di viaggio erano in tumulto. Fuori infuriava la tempesta; il vociare concitato si alternava a un sottofondo di preghiere.
«Rimani qui; papà ora va a vedere. Non ti muovere. Tieni, mettilo» intimò alla bambina passandole un giubbotto salvagente. Poi si fece strada tra la gente, verso le scale del boccaporto. Arrivato in cima socchiuse il portellone e si affacciò.
Il petto, svuotatosi dell’acre odore di sudore e sporcizia, si riempì di gelido vento salmastro. Nella notte fonda il mare era fuori di sé: si innalzava in grattacieli alti, imponenti, che crollavano fragorosamente schiaffeggiando il pontile.

«È esplosa un’altra autobomba in piazza Saadallah alJabiri»: in lacrime, così gli si era presentato il fratello nella casa alle periferie di Aleppo: «Tua moglie era lì. Sono riuscito a tirare fuori la bambina. Ma tua moglie, l’ho persa».
Gioco al terrore di Bashar al Assad, oppure scellerata protesta dei ribelli; cosa poteva dire alla bambina, i grandi occhi neri incoscienti, cemento e sangue sulle guance.
«Devo trattenere le lacrime, la paura, farle vedere che suo padre è forte; farla sentire tranquilla» aveva pensato, costringendosi a un sorriso rassicurante.
Un momento di tregua: tutto intorno le onde gorgogliavano raccogliendo la loro furia.

Quella calma minacciosa gli aveva mozzato il fiato, a bordo della motocicletta al confine: attraversando il deserto, tenendo la figlia sulle ginocchia, abbracciata a lui. Gli avevano assicurato che il percorso era sicuro. «Sempre dritto, trenta gradi a nordest» gli avevano detto, «le hanno tolte tutte da quella parte». Tutte, le mine a protezione della frontiera. Doveva mantenere il tragitto, senza la minima variazione; ai lati di esso, di tanto in tanto, cadaveri mutilati emergevano dalle sabbie roventi.
La piccola mano della figlia nella sua. «Cosa fai qui? Ti ho detto di aspettare.
Torniamo giù, non si può uscire» disse. Chiuse il portellone saldamente, prese la figlia in braccio e la riportò nella stiva.
Un tuono ruggì fragorosamente intimando il silenzio: nonostante ciò, le preghiere andarono avanti.

Le preghiere erano andate avanti, nonostante fuori dalla Grande Moschea il minareto millenario fosse stato raso al suolo da colpi di cannone.
Sfregio per mano di Jabhat alNusra, oppure lo stesso esercito; cosa dire all’umanità, i grandi media del mondo indolenti, occupati da pettegolezzi, scandali politici, andamenti di borsa.
Le onde tornarono: con la forza di un titano sollevarono la nave in alto, fino a ribaltarla.
Rituffato sottosopra nel mare, il ponte cedette crepandosi attorno al portellone, che venne strappato via: l’acqua ghiacciata si fece strada nel boccaporto iniziando a invadere la stiva, a ghermire uomini, donne e bambini come una fiera sulla preda.

Le luci si spensero. Alcuni urlavano; altri pregavano a voce più alta.
Lui no. Strinse al petto sua figlia, e affrontò le acque.
«Ah, li hai portati, bene» disse l’ufficiale seduto alla scrivania.
L’appuntato entrò con un sacchetto di carta in mano; da esso esalava un odore dolce, delizioso. L’ufficiale lo afferrò, ci affondò la mano: «A quest’ora del mattino ci fanno venire a fare i controlli. Nemmeno il tempo di fare colazione» borbottò.
«Allora, l’interprete?» chiese poi, prima di addentare uno dei cornetti alla crema.
L’appuntato fece entrare un uomo alto, moro, dalla pelle olivastra.

«Da dove vieni?» chiese l’ufficiale, dopo aver mandato giù il boccone. «Dal centro rifugiati politici,» rispose quello.
L’ufficiale annuì. Poi trattenne il cornetto tra i denti; si alzò, mise su un kway; prese il sacchetto; fece cenno ai due di seguirlo fuori.
Raggiusero il centro del campo profughi, sulla spiaggia di Lampedusa.
La pioggia scendeva ancora, adesso leggerissima, in balìa della brezza.
Arrivati di fronte alla massa di sfollati: «Mizzica quanti» esclamò l’ufficiale «e mi hai detto che erano il doppio quando sono partiti?». «Tu» rivolto all’interprete «chiedi un po’ da dove vengono».
Mentre quello chiedeva in giro, l’ufficiale continuava a mangiare. Tese il sacchetto verso l’appuntato: «Vuoi?». L’appuntato rifiutò con un cenno della mano; l’altro scrollò le spalle. Mise in bocca l’ultimo cornetto e si leccò le dita.

Dopo qualche minuto l’interprete tornò: «Quelli lì sono Eritrei. Quel gruppo dalla Nigeria. Ci sono una ventina di Somali e qualche Sudanese. Quelli lì, invece, vengono dalla Siria».
«Dalla Siria?» sbottò l’ufficiale; prese i fazzolettini di carta in fondo al sacchetto ormai vuoto; si pulì la mano. «Mo’ pure dalla Siria. Andiamo bene».
Poi indicò una figura rannicchiata su una roccia: «E quella bambina da sola? Chiedi un po’».
L’interprete le si avvicinò e iniziò a farle delle domande.

«Ha detto che è venuta col padre,» tradusse. «Chiedile dov’è, allora» disse l’altro.
L’uomo formulò la frase in arabo, dolcemente.
La piccola ci pensò. Poi rispose: « Daakhel albahr». Un attimo di silenzio; l’ufficiale incalzò spazientito: «Allora?».
«Dentro il mare» tradusse l’uomo «ha detto che suo padre è dentro il mare».

Il sole stava sorgendo, la pioggia aveva smesso completamente.
La bambina inclinò la testa e socchiuse gli occhi; dietro di lei la massa d’acqua iniziava a calmarsi.
Nello sciabordio della risacca: «No. Non farlo. Non voltarti».
La piccola strinse le mani sul giubbotto salvagente che ancora aveva indosso.
«Non piangere, non aver paura, fai vedere che sei forte; stai tranquilla».
«Non ci sono più le strida del vento, il rombo delle onde».
«Non ci sono più le armi, le bombe, le rovine in frantumi».
«Non c’è più Aleppo: qui, in quest’alba, sei libera dal silenzio della morte,» che urla dalla Siria.

Autore: admin

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