Enrico DEAGLIO*- Da New York. Nuove frontiere Usa. Incubo o realtà?

 

Da New York*



NUOVE FRONTIERE USA, INCUBO O REALTA’?

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La farsa è preludio di una tragedia? Difficile, in questo momento, immaginare un happy end

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Bisognerà davvero seguire la diretta televisiva, venerdì prossimo. E stropicciarsi a lungo gli occhi, darsi i pizzicotti, per convincerci che è vero. Il contrario di quanto avviene nei sogni, quando l’assurdo spaventoso finisce, e ti svegli. A Washington venerdì 20 gennaio 2017 (giornata prevista fredda, ma non freddissima, e piovosa) saremo tutti testimoni della trasformazione in realtà di un incubo che dura ormai da due mesi.

Il 45esimo presidente degli Stati Uniti giurerà sulla Bibbia e pronuncerà un breve discorso, attorniato dai più alti dignitari del paese, in uno dei momenti più solenni della liturgia democratica americana. E da quel momento, mentre Barack Obama lascerà la Casa Bianca in elicottero, sarà l’uomo con più poteri politici al mondo. Il problema – l’indescrivibile assurdo – è che Donald J. Trump non è compatibile con quel ruolo e con quelle funzioni. È un settantenne tycoon, bancarottiere conclamato, esplicitamente razzista e ufficialmente indagato per essere ricattato e ricattabile da una potenza straniera, la Russia di Vladimir Putin che ne ha aiutato l’ascesa politica e la ambigua vittoria elettorale.

L’uomo, che ha uno stile di vita simile a quello dei gangster brechtiani degli anni Trenta. L’ uomo, che vive in palazzi che farebbero la gioia di Scarface e ha lo stesso modello comunicativo che fu di Al Capone, da venerdì prossimo sarà chiamato a dare seguito al suo programma: muri, protezionismo fiscale, attacco all’Europa e alla Cina, potenziamento della polizia, deportazione di clandestini, restrizione delle libertà di stampa e di circolazione, contrasto all’immigrazione, aumento della spesa militare e diminuzione delle tasse per i ricchi, misoginia elevata a stile (e consumo) di vita.

Il tutto in una nuvola di biondume e di nostalgia per un’età dell’oro, when America was great e in cui in giro non c’erano «niggers» o «bad hombres». Due mesi fa, a Mosca, per festeggiare la sua vittoria comparvero grandi manifesti in cui si vedevano Trump, Marine Le Pen e Putin disegnati di tre quarti, con lo sguardo verso l’avvenire, come nell’iconografia comunista. I tre erano fin troppo biondi e avevano gli occhi fin troppo azzurri per non impaurire lo spettatore più anziano. Come sarà, dunque, l’inauguration day? No, non sarà la cavalcata su macchina scoperta di Adolf Hitler a Vienna nel 1938, anche se Trump avrebbe voluto una parata sulla Quinta Strada di New York, per punire la città che lo ha respinto. E non sarà neppure l’occasione per un discorso epocale, come fu quello di Obama, o prima di Kennedy , o prima di Roosevelt. Non ci sarà nessun entusiasmo.

Piuttosto l’immagine del tycoon diventato presidente comunicherà il freddo, il passato, la paura. Già oggi Trump affoga nei sondaggi e nella credibilità: per essere amato avrebbe bisogno del miglior ghost writer. Ma Trump non accetta ghost writers: tutto quello che dice è davvero farina del suo sacco, e non rinuncerà certo a dirlo dal palco più alto. Sabato scorso, nel «Saturday Night Live» della Nbc, lo spettacolo satirico più popolare, l’attore Alec Baldwin, che di Trump è un sosia perfetto, annunciava: «Eccomi, sono il 45esimo presidente, e vi presento già il 46esimo, Mike Pence, perché io subirò un impeachement».

Lo spettacolo poi andava avanti, mimando l’ultima conferenza stampa del presidente, con una serie di spassi sulle prostitute russe che Trump aveva assoldato (Mr. President, le pisciavano addosso, o anche lei pisciava addosso a loro?), poi compariva Vladimir Putin in persona (a torso nudo, naturalmente) che gli diceva: la Russia non ha hackerato un bel niente, vero Donald? E intanto sventolava un cd con le sue avventure sessuali. Questo ero lo stato delle cose: il presidente eletto è sottoposto oggi alla più massiccia indagine giudiziaria che si sia mai vista. Indagano su di lui, ufficialmente l’Fbi, la Cia, la Nsa, il Senato e il Congresso con appositi comitati con ampio potere d’inchiesta. Ha indagato su di lui ufficialmente il servizio segreto inglese, indaga quello israeliano.

È veramente difficile immaginare che Donald Trump possa uscire indenne da tutto ciò. Con ogni probabilità Trump non se ne rende assolutamente conto, a giudicare dal suo comportamento. Ogni giorno pare costruirsi addosso la caricatura del dittatore pazzo. Nell’ultima settimana ha attaccato la Cina, l’Europa come concetto, Angela Merkel come persona, John Lewis, l’icona dei diritti civili dei neri americani, la Nato come istituzione, l’assistenza sanitaria di Obama, il Messico, la stampa – questa, in continuazione: è la sua ossessione. Ha dichiarato guerra alle auto tedesche, ha volentieri accettato l’endorsement di un Marchionne preso con le mani nella marmellata, perché tanti altri appoggi non ne ha. Ha la forza, Donald Trump, di mettere in pratica tutto quello che minaccia? O avrà bisogno, una volta presidente davvero, di usare le maniere forti? Da venerdì, tutto il gioco diventerà maledettamente più serio.

Vedremo sul palco l’inverno americano e la fine della globalizzazione. Il giorno dopo, la manifestazione delle donne, a simboleggiare le conquiste della democrazia. Ed è previsto che sarà una cosa enorme. Siamo sospesi. Tutti voi sapete la vecchia storia di Marx e delle tragedie che poi si riproducono in farse. Qui sta avvenendo il contrario: la farsa è preludio di una tragedia. Difficile, in questo momento, immaginare un happy end.

 

*Corrispondenza di Enrico Deaglio, nota firma della sinistra radicale, che ringraziamo, per Unità.tv

Autore: admin

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