Sauro BORELLI- In nome della fede (“Silence”, un film di Martin Scorsese)

 

Il mestiere del critico

 

 

IN NOME DELLA FEDE

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“Silence” il nuovo film di Martin Scorsese

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Ci sono voluti quasi trent’anni perché Martin Scorsese, oggi settantaquattrenne, ponesse finalmente mano a Silence il film che l’ha assillato, aldilà della sua pur prestigiosa carriera, nella ricerca di un personale riscontro delle inquietudini d’ordine spirituale e religioso che l’hanno angustiato da sempre.

Persino quando, poco più che bambino, ebbe a constatare le difficoltà, i problemi esistenziali del vivere in una tribolata condizione della minoranza italo-americana di New York. Celebre e mai smentita è l’asserzione dello stesso Scorsese a proposito di quell’età e di quella esperienza: “A Little Italy un ragazzo era destinato, quasi di rigore, a diventare o un gangster oppure un prete”.

Più tardi, ormai cineasta affermato, Scorsese ebbe a misurarsi spesso con interrogativi riconducibili alla questione della religiosità e, in ispecie, nel 1988, con L’ultima tentazione di Cristo, eterodossa perlustrazione della presunta vicenda laica del Signore (e perciò biasimata aspramente dal Vaticano), ma l’esito di simile tentativo si risolse, come è noto, in una deludente battuta d’arresto.

In seguito, il volitivo autore di tanti soggetti ispirati dalla realtà più corrusca (Toro scatenato, Quei bravi ragazzi, Gangs of New York) o da scenari letterari (Hugo Cabret, L’età dell’innocenza, Kundun) si è speso, con maggiore fantasia e varietà di temi, in realizzazioni sempre magistrali con l’intento di spiegare, documentare l’America d’oggi. Fino al grintoso The wolf of Wall Street, sorta di reprimenda a muso duro dei cinici tycoon, finanzieri senza scrupoli, politicanti corrotti che hanno dominato la società statunitense fino ad ora.

E che la malaugurata vittoria di Trump nelle presidenziali è purtroppo destinata a perpetuare anche per il futuro. Cosa questa che, anche oltre il suo personale scontento, Scorsese non smette ancora oggi di stigmatizzare con risentite parole: “Sono un democratico dichiarato, so che in America abbiamo le risorse per riprenderci. Mi spiace che siamo stati un esempio negativo per l’Europa e il mondo”.

Ora, giusto con la sortita del nuovo film Silence il Nostro riprende le tracce di quel filo rosso – la questione religiosa, la ricerca della fede – che per lunghi anni ha covato come un’idea fissa, ma non mai chiarita fino in fondo. La novità è così spiegabile: in concomitanza con il controverso risultato de L’ultima tentazione di Cristo, ebbe un dono dall’arcivescovo di New York il libro intitolato Silenzio dello scrittore giapponese Shisaku Endo, incentrato sulle persecuzioni anticristiane in Giappone nel XVII° secolo e, in particolare, del veto al proselitismo cattolico da parte dei gesuiti portoghesi.

Nasce di qui, nei primi anni 2000, il progetto lungamente preparato del film Silence. Reperiti puntigliosamente gli interpreti – Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson – rispettivamente i gesuiti Sebastien Rodrigues, Francisco Garrpe, Cristovao Ferreira, le figure emblematiche dello scorcio storico ove i primi due tentano vanamente di appurare la verità sulla presunta abiura del loro maestro scontrandosi con persecuzioni cruente di ogni genere e mettendo a repentaglio le vite dei convertiti giapponesi mentre Ferreira si perde nell’inquisizione serrata, impietosa del funzionario buddista Inoue (interprete Issey Ogata) determinato a reprimere ogni ingerenza religiosa o politica colonialista.

È in questo solco che prende corpo e senso la concezione del silenzio (di qui il titolo del film) così esplicitamente evocato dallo stesso Scorsese: “È il silenzio di Dio, naturalmente. Non esiste il silenzio assoluto ma il suono del silenzio. Ma è possibile tentare di raggiungere una condizione mentale che consenta di avvertire il silenzio. Liberando la nostra mente dal chiasso che produce la follia che ci circonda e lasciandoci scivolare nel silenzio piuttosto che combatterlo”.

Ovvio che, mosso da tali intuizioni, Scorsese, già ammaestrato dalla consuetudine col maestro giapponese Kurosawa (per il quale a suo tempo interpretò il ruolo di Van Gogh nel film Sogni) e ben consapevole delle rarefatte atmosfere dell’altro grande maestro nipponico Kenj Mizoguchi, struttura personaggi e décor in una prosciugata dimensione drammaturgica che prospetta, al contempo, l’inesorabilità della storia e l’effettuale rigore di un apologo esemplare, severamente ammonitore. In estrema sintesi, un film forte, un film di appassionato vigore poetico-politico.

Autore: admin

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