Fabrizio TRAINITO – “Lo scrittore” (racconto breve)

 

Io scrivo*

 

 

LO SCRITTORE

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Scrivere qualche riga, poi un paio di paragrafi, poi sempre più, magari una pagina o due.

Cosa ci vuole? È semplice, basta iniziare, una frase per volta. Magari un paio di parole che legano, un aggettivo assonante, un avverbio all’inizio o alla fine, che fa la sua porca figura, il verbo al passato, due o tre segni di interpunzione e la minestra è servita.

E invece no. Il foglio immacolato attende un solco blu mai scavato. Nessuna traccia vergata su carta, nessuna emozione fissata, solo un grande, immenso vuoto.

Vuoto la mattina, vuoto il pomeriggio, vuoto la sera e ancora assolutamente vuoto la notte, come quando la luna si nasconde e le stelle scompaiono nella nebbia.

A niente servono le mille pagine scritte fino ad allora, i romanzi sbocconcellati, lasciati appesi qua e là lungo la trama e mai terminati. Non sono di aiuto le molte storie senza capo né coda, le numerose favole senza morale, i tanti racconti senza un filo conduttore. Né vengono in soccorso i brani lasciati in sospeso con quegli squallidi tre puntini che sembrano voler mostrare molto di più di quello che realmente si pensa o si vuol dire. Proprio così: non riesco ad iniziare.

Sono sicuro che se potessi sviluppare il primo paragrafo, poi subito se ne aggiungerebbe un secondo e poi seguirebbe a ruota un terzo. Sarebbe come un torrente traboccante, che rotola a valle tra rapide impetuose e mille balzi, per poi diventare un fiume in piena che tutto travolge e sospinge con forza verso il mare della narrazione. E invece sono fermo ancora al capolinea e il mio tram ancora non si vede.

Si è forse esaurita la mia voce di narratore, sono quindi finite le idee e gli spunti, che hanno accompagnato il mio scrivere fecondo? Ogni volta sento che potrebbe essere ormai giunta l’ultima riga, poi, quando meno te l’aspetti, ti piomba in testa un pensiero, che cresce rapidamente e senza sosta si trasforma. Da poche righe sconnesse si apre a ventaglio in mille rivoli, che difficilmente posso più contenere né seguire.

È allora che il racconto prende il sopravvento e come scrittore altro non faccio.  Seguo la corrente docile, viro leggermente, ma il più  delle volte mi lasciò trascinare a valle. A quel punto più non posso arrestare la cascata. E ovunque mi trovi, mi fermo, raccolgo una matita e un pezzo di carta e vi rovescio sopra una storia intera e forse anche più. Solo alla fine, dopo aver apposto il punto finale, mi calmo e rallento il battito che forte mi ha spronato al lavoro. Ammiro il lavoro, che raramente rileggo, ma, soddisfatto e sereno, la pausa allora mi concedo. Dimentico storia e testo e quando ad altri per caso rileggo, quasi nulla riconosco. Molto modifico, alquanto correggo, talvolta integro o stralcio. Difficile è ripercorrere con altro cuore e intelletto, dove la passione mi condusse selvaggia. Ogni volta rileggo con affanno quanto nella cavalcata ho trascritto.

Ciò mi accadde spesso e adesso ansioso attendo. Paziente prima, poi, col passar del tempo, sempre più cupo. La pagina bianca al sole mi abbaglia mentre il primo rivolo di corrente ancor la superficie non increspa.

Ah, quanto il navigar disperato mi manca. Tanto vorrei esser trascinato a valle, ma nulla in tal deserto di sabbia si muove.

Un altro caffè o forse un tè. O ancora una birra. Acqua, solo acqua! Come quando nella battaglia navale lo scontro ancor non avvampa. Nulla di fatto. Calma piatta e pensiero spento, da questo torpore nulla mi desta.

La poltrona solitaria, il comodo divano, il duro tavolo o addirittura l’ampio letto ogni idea respingono e a nulla vale andar avanti e indietro per il triste corridoio. Cos’altro fare?

Le continuo a provare tutte pur di sbloccarmi ma proprio non ce la faccio.

Solo fumo e nebbia nella mia mente. Sembra, di tanto in tanto, materializzarsi qualcosa sullo sfondo dei miei pensieri, ma, ogni volta che cerco di afferrarlo, quel qualcosa scompare lasciando dietro di sé solo cenere e buio.

Alla fine mi arrendo. Anche oggi sarà un fallimento. Arriverò anche oggi a fine giornata con un pugno di mosche. E chissà per quanto ancora…

Decido di uscire un po’. Almeno l’aria fresca mi farà bene. Sul pianerottolo mi ritrovo di fronte la vicina. Mi saluta cortesemente con un modo alquanto strano. Mi vede sorpreso e mi spiega di essere straniera, in Italia solo per un periodo di lavoro. Mi chiedo come mai io non l’abbia notata prima. È danese e lavora ad una ricerca universitaria. La invito fuori per un aperitivo, accetta!

Attraversiamo il parco diretti al chiosco quando un pallone ci sfiora. Un giovane spunta fuori da dietro il cespuglio preoccupato. Un vecchio inveisce a voce alta nel suo dialetto ostico, mentre una bici attraversa il viale ad alta velocità. Restituisco il pallone e un non so cosa si delinea nella mia mente, un legame tra i personaggi di questa scena, un collegamento dal quale emerge una storia. Era già lì da tempo, aspettava solo di essere scoperta.

Si chiama Lona, lei. Mi sorride e la guardo negli occhi. Forse ha capito che adesso io so. So tutto quello che c’è dietro, che è già successo. Ed è solo la premessa. So perché oggi era là sul pianerottolo ad attendermi. So come è andata e anche il perché. So anche cosa farà al chiosco e cosa succederà dopo, quando quel giovane ricomparirà insieme al vecchio. E anche il mio ruolo in tutta la vicenda diventa sempre più chiaro.

Ordiniamo un aperitivo e incomincio a prendere appunti su un tovagliolo di carta. Poi un altro e un altro ancora. In breve ho imbrattato tutta la riserva di tovaglioli del tavolo. Lei mi guarda, ma non mi posso fermare. Ormai la storia fluisce liscia e impetuosa, le rapide mi trascinano giù a capofitto verso la cascata. Non riesco a fermarmi e continuo a scrivere anche quando ci portano il drink. Lei è divertita e sorride.

Afferra un foglietto e legge. Capisce che sto parlando di lei … e di me … e del ragazzo con il pallone. Non ride più, adesso è seria e sfoglia i miei appunti, mentre io continuo a scrivere senza tregua. Man mano la storia si delinea verso l’inevitabile conclusione. Quando finalmente appongo l’ultimo punto, quello finale, lei afferra avidamente l’ultimo foglietto e legge con passione. Quando giunge alla conclusione, mi fissa disperata. Quasi non mi accorgo dello schiaffo che mi coglie in pieno volto e quasi mi fa volare dalla sedia.

Imbambolato la osservo, incapace di muovere un muscolo. Lei ha le lacrime agli occhi, sta quasi per alzarsi e scappare via. Vorrei spiegarle che è solo una storia, che è una cosa bizzarra, ma che è così che funziona la mia mente, che mi dispiace…

Mentre cerco di articolare un qualche sbuffo di voce, mi afferra e mi bacia.



*Con Lo scrittore, Fabrizio Trainito inizia la collaborazione alla rubrica di narrativa breve di “InScena\Scénario”. Dal 2012 alterna racconti, poesie, favole, fantascienza e scene di vita aziendale (è inserito in una grande azienda di telecomunicazioni). Nello stesso anno ha inaugurato la tecnica “MoDiArt”, Arte Digitale mobile, utilizzando smartphone dotati di pennino attivo. Ha raccolto i disegni nei volumi Manifesto dell’Arte Digitale e Smartphone Art. Il suo sito è http://modiart.weebly.com/.

(le illustrazioni sono dell’autore)



Autore: admin

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