Sauro BORELLI- Un mondo di sogni (“Il grande gigante gentile”, un film di Steven Spielberg)

 

Il mestiere del critico

 


UN MONDO DI SOGNI

 

“Il GGG-Il grande gigante gentile”, il nuovo film di Steven Spielberg

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Steven Spielberg – settant’anni appena compiuti; trenta film come regista e oltre un centinaio come produttore – viene allo scoperto con un nuovo racconto fantastico, Il GGG – Il grande gigante gentile, ispirato dallo scomparso scrittore anglo-norvegese Roald Dahl, avventuroso autore di saghe infantili (e non solo), e sceneggiato originalmente dalla produttrice Melissa Mathison, già autrice dello scenario, appunto, dello spielberghiano E.T.. Già registrando questi dati nudi e crudi ci sarebbe materia per digressioni generali più che appassionanti tanto sull’innato talento favolistico dello stesso Spielberg, quanto sulla sapienza, l’eccentricità in cui sono immerse le opere di tale medesimo cineasta.

Ma andiamo con ordine. Il GGG- Il grande gigante gentile è uno spettacolo di trascinante suggestione. Si è già scritto infatti che la tecnologia vi riveste una parte preponderante, ma altresì che la poesia, la tenerezza inventate da Roald Dahl risultano qui presto decisive. A cominciare dall’intrusione del “gigante gentile” (Mark Rylance, lo splendido interprete del Ponte delle spie) ove lo stesso personaggio recita in “motion capture” (la tecnica usata con l’impiego di sensori) approdando da astratti movimenti alla intera figura in digitale.

Dopo di che il racconto entra nel vivo con il Gigante Gentile che, evocatore e incettatore di sogni, si inserisce nottetempo nel sonno dei bambini per suggerire loro sogni anche più azzardati, tutti loro. In questo suo peregrinare nelle menti infantili, oltretutto, il Gigante Gentile incrocia l’inquieta, insonne ragazzetta Sophie, tutta smaniosa di fare nuove scoperte, anche a rischio di venire fagocitata dai terribili Giganti Cattivi, dediti persino al cannibalismo. Pericolo che insidia pure l’irriducibile Gigante Gentile spesso bistrattato, oltraggiato da quei mostruosi esseri.

In effetti l’incontro del Gigante Gentile e della indifesa Sophie palesa nella sostanza l’evidenza di una doppia solitudine che, esclusivamente, in un mutuo, vicendevole soccorso può sfociare in un esito edificante, pur aldilà di continue minacce e terrorizzanti novità. In questo caso, traspare tangibile l’analogia delle solitudini già registrate nello spielberghiano E.T. ove alla disarmata vulnerabilità umana del bambino Elliott fa degno risconto quella del piccolo extraterrestre, appunto E.T.. Di qui, dunque, affiora progressivamente l’aspetto fervidamente metaforico che, in GGG, caratterizza sia l’originario impianto narrativo di Roald Dahl, sia l’altro escogitato da Spielberg per dare spessore significativo alla sua favola avveniristica, disinibita.

In tanta e tale profluvie di parossistiche trovate fantastiche, Spielberg, ma ancor più gli ispiratori primi di questo GGG, Roald Dahl e Melissa Mathison, imprimono al succedersi delle vicende intrecciate e dei personaggi evocati, soprassalti ora grotteschi, ora semplicemente balzani (il finale alla Corte d’Inghilterra; le trasgressioni del buon gusto con ostentate volgarità) fino al rischio di appiattire il racconto in troppo facili giochi ad effetto. Ciò che comunque nulla toglie all’insieme spettacolare cui Spielberg tiene fede col suo abituale umore immaginifico.

Autore: admin

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