Teatro Niccolini, Firenze- Sino al 5 gennaio, “L’avaro”, versione di Ugo Chiti. Con A. Benvenuti

 

Teatro della Toscana

 

 

TEATRO NICCOLINI

29 dicembre 2016 – 5 gennaio 2017

Arca Azzurra Teatro e Alessandro Benvenuti

presentano

L’AVARO


di Molière

adattamento, ideazione spazio, costumi, regia Ugo Chiti
con (in ordine di apparizione) Arpagone / Alessandro Benvenuti, Valerio / Gabriele Giaffreda, Elisa / Lucia Socci, Cleante / Andrea Costagli, Freccia / Massimo Salvianti, Mastro Giacomo / Dimitri Frosali, Don Anselmo / Paolo Ciotti, Frosina / Giuliana Colzi, Mariana / Desirée Noferini
ricerca e realizzazione costumi Giuliana Colzi
musiche Vanni Cassori
luci Marco Messeri
aiuto regia Chiara Grazzini
in collaborazione con Festival Teatrale di Borgio Verezzi
si ringrazia Arteatro Gruppo – Montepulciano

Durata dello spettacolo: 2h e 15’, intervallo compreso.

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Dopo il successo del Malato Immaginario, votato dal pubblico dei teatri toscani come miglior spettacolo della stagione 2014-15, Arca Azzurra Teatro sceglie ancora una volta Molière, ancora una volta nell’adattamento sempre rispettoso e spesso illuminante di Ugo Chiti, e aggiunge, nella parte del protagonista Arpagone, la grande cifra attoriale di Alessandro Benvenuti, al quale l’Arca è legata, oltre che una solida amicizia di lunga data, da esperienze comuni quali Nero Cardinale e un’intensa attività di produzione dei suoi spettacoli. L’Avaro si dà al Teatro Niccolini di Firenze da giovedì 29 dicembre a giovedì 5 gennaio.
“«Libero adattamento da Molière» – afferma Ugo Chiti – o forse sarebbe più corretto dire «rispettoso tradimento» oppure potrei azzardare, in vena di barocchismi, una sottotitolazione più pretestuosa come «da Molière le premesse per una metateatrale rivisitazione attorno a L’Avaro»”.

L’Avaro è uno spaccato familiare e sociale. Arpagone è un capofamiglia balordo, taccagno e tirannico come tanti altri, circondato da un amabile e canagliesco intrigo di servi e di innamorati, impersonato da Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Ciotti, Gabriele Giaffreda e Desirée Noferini. Poi Arpagone viene derubato e l’avarizia cessa di essere un tic, una deformità, uno spunto di situazioni farsesche. La diagnosi investe la psicologia di chi ha subíto un furto, di chi è stato defraudato di un oggetto di passione esclusiva, della sua unica ragione di vita. Proprio la fissazione affettiva di Arpagone su un oggetto miserabile sollecita un’equivoca, ma profonda partecipazione emotiva: l’avarizia redime l’avaro.

“Arpagone resta personaggio centrale assoluto – interviene Chiti – mantenendo quelle caratteristiche che da sempre hanno determinato la sua fortuna teatrale, si accentuano alcune implicazioni psichiche, si allungano ombre paranoiche, emergono paure e considerazioni che sono anche rimandi al contemporaneo. La ‘parola’ è usata in maniera diretta, spogliata di ogni parvenza aggraziata, vista in funzione di una ritmica tesa a evidenziare l’aggressività come la ‘ferocia’ più sotterranea della vicenda”.

Siamo di fronte a una delle commedie molieriane che presuppongono uno spaccato familiare, una ‘casa’, ma la ‘casa’ di Arpagone è anche un luogo rigorosamente finto, esplicitamente e spudoratamente teatrale. Una casa che potrebbe essere una metafora del teatro con i suoi prodigi, le sue inverosimiglianze e la sua cartapesta. Non una vera dimora borghese, dove la luce filtra dalle imposte socchiuse, meridiana o mattutina, ma comunque naturale, bensì un luogo dove tutto si svolge a lume di candela (non fosse altro che per l’avarizia), anche se è giorno. Tanto le scene quanto i costumi rifuggono quindi una scelta filologica, sono più usati come suggerimento di caratteri, allusioni cromatiche, indicazioni di ‘travestimenti’ interiori dei personaggi.

“Ci troviamo in un interno che potrebbe suggerire un magazzino polveroso – specifica Ugo Chiti – dove si mimetizzano ricchezze, accumuli nascosti in vecchie casse nude, niente grazia, civetterie di arredi, sedute riconoscibili, comode. Un luogo dove si avverte l’ossessione del risparmio quasi come una sottrazione di vita. Una scena cubica, volumetrica che potrebbe ospitare la tragedia greca come prestarsi alle labirintiche evoluzioni di una farsa chiassosa e colorata”.
Il regista innesta le vicende dei grandi classici nel linguaggio, forte, crudo, e a volte comicissimo che gli è proprio, e che diventa tutt’uno con le sue regie, scavando al fondo delle psicologie dei personaggi anche grazie al suo peculiare lavoro con gli attori, da quelli che hanno con lui una storia ormai più che trentennale ai giovani che di volta in volta sceglie di inserire in un contesto di forte conoscenza e solidarietà tutta teatrale tipica dell’Arca Azzurra.

“E anche nel caso di questo Avaro molieriano – conclude Chiti – anche grazie all’apporto del ‘primattore’ Alessandro Benvenuti, la riscrittura non vuole stravolgere l’originale, ma ‘attraversarlo’ con una riappropriazione drammaturgica attenta ad attualizzare, per certi aspetti, i personaggi, come a rivederne età e connotazioni secondo le logiche di un ‘autore di compagnia’ che rispetta il suo ensemble di attori. Questo nostro rapporto è ancora la principale e più intensa delle esperienze”.


*Ufficio Stampa a cura di Matteo Brighenti

Autore: admin

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